Nel duplice attentato di sabato a Damasco sono morte almeno 74 persone. A Badush, vicino all’irachena Mosul, sono stati ritrovati i resti umani di alcuni prigionieri sciiti. Il presidente Asad bacchetta Trump (“la sua lotta anti-Is è finora solo retorica”) mentre un nuovo rapporto Unicef dichiara il 2016 l’anno peggiore per i bambini siriani

Il bus dei pellegrini sciiti colpito nell'attentato di sabato. (Foto: Reuters)
Il bus dei pellegrini sciiti colpito nell’attentato di sabato. (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 13 marzo 2017, Nena News – I circa 500 soldati statunitensi presenti in Siria per combattere l’autoproclamato Stato Islamico (Is) sono degli “invasori” e la lotta del presidente Usa Donald Trump contro l’organizzazione jihadista è per ora solo “retorica che non ha prodotto alcun risultato concreto”. Non le manda a dire Bashar al-Asad intervistato sabato dall’emittente televisiva cinese Phoenix. Seppur critico, il presidente siriano non chiude però le porte in faccia al nuovo inquilino della Casa Bianca: “Abbiamo speranze che la nuova amministrazione statunitense implementerà quanto noi abbiamo sentito [contro l’Is in campagna elettorale]” ha poi aggiunto criticando Washington per aver fatto finora “solo pochi raid” contro gli uomini del “califfo” al-Baghdadi. Assad ha poi chiarito che “qualunque soldato straniero giunto in Siria senza il nostro invito è considerato invasore” e non servirà a migliorare la situazione sul campo.

Asad è apparso sicuro di sé di fronte alle telecamere della Phonix: il leader bathista può dirsi soddisfatto del fatto che, dopo aver preso Aleppo e Palmira, i suoi uomini continuano ad avanzare. Progressi, infatti, si sono registrati ieri anche nella parte orientale di Damasco (dove è ancora presente una sacca di “ribelli”) e il suo esercito è ormai “molto vicino” a Raqqa, il fortino siriano dello Stato Islamico. Ma se Raqqa per Damasco resta “una priorità”, non meno importante, ha spiegato il presidente, è la provincia di Deir Azzor (nell’est del Paese) che, quasi interamente controllata dal califfato, “costituisce un supporto logistico tra l’Is in Iraq e quello in Siria”.

Il comprensibile ottimismo di Asad appare tuttavia un po’ eccessivo: se è vero che i suoi uomini avanzano – aiutati dai russi, Hezbollah e Iran – è pur vero che il territorio riconquistato continua ad essere teatro di nuovi massacri targati dal jihadismo. Emblematico, a tal proposito, quanto accaduto sabato quando due attentati bomba rivendicati ieri da Fateh al-Sham (al-Qa’eda in Siria) hanno ucciso almeno 74 persone per la gran parte civili. Secondo l’osservatorio siriano per i diritti umani, a perdere la vita nelle terribili esplosioni sono stati 43 pellegrini iracheni, 11 passanti, otto bambini e 20 uomini delle forze di sicurezza pro-governative. Attacchi simili non sono nuovi per Fateh al-Sham soprattutto nella capitale: lo scorso gennaio due attentatori suicidi si erano fatti saltare in area nel distretto di Kafr Sousa uccidendo 10 persone, per lo più soldati). Attacchi orribili che il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha ieri condannato sottolineando “il totale disprezzo della vita umana mostrata dai loro autori”.

La cartina al tornasole del baratro in cui si trova la Siria è il rapporto pubblicato oggi dall’Unicef che sottolinea come il 2016 sia stato “l’anno record” delle violazioni contro i bambini siriani da quando è scoppiata la guerra civile sei anni fa. “I casi comprovati di uccisione, mutilazione, reclutamento di bambini sono aumentati rapidamente lo scorso anno in una drammatica escalation di violenza che vive il Paese”. I numeri parlano da soli: almeno 652 bambini sono stati uccisi nel 2016 (il 20% in più rispetto al 2015). Di questi, 255 sono morti mentre erano vicino o dentro a scuole. Almeno 647 i feriti. Il direttore generale dell’Agenzia Onu per l’infanzia, Geer Cappelaere, non ha dubbi: “Milioni di bambini siriani sono oggetto di attacchi quotidiani, le loro vite sono state sconvolte. Hanno paura di vivere”.

Né tantomeno è migliore la condizione di chi è ancora in vita: sempre secondo lo studio dell’Unicef più di 850 bambini sono stati reclutati in guerra (il doppio che nel 2015). “I bambini – continua Cappelaere – sono arruolati per combattere in prima linea e usati in casi estremi come boia, attentatori suicida e guardie carcerarie”. Accanto a questi ci sono poi quelli che hanno bisogno di assistenza umanitaria (circa 6 milioni, 12 volte in più che nel 2012) anche se non tutti abitano aree facilmente raggiungibili per la consegna degli aiuti (2,8 milioni vivono in zone difficili da arrivare, 280.000 sono sotto assedio e isolati). Senza poi dimenticare che le condizioni dei bambini rifugiati al di fuori del Paese (2,3 milioni) non è affatto migliore.

Proseguono, intanto, i combattimenti anti-Is anche a Mosul (Iraq). Ieri il capo dell’Unità d’elite del controterrorismo iracheno, Maan al-Saadi, ha detto all’Afp che ormai 17 dei 40 distretti di Mosul ovest sono stati ripresi dall’esercito. “Il nemico [lo Stato Islamico, ndr] – ha detto al-Saadi in modo lapidario – sta perdendo la sua forza combattiva e la sua determinazione si è indebolita. Ha incominciato a perdere controllo e comando”. Ma più il “califfato” si ritira e più emergono nuove sue barbarie. Nell’area di Badush (vicino a Mosul) sono stati scoperti resti umani di centinaia di detenuti sciiti uccisi dai miliziani di al-Baghdadi “Le prime indagini rivelano resti con uniformi da prigione indosso allineati. Ciò indicherebbe che li hanno sparati a gruppi” ha detto Karim Nouri, il portavoce dell’Hash ash-Sha’abi, il raggruppamento di milizie (per lo più sciite) impegnato in prima linea nella lotta contro l’Is. Secondo un rapporto di Human Rights Watch almeno 600 persone sono state uccise nella prigione di Badush quando le forze jihadiste hanno catturato Mosul nel giugno del 2014. Nena News


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