di Huda Az – Campo palestinese di Rashdieh, Libano del sud
Come rifugiata palestinese che vive in Libano, sto affrontando una delle sfide più difficili della mia vita: essere separata da mio marito e vivere sotto la costante minaccia della guerra. Ho presentato domanda di ricongiungimento familiare tramite la Direzione Immigrazione Norvegese (UDI), spiegando che sono sfollata dal Libano meridionale a causa dei continui bombardamenti e del conflitto armato e che la mia vita è in pericolo ogni giorno.
Nonostante la chiara urgenza, la mia richiesta è stata respinta. L’UDI mi ha informato che la mia situazione non è prioritaria né un motivo sufficiente per un’urgenza. Non riesco a capire come vivere nella paura quotidiana, sentire i razzi cadere nelle vicinanze, dormire in macchina per sopravvivere e lottare per mangiare o riposare adeguatamente non possa essere considerato una vera e propria emergenza umanitaria.
Il costo psicologico e fisico è schiacciante. La paura costante, il rumore terrificante delle bombe e l’incertezza della mia sicurezza stanno influenzando ogni aspetto della mia vita. Non riesco a dormire, non riesco a mangiare bene e la mia salute peggiora di giorno in giorno. Essere separata da mio marito non fa che aumentare l’ansia: non possiamo comunicare liberamente a causa della scarsa connessione a Internet e alla rete, e anche lui vive nella costante paura per la mia vita.
Fare domanda di ricongiungimento familiare in queste condizioni è quasi impossibile. Ottenere documenti, dimostrare l’identità e districarsi in un complesso quadro giuridico mentre si fugge dalla guerra è una lotta indescrivibile. Sebbene la legge norvegese e le convenzioni internazionali sui diritti umani garantiscano il diritto alla vita familiare, l’interpretazione di ciò che costituisce un caso urgente mi lascia intrappolata nella burocrazia mentre la mia vita è in bilico.
Ogni giorno che sopravvivo è incerto. Ogni notte temo di non svegliarmi il giorno dopo. Il rifiuto di un’elaborazione urgente del mio caso non è solo deludente, è pericoloso. Il ricongiungimento familiare dovrebbe essere un’ancora di salvezza, una protezione per persone come me, eppure il sistema ha reso dolorosamente difficile l’accesso a questo diritto umano fondamentale.
Chiedo all’UDI di considerarmi non solo come una candidatura, ma come un essere umano in pericolo imminente, il cui diritto a vivere in sicurezza e a stare con la propria famiglia deve essere rispettato. La mia vita e la mia famiglia non possono aspettare oltre.
Oggi sono viva, ma domani potrei non esserlo più.
















