Di Ilaria De Bonis* –

Pagine Esteri, 16 luglio 2021 – È partita la corsa contro il tempo (e contro Golia) in Africa orientale per fermare l’avanzamento dell’oleodotto più lungo al mondo, voluto da Francia e Cina. Con l’accordo dei governi di Tanzania ed Uganda. Si tratta dell’East African Crude Oil Pipeline (Eacop), ambiziosissimo progetto industriale per la costruzione di 1.445 chilometri di infrastrutture incandescenti (la temperatura del greggio supera i 50°) che pomperanno 216mila barili di greggio al giorno tra Uganda e Tanzania.

Il percorso si snoda (sulla carta) attraverso paradisi incontaminati di laghi e foreste – compreso il magnifico parco delle cascate di Murchison in Uganda – per approdare infine al porto di Tanga, al confine tra Tanzania e Kenya, sull’Oceano Indiano. Il greggio estratto da lì prenderebbe il largo lasciando l’Africa dopo aver svuotato la sua terra.

L’origine dell’oleodotto è nella promettente Hoima, nei pressi del lago Alberto (il settimo più grande d’Africa), dove è stato scoperto un giacimento da 1,7 miliardi di barili potenziali di petrolio, che la francese Total e la cinese China National Offshore Oil Corporation hanno puntato già da anni e non esitano a voler estrarre. Partner del progetto sono l’Uganda National Oil Company e la Tanzania Petroluem Development Corporation (TPDC). 

Dopo aver attraversato mezza Africa ed alterato la vita di migliaia di persone, la pipeline approda in uno dei corridoi logistici dell’Africa subsahariana, quello di Pongwe. Aree che servono a trasportare le risorse minerarie ‘depredate’ o estratte in modo violento. Infine si arriva a Tanga, il secondo porto più grande della Tanzania. Da qui il greggio sparisce sulle navi cargo. Dunque la popolazione locale non ne gode il benchè minimo beneficio. Tutt’altro.

L’allerta di ambientalisti ed attivisti è elevatissima; da almeno sei mesi una trentina di Ong ugandesi, francesi e congolesi sono mobilitate per ostacolare il progetto. E mettere in guardia l’opinione pubblica. «Non possiamo mica bere il petrolio!», dicono gli attivisti. La Campagna #StopEacop è partita, la battaglia tra Davide e Golia è ingaggiata. Il problema è la disparità di forze.

Dickens Kamugisha, direttore esecutivo dell’Africa institute for Energy Governance (AFIEGO) con sede a Kampala, ci spiega al telefono che «TotalEnergies guida entrambi i progetti, sia quello dell’infrastruttura Eacop, che quello di estrazione del gas e petrolio nel bacino del lago Alberto, il cosiddetto Tilenga project».

«Per noi – dice – attaccare la Total significa lottare per fermare l’intera filiera, dall’estrazione al trasporto del greggio».

«I due progetti sono collocati in aree molto critiche dal punto di vista della biodiversità – aggiunge – : parliamo di un parco naturale come quello delle cascate di Murchison e di tutto il delta del lago Alberto, nonchè della riserva della foresta di Budongo». Si tratta davvero di luoghi unici al mondo: i safari con il “gorilla trekking” nel parco di Budongo sono un must del turismo facoltoso.

Ma in ogni caso a rimetterci è la Terra intera: il parco nazionale di Murchison Falls è la più grande area protetta del Paese, assieme alle adiacenti riserve naturali di Bugungu e Karuma. Elefanti, bufali e coccodrilli abitano il parco delle cascate liberamente e senza restrizioni. Ma un serpente di ghisa lungo diversi chilometri che sventra il parco, trasportando petrolio incandescente, non è una buona cosa per flora e fauna. Né tantomeno lo è per le famiglie africane che lungo quei 1.400 chilometri di tragitto vivono e lavorano da sempre, con le loro attività agricole.

Un portavoce governativo della Tanzania ha assicurato che i proventi stimati arriveranno a 3,24 miliardi di dollari e che l’oleodotto creerà 18mila posti di lavoro in 25 anni. Ma su questo naturalmente fioccano dubbi. E le critiche sono legittime. Poiché la Total ne è perfettamente consapevole, il marketing della multinazionale si è mosso per tempo onde rassicurare sia gli ambientalisti che i mercati.

