Pagine Esteri – L’ascesa alla presidenza di Gustavo Petro, nel 2022, ha segnato una discontinuità storica per la Colombia, un paese tradizionalmente governato da consorterie liberal-conservatrices e segnato da una violenza politica strutturale. La vittoria della coalizione del Pacto Histórico non ha rappresentato soltanto un successo elettorale, ma l’irruzione delle istanze dei movimenti sociali, delle comunità afro-discendenti, indigene e contadine nelle stanze del potere di Bogotà. Tuttavia, l’esperienza di questo ciclo ha dimostrato quanto sia aspro il cammino delle riforme all’interno di una cornice istituzionale presidiata dalle vecchie élites. Privo di una maggioranza solida in Parlamento, l’esecutivo ha dovuto negoziare ogni singolo avanzamento, scontrandosi con un sistematico muro di sbarramento eretto dalle forze della reazione.

Nonostante l’ostruzionismo e una narrazione mediatica egemonica volta a delegittimarlo, il bilancio sociale di questa transizione progressista restituisce dati significativi: l’avvio concreto di una redistribuzione delle terre coltivabili, la rivalutazione dei redditi delle classi lavoratrices e un deciso cambio di passo in politica estera. Bogotà ha infatti rotto la sua storica subalternità agli interessi geopolitici di Washington, assumendo una postura sovrana e multipolare, evidente nella ferma condanna del genocidio a Gaza e nella ricerca di nuovi assi di cooperazione internazionale.

Di contro, l’oligarchia ha risposto attivando i tradizionali dispositivi di boicottaggio istituzionale e giudiziario, riuscendo a congelare o mutilare i progetti di riforma cardine dello Stato sociale, in primis quelli relativi alla sanità e alle pensioni.

Tuttavia, l’azione di Petro non è esente da profonde ambivalenze. Se in politica interna il presidente ha cercato di scardinare le disuguaglianze strutturali, in politica estera ha spesso oscillato, pagando un dazio di ambiguità diplomatica per non rompere del tutto i ponti con i partner occidentali. Questa postura ambivalente è emersa con chiarezza nei confronti della vicina Repubblica Bolivariana del Venezuela, specialmente nei passaggi più critici del conflitto geopolitico regionale, dove Bogotà ha alternato solidarietà di facciata e distanziamenti tattici, faticando a fare blocco monolitico con l’asse di Caracas. Un limite strutturale che riflette le pressioni incrociate a cui è sottoposto un governo progressista sprovvisto del controllo reale degli apparati dello Stato.

Proprio sul terreno della giustizia si consuma uno scontro cruciale che svela le trame profonde del potere nel paese. La recente conferma, da parte della Corte Suprema, della condanna a oltre 28 anni di carcere per Santiago Uribe — fratello dell’ex presidente Álvaro Uribe — per il suo ruolo nella creazione del gruppo paramilitare Los doce apóstoles, assesta un colpo durissimo all’impunità storica dell’uribismo. La reazione della destra non si è fatta attendere e si muove su un binario di aperta restaurazione: l’esponente conservatrice Paloma Valencia ha già apertamente dichiarato che, in caso di ritorno della destra alla presidenza, nominerà lo stesso Álvaro Uribe alla guida di un ministero, nel tentativo esplicito di riabilitare politicamente il padrino della “sicurezza democratica” e blindare l’apparato statale contro ogni ipotesi di trasformazione.

Questo clima di polarizzazione estrema fa da sfondo alle tormentate elezioni presidenziali dello scorso 31 maggio. Sebbene la sinistra guidata da Iván Cepeda abbia ottenuto un consenso storico superando il 40% dei voti, i dati provvisori del preconteo hanno proiettato in vantaggio il candidato della destra radicale Abelardo de la Espriella. Una discrepanza che ha spinto il Pacto Histórico a denunciare manovre di alterazione del voto e pesanti ingerenze esterne. L’offensiva conservatrice contro Bogotà risponde infatti a una precisa strategia transnazionale coordinata nell’ambito della Carta di Madrid, il manifesto promosso dall’estrema destra spagnola di Vox che unisce le forze reazionarie della regione — dai governi di Milei, Noboa e Bukele fino ai settori più oltranzisti di Washington e partendo dall’estrema destra venezuelana di Maria Corina Machado — nel comune obiettivo di criminalizzare e destabilizzare i processi di sovranità in America Latina. La partita legale e politica si sposta ora sul terreno decisivo dell’escrutinio ufficiale, il computo manuale e formale dei verbali (i moduli E-14), che determinerà i reali equilibri in vista del ballottaggio del 21 giugno.

