Si tratta di una intesa senza precedenti nelle relazioni tra Damasco e Tel Aviv, raggiunta due giorni fa a Parigi grazie alla mediazione decisiva degli Stati uniti. Prevede l’istituzione di un «meccanismo congiunto di comunicazione», supervisionato da Washington, pensato per favorire lo scambio di informazioni di intelligence, e contatti in tempo reale a livello militare. E’ un primo passo deciso verso un rapporto che in futuro potrebbe aprire la strada alla normalizzazione tra Siria e Israele e, si sussurra, all’ingresso del paese arabo nell’Accordo di Abramo.
Questo almeno è ciò che si augura l’Amministrazione Trump che dopo la caduta di Bashar Assad nel dicembre 2024 ha allacciato relazioni strette con il presidente autoproclamato siriano, l’ex qaedista Ahmed al Sharaa, e che di recente ha revocato le sanzioni economiche (Caesar Act) alla Siria.
Il paese arabo però reclama la garanzia della sua sovranità e la restituzione del territorio siriano occupato da Israele dopo la fine di Assad e del Golan che lo Stato ebraico ha catturato nel 1967 e colonizzato nei decenni successivi. Il governo Netanyahu invece quei territori non sembra intenzionato a lasciarli e forte della sua superiorità militare e consapevole della debolezza siriana vuole imporre la creazione di una ampia zona cuscinetto smilitarizzata nel sud della Siria, di fatto fino alle porte di Damasco, a protezione del confine e della locale comunità drusa di cui si è autoproclamato difensore.
















