Il presidente Donald Trump ha minacciato ieri di bloccare l’inaugurazione del ponte Gordie Howe International Bridge a Detroit, esigendo che il Canada ceda agli Stati Uniti il 50% della proprietà dell’opera prima della sua apertura prevista per l’autunno. La mossa mira a rinegoziare forzatamente un accordo del 2012 in cui il Canada si era impegnato a finanziare interamente il progetto, ma riflette ora la volontà di Washington di fare pressione sul vicino di casa.
La tensione diplomatica trasforma il confine in un terreno di scontro ideologico e commerciale, inserendosi in una strategia di pressione più ampia contro Ottawa, accusata di cercare sponde commerciali eccessive in Cina a seguito dei dazi americani. La Casa Bianca intende trasformare quella che era nata come una