In questo quadro di transizione sospesa, dove le speranze della “Pace Totale” si scontrano con la complessa riconfigurazione dei gruppi armati nei territori, la riflessione di Liliany Obando offre coordinate interpretative di rara lucidità. Sociologa, attivista per i diritti umani ed ex prigioniera politica, Obando incarna la memoria storica delle lotte popolari colombiane. In questa intervista, ci accompagna oltre la cronaca elettorale, analizzando le contraddizioni di una militanza che oggi accetta la sfida delle istituzioni senza smarrire l’orizzonte dell’emancipazione sociale. Pagine Esteri

La sua vita sintetizza le pagine più intense di una  Colombia in resistenza: dalla militanza guerrigliera al carcere politico, fino all’impegno odierno nel Pacto Histórico. Cosa rimane del suo passato nella Colombia del presente?

Il diritto alla ribellione dei popoli di fronte a situazioni di estrema oppressione da parte dei loro governanti, o nel contesto internazionale davanti a indebite ingerenze di terzi — come sta accadendo di recente per mano dell’imperialismo statunitense e del sionismo israeliano, con il sostegno dei mostri di estrema destra che vanno creando —, resta indiscutibile. Lo è ancor di più quando la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli vengono attaccate con la pretesa di riproporre governi di stampo fascista-sionista che facilitino la subordinazione dei popoli al neocolonialismo imperiale.

Ciò nonostante, in ogni nazione, in ogni paese, è il popolo che, in base alla propria storia sociopolitica e alle proprie condizioni oggettive e soggettive, deve decidere quale sia il cammino meno doloroso per gestire i propri bisogni, le proprie lotte e il destino che vuole darsi; e deve valutare molto bene quanto tale cammino sia legittimo e accettato dal proprio popolo. È molto facile decretare dal di fuori o dalle scrivanie risposte popolari armate, mentre si tratta di una risorsa dal costo elevatissimo in termini di sofferenza, vite umane, ecosistemi ed economie decimate per coloro che devono farsene carico. Lo scontro armato ribelle non è un’alternativa facile: è il cammino più doloroso per i popoli che decidono di farvi ricorso come ultima ratio, non desiderata, bensì necessaria per arginare, sconfiggere o trasformare condizioni di intollerabile ingiustizia. La giustizia sociale, quale base per la costruzione di scenari di pace duratura, è ciò che sta al centro della lotta politica come prospettiva di cambiamento e di profonda trasformazione sociale; una via forse più lenta e difficile da realizzare se percorsa per via legale e all’interno del sistema capitalista, ma preferibile alla sua gestione con mezzi cruenti.

La lotta guerrigliera non è stata l’obiettivo ultimo e idealizzato di popoli come il nostro: è stata la strada a cui ci hanno spinto quando le vie politiche legali sono state sbarrate dall’esclusione e dalle violenze istituzionali. Se si aprono spazi politici reali e il popolo lo richiede, è doveroso cambiare le forme di lotta. La partecipazione elettorale è uno strumento per arrivare al governo e, auspicabilmente, al potere, ma non è l’unico. Rinunciare alle armi non significa abbandonare l’orizzonte della trasformazione radicale; richiede semmai maggiore maturità, audacia e sforzo teorico, ponendo al centro un’etica rivoluzionaria che difenda la vita e la biodiversità.

Sotto la presidenza di Gustavo Petro sono stati registrati significativi passi avanti, in particolare sul fronte della riforma agraria, delle tutele del lavoro e della riduzione della povertà. Al di là dei titoli della grande stampa, qual è la reale situazione economica e sociale che si vive oggi nei territori colombiani? E quanto pesa ancora l’uribismo?

Quello di Gustavo Petro è il primo governo progressista in oltre due secoli di storia repubblicana, dominata da un’élite liberal-conservatrice che ha ciclicamente cambiato nome senza mutare sostanza. La sua elezione non è casuale, ma è il frutto della convergenza delle sinistre e di storiche mobilitazioni popolari, come lo “sciopero sociale” del 2021-2022, oltre che degli Accordi di Pace del 2016 con le Farc, che sono ormai un impegno dello Stato. Questa cornice ha permesso progressi straordinari: una redistribuzione delle terre senza precedenti, la transizione verso la sostituzione concertata della coltivazione di coca per sottrarre linfa al narcotraffico, l’apertura democratica a settori storicamente esclusi e il riconoscimento del ruolo delle vittime del conflitto. Sul piano sociale, abbiamo assistito a riforme pensionistiche e del lavoro cruciali, a un aumento storico del salario minimo del 26% e all’uscita di ampie fasce di popolazione dalla povertà multidimensionale.

Tuttavia, avere il governo non significa avere il potere. Quattro anni sono insufficienti per scardinare strutture secolari. Riforme chiave, come quella della sanità, sono state bloccate da una classe dominante ancora incrostata nei poteri dello Stato, nelle alte corti e nelle istituzioni economiche. Per questa ragione puntiamo alla continuità del progetto attraverso le candidature di Iván Cepeda alla presidenza e di Aída Quilcué alla vicepresidenza, unendo il lavoro istituzionale al rafforzamento e alla mobilitazione permanente del potere popolare.

