di Caterina Maggi*

Pagine Esteri, 22 ottobre 2021 – C’è una bomba a orologeria, in Yemen. Una notizia che in un paese in guerra non attirerebbe troppo l’attenzione non fosse che la bomba in questione si trova in mezzo al mare e l’impatto della sua esplosione sarebbe devastante per il porto antistante, per la vita marina circostante, per il commercio navale regionale. E chi ha innescato la bomba è l’incuria umana. Con l’aiuto delle milizie Houti e della guerra civile.

La Safer è un cargo ormeggiato a 32 miglia nautiche circa (60 chilometri) dal porto di Hodeidah, in Yemen appunto, dove dal 2015 imperversa uno dei conflitti più atroci – e più dimenticati – della storia del Medio Oriente. A dirla tutta non è che lo Yemen sia mai stato un luogo troppo tranquillo: in 30 anni le sue sabbie hanno visto passare nove guerre, due insurrezioni e una rivoluzione. Nel 2015 i ribelli di etnia Houti sono scesi verso Sana’a e una coalizione a guida saudita (supportata dagli Stati Uniti) ha iniziato a bombardarli scatenando una guerra fatta di bombardamenti con droni che sono tutto, meno che “più umani” come vorrebbe credere qualcuno. Oltre la guerra, le devastazioni di questa unite ai cambiamenti climatici e a un’invasione biblica di locuste ha trasformato questo paese in uno scenario da horror, su cui è intervenuta la pandemia a falciare le vite che la carestia aveva graziate. Ad oggi, in Yemen, sono morte oltre 130 mila persone – di cui 2.300 erano bambini. Nel paese più povero della penisola arabica, un bambino su quattro ha i sintomi della malnutrizione acuta; un quarto delle vittime civili sono bambini, ma si tratta di cifre approssimative. In questo luogo martoriato dalle bombe sono arrivati anche Covid-19 e colera, trasmesso dall’acqua contaminata dei rifugi e dei campi profughi che rappresenta una delle poche risorse della popolazione e che spesso sono costretti a bere al posto della potabile; ma solo metà degli ospedali yemeniti è ancora in piedi, e non nelle condizioni di gestire numeri sufficienti di terapie intensive. Non è una guerra che è estranea all’Occidente, che spererebbe di lavarsene le mani come una novella Lady Macbeth: i missili Marl-82, “bombe stupide” in gergo cioè ordigni da pilotare con altre tecnologie come chip intelligenti per calibrare la caduta, sono prodotti dalla statunitense Raytheon, terza industria bellica americana. Sono i responsabili materiali delle più sanguinose stragi di civili yemeniti.

Ma lo Yemen per qualche ragione è stato dimenticato, così come la Safer. Questa titanica creatura di ferro e ruggine di 400 tonnellate è una F.s.o., cioè una nave di produzione e stoccaggio di greggio. In sostanza, una vecchia petroliera in pensione che viene ristrutturata e riadattata per poter ricevere il petrolio estratto da piattaforme petrolifere offshore in mare aperto, dove non è possibile far arrivar gasdotti o oleodotti. La nostra Safer è vecchia per davvero: l’armatore la riadattò ad F.s.o. nell’ormai lontano 1987, e da allora Safer si culla nelle onde del Mar Rosso dove fino a non molti anni fa era il tramite instancabile tra i pozzi in alto mare, cinque miglia di profondità oceaniche e la terra ferma. Hodeidah, al largo del quale è ormeggiata Safer, non è un porto qualunque: nell’economia di una regione in guerra è la chiave di volta, il punto nevralgico dove arrivano gli scarsi aiuti per la popolazione. Ma al largo di Hodeida le viscere di Safer nascondono una catastrofe a orologeria: oltre un milione di barili di greggio sono rimasti stoccati all’interno, intrappolati in una nave morta.

Perché Safer, se le navi possono morire, è deceduta alcuni anni fa. Una nave ha bisogno di manutenzione, soprattutto una F.s.o come Safer che era già agée perfino per gli standard della categoria. La Sepoc, la società a controllo parziale dello stato yemenita, è riuscita a effettuare i lavori di manutenzione necessari fino al 2014 quando a un anno dall’inizio del conflitto spese circa 20 milioni di dollari per la ristrutturazione. Ma da allora la compagnia, con il conflitto in corso, è stata a malapena in grado di tenere in piedi la gigantesca creatura. E quando i motori di Safer hanno bruciato l’ultima goccia di gasolio – e il motore è il cuore di una petroliera – Safer è diventata una mina pronta a esplodere. Nelle vene del suo motore, infatti, è rimasto il gas prodotto da due generatori diesel. Quando la sala motori si è allagata e il suo cuore ha smesso di battere, il sistema di bruciamento di questo gas inerte ha messo di funzionare. Ora il gas è rimasto nelle vene del corpo metallico della nave, e anche il più piccolo cambiamento – uno smottamento del fondale, una sigaretta caduta – può far detonare quel che resta di Safer; anche perché i pochi dispositivi anti incendio sulla nave sono stati trasferiti a terra. Ma soprattutto i suoi milioni di barile di greggio, non solo dando luogo a un’esplosione micidiale – alcuni stimano peggiore di quella avvenuta a Beirut – ma diffondendo nel golfo ettolitri di petrolio. Una marea nera pronta a fare strage del pescato, già scarso e fonte di sopravvivenza per la popolazione, ma anche dei civili. Il greggio, infatti, potrebbe otturare e danneggiare gli impianti di desalinizzazione che forniscono acqua potabile ai civili. Nonché fermare il traffico di aiuti umanitari diretti ad Hodeidah.

Nella sostanziale anarchia conseguente alla guerra civile, gli Houthi impediscono l’accesso a bordo dei periti che l’Occidente vorrebbe imbarcare per valutare il rischio di esplosione di Safer – e disinnescarlo. Inoltre nessuno può stimarlo con certezza, ma è molto probabile che il mare intorno a Safer sia disseminato di mine, usate nell’area circostante. E l’ufficiale Houthi che ne conosceva il numero e l’esatta ubicazione è rimasto ucciso dalla guerra. Ma a bordo delle 50 persone che normalmente dovrebbero occuparsi di una nave di tale stazza, ne sono rimaste solo 7. Troppo poche, e troppo stremate, per scongiurare un disastro. Se la situazione non cambia, la catastrofe della Safer è una questione di settimane. Forse di giorni. Pagine Esteri

*Laureata in Lettere all’Università di Genova e diplomanda alla Scuola di Giornalismo di Bologna, giornalista praticante presso l’Istituto Affari Internazionali, si appassionata fin da giovanissima alla questione palestinese e al Medio oriente. Scrive per il sito online Affarinternazionali.

 

 

 

 

 

 

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