Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Quattro mesi dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio nel primo giorno della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la Repubblica islamica tiene a partire da oggi una delle più imponenti cerimonie funebri della sua storia. Non sarà soltanto un addio al leader che per oltre tre decenni ha dominato la politica iraniana e rappresentato la sua guida religiosa. Per il nuovo establishment guidato dal successore Mojtaba Khamenei, figlio di Khamenei, la settimana di commemorazioni rappresenta soprattutto una dimostrazione di sopravvivenza politica e di continuità del sistema nato con la rivoluzione del 1979.

Da oggi e per sette giorni, la salma dell’ayatollah attraverserà tre città iraniane, prima di raggiungere i luoghi santi sciiti di Najaf e Karbala, in Iraq, per concludere il suo viaggio nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad, città natale di Khamenei. Le autorità parlano di un’affluenza compresa tra quattro e quindici milioni di persone. Se tali stime fossero confermate, si tratterebbe di uno dei più grandi funerali della storia contemporanea.

Teheran ha mobilitato risorse enormi. L’apparato dello Stato, dalle Guardie rivoluzionarie ai Basij, dai ministeri alle università, dai sindacati alle organizzazioni religiose, è stato coinvolto nell’organizzazione dell’evento. Oltre 2.500 ambulanze, ventuno elicotteri, cento droni, migliaia di soccorritori, decine di ospedali e ventimila edifici scolastici sono stati predisposti per affrontare l’afflusso dei fedeli. Sedici panifici mobili produrranno cinquanta milioni di pezzi di pane destinati ai partecipanti, mentre migliaia di abitazioni private, moschee, palazzetti dello sport e parchi ospiteranno chi arriverà da tutto il Paese e dall’estero.

Il primo appuntamento è fissato questa mattina nella grande Moschea Imam Khomeini di Teheran, dove la bara sarà esposta alla venerazione pubblica. Per mitigare il caldo di luglio sono stati installati oltre seimila irrigatori nella piazza circostante. Gli aeroporti della capitale resteranno chiusi durante le principali giornate delle commemorazioni e la circolazione privata sarà fortemente limitata. Mai, sostengono i responsabili dell’organizzazione, la capitale iraniana aveva affrontato un’operazione logistica di dimensioni simili.

La cerimonia è stata costruita con un forte contenuto simbolico. L’inizio delle commemorazioni coincide con il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, una scelta che appare tutt’altro che casuale dopo il conflitto che ha visto Washington partecipare all’offensiva contro l’Iran. L’intera settimana si svolge inoltre durante il mese di Muharram, il periodo più sacro dello sciismo dedicato al martirio dell’Imam Hussein, figura centrale nella memoria religiosa sciita. La propaganda ufficiale insiste proprio su questo parallelismo: Khamenei viene presentato come un martire della nazione e della fede, assassinato dai nemici dell’Islam e della Repubblica islamica.

Negli ultimi giorni televisioni e giornali iraniani hanno praticamente sospeso ogni altro tema di attualità. Documentari, inni religiosi e programmi dedicati alla vita della Guida Suprema hanno sostituito persino le notizie sui delicati negoziati con gli Stati Uniti. Il messaggio che Teheran vuole trasmettere è chiaro: nonostante la guerra, l’uccisione del leader e le profonde difficoltà economiche, il sistema politico è ancora in piedi e intende trasformare la morte di Khamenei in un momento fondativo della nuova fase della Repubblica islamica.

Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha invitato gli iraniani a partecipare in massa, affermando che il funerale rappresenterà “un’impresa epica che mostrerà al mondo la grandezza dello spirito della nazione”. Anche il comandante dei Pasdaran Ali Akbar Pourjamshidian ha spiegato apertamente che la cerimonia servirà a proiettare “la potenza della Repubblica islamica alla comunità internazionale”.

Il significato politico dell’evento va ben oltre i confini iraniani. Il trasferimento della salma a Najaf e Karbala vuole riaffermare la dimensione transnazionale della leadership religiosa iraniana e il ruolo di Teheran come punto di riferimento per una parte consistente del mondo sciita, dall’Iraq al Bahrein, fino al Pakistan.

Sullo sfondo resta però l’interrogativo più importante: apparirà in pubblico Mojtaba Khamenei? Divenuto Guida Suprema dopo la morte del padre, il figlio dell’ayatollah non si è più mostrato dal giorno dell’attacco che ha ucciso anche la madre e la moglie e nel quale lui stesso è rimasto ferito. Da allora ha comunicato soltanto attraverso dichiarazioni scritte. La sua presenza oggi avrebbe un enorme valore simbolico e contribuirebbe a consolidarne la legittimità. Una nuova assenza, invece, alimenterebbe interrogativi sul suo stato di salute e sulla reale distribuzione del potere all’interno della leadership iraniana.

Le autorità mantengono il massimo riserbo. Gli organizzatori affermano che la decisione spetta esclusivamente all’ufficio della Guida Suprema. La prudenza è legata anche alle minacce provenienti da Israele. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha recentemente definito Mojtaba Khamenei “condannato a morte”, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che qualsiasi tentativo di colpire l’attuale leadership riceverà una risposta “immediata e decisa”.

Per Teheran, dunque, i funerali di Ali Khamenei non rappresentano soltanto un rito religioso o un momento di lutto nazionale. Sono il primo grande banco di prova della nuova leadership, un’occasione per dimostrare coesione interna dopo una guerra devastante e un messaggio rivolto agli avversari regionali e internazionali: la Repubblica islamica, nonostante la perdita del suo leader storico, intende presentarsi come uno Stato ancora saldo, capace di trasformare la morte del suo uomo più potente in uno strumento di legittimazione politica e di mobilitazione nazionale.


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