In politica estera la Colombia ha operato una rottura storica, condannando il genocidio a Gaza e guardando ai BRICS e alla Nuova Via della Seta. Questo ha innescato l’ostilità di Washington. Come valuta questo scontro geopolitico e come ritiene possibile edificare una “Potenza mondiale della vita” sotto il costante assedio dell’imperialismo statunitense?

Il governo del cambiamento ha ridisegnato la diplomazia colombiana, restituendoci orgoglio e dignità nazionale e rifiutando il tradizionale ruolo di alleato subordinato a Washington. Questa postura sovrana scatena inevitabilmente la furia dell’imperialismo, del sionismo e dei governi regionali a loro asserviti. Il nostro popolo, tuttavia, sta vivendo un risveglio politico e ha perso la paura: non intendiamo tornare a essere il cortile di casa di nessuno. Crediamo fermamente nella solidarietà internazionalista e uniamo la nostra voce a chi respinge le aggressioni contro la Palestina, l’Iran, Cuba, il Venezuela, l’Ecuador e l’Honduras. La lotta globale contro il neofascismo e il sionismo dimostra che la notte oscura dei popoli non dura per sempre.

Alle elezioni del 31 maggio il Pacto Histórico ha mancato la vittoria al primo turno, e i dati provvisori del preconteggio vedono in vantaggio il candidato della destra radicale Abelardo de la Espriella. Come si colloca questa battuta d’arresto e quale scenario si apre in vista del ballottaggio del 21 giugno, alla luce delle denunce di frode e del complesso sistema di scrutinio colombiano?

Iván Cepeda ha ottenuto il 40,9% dei consensi, pari a oltre 9,6 milioni di voti: il risultato più alto mai raggiunto dalla sinistra colombiana. I sondaggi della vigilia lo davano ampiamente in vantaggio, motivo per cui il primato provvisorio attribuito ad Abelardo de la Espriella (43,74%) rappresenta un’anomalia. Va chiarito che in Colombia il “preconteo” telematico ha un valore puramente informativo e non vincolante. La validità giuridica discende solo dallo scrutinio ufficiale, un processo interamente manuale, lento e minuzioso, in cui le commissioni verificano fisicamente i verbali cartacei di ciascun seggio (i moduli E-14).

Conoscendo le pratiche illegali della destra e l’ingerenza aperta dell’amministrazione statunitense — spalleggiata da governi satellite come quelli di Noboa, Milei e Bukele —, il presidente Petro e Iván Cepeda hanno legittimamente congelato ogni riconoscimento dei risultati in attesa della conclusione delle verifiche legali. La nostra base sociale rimane mobilitata per difendere il voto e garantire la continuità delle riforme al ballottaggio.

La realtà dei territori colombiani resta segnata da violenze e scontri tra diverse fazioni armate e dissidenze. Qual è l’origine di questa frammentazione e come valuta l’efficacia della strategia di “Pace Totale” promossa da Petro di fronte a narrazioni egemoniche che usano questi conflitti per delegittimare il processo politico?

I movimenti guerriglieri in Colombia hanno oltre sessant’anni di storia e affondano le loro radici nell’esclusione sociale, nell’accaparramento delle terre e nella violenza di un’oligarchia che ha storicamente usato il popolo come carne di cannone per preservare i propri privilegi. La ricerca di una soluzione politica negoziata è sempre stata presente nell’orizzonte delle organizzazioni ribelli, come dimostrano i vari processi storici fino all’Accordo del 2016. Tuttavia, il successivo tradimento di quegli impegni da parte dei governi di destra ha spinto alcune fazioni delle ex Farc a riarmarsi, innescando un processo di progressiva frammentazione interna in cui si inseriscono anche le dinamiche dell’Eln.

Oggi, la persistenza del conflitto in alcune aree marginalizzate si intreccia pericolosamente con economie illecite transnazionali — narcotraffico, estrazione mineraria illegale e tratta di esseri umani — che generano una circolazione di risorse degradante per il tessuto sociale. Quando le comunità stremate chiedono la fine delle ostilità, la leadership ribelle ha il dovere di ascoltarle. La politica di “Pace Totale” di Petro risponde esattamente a questa complessità territoriale, offrendo un canale di negoziazione politica ai gruppi che mantengono una reale identità ideologica e un percorso di sottomissione alla giustizia per la criminalità organizzata. Si tratta di una sfida immensa ma necessaria: la lotta popolare ha senso solo se risponde al mandato e alla protezione del popolo che dichiara di difendere.


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