La prima delle rassicurazioni, riferisce la  Reuters, riguarda una supposta restrizione dell’area del parco delle cascate utilizzata per far passare l’oleodotto. Nel progetto iniziale si parlava di permessi per il 10% della superficie, adesso la multinazionale ridimensiona all’1%. La Total vorrebbe incrementare inoltre del 50% il numero dei ranger che tutelano il parco. Ma si tratta di poco più che palliativi.

Gli attivisti parlano chiaramente di greenwashing: «Total difende l’indifendibile».   «Al momento la Total non ha alcun piano completo di “mitigazione” per evitare o ridurre i rischi legati alla biodiversità e alle comunità», ci spiega anche Dikens Kamugisha.

Precisando che ci sono «già migliaia di comunità che stanno soffrendo per gli effetti del progetto». Non è facile accettare di venir sfrattate in cambio di compensazioni monetarie (quasi sempre al di sotto delle aspettative), o promesse di nuove abitazioni che disperderebbero comunque le comunità sul territorio. E infatti combattono.

Il 13 aprile scorso con una lettera aperta firmata da 44 enti non governativi africani, la società civile ha detto no al mega-progetto, «rifiutando l’accordo segreto che è stato stipulato sul lago Alberto in Uganda», ci legge. Il documento è molto articolato e pone precise condizioni.

A lanciare per prima l’allarme è stata Oxfam, a settembre 2020 con il report  EMPTY PROMISES DOWN THE LINE? A Human Rights Impact Assessment of the East African Crude Oil Pipeline. «Le popolazioni locali lamentano il fatto che non possono più visitare liberamente i villaggi più interessati all’estrazione del petrolio: e che le consultazioni non si sono tenute in modo partecipativo», denunciava Oxfam. Subito seguita da ambientalisti ed attivisti dei diritti umani che evidenziano rischi per 12mila famiglie costrette a lasciare i loro appezzamenti di terra e a stravolgere intere esistenze.

foto eacop.com

Ma da dove arriva l’Eacop e da quanto tempo è in discussione il progetto?

Era il 2016 quando i governi di Uganda e Tanzania (rappresentati da Museveni e Magufuli) si incontrarono per la prima volta per siglare gli accordi preliminari e dar il via alla partnership. Nel 2017 il WWF metteva in guardia: l’oleodotto «potrebbe provocare dei forti disagi, divisioni e un aumento delle attività di bracconaggio in habitat importanti per la loro biodiversità».

Sono passati cinque anni; gli accordi preliminari sono diventati accordi vincolanti a tutti gli effetti. Nel frattempo John Magufuli, il presidente tanzaniano negazionista del Covid, è deceduto. Ma le cose non sono cambiate. La prima presidentessa donna che guida il Paese, Samia Suhulu Hassan, segue le orme del predecessore.

Così la storia si ripete: i governi fanno business con alleati stranieri sulle spalle dei popoli e senza averli consultati. Ma soprattutto, i megaprogetti industriali, devastanti come questo, hanno vita breve perché il disimpegno del Mercato dalle fonti di combustibili fossili è oramai una realtà. Dunque, dopo aver sconvolto un intero ecosistema e stuprato foreste, è probabile che la pipeline tra qualche anno sia svenduta o messa in soffitta. Come peraltro sta accadendo alle miniere di carbone del Mozambico e come presto avverrà col gas di Cabo Delgado. Il che, sia chiaro, è un bene, ma resta un male non prenderne atto per tempo e non interrompere i progetti già in corso.

A dirlo chiaramente in questi mesi è anche Greenpeace: “l’Africa non ha bisogno della East African crude oil pipeline”, scrive la Ong. Perché l’Africa e il resto del mondo non hanno più bisogno di fonti fossili di energia, bensì di sviluppare quelle pulite. «L’estrazione del petrolio degraderà gli ecosistemi della regione di Albertine Graben, che ospita metà di tutte le specie degli uccelli africani», scrive Greenpeace. Essenziale è prenderne atto adesso, subito. Prima che il danno sia fatto: perché il danno che ne deriverebbe è permanente. Non c’è reversibilità in questo.

Ed evitare con tutte le forze che anche stavolta sia il gigante Golia a vincere la battaglia, è un preciso obbligo di tutta la comunità internazionale. Noi compresi. Pagine Esteri

*Giornalista professionista dal 2005, ha lavorato per dieci anni nelle agenzie di stampa, specializzandosi in economia internazionale e cooperazione allo sviluppo. Ha vissuto e lavorato a Bruxelles, New York e Gerusalemme. Da diversi anni si occupa di Africa, Medio Oriente e missione, scrivendo per testate cattoliche.

 

 

 

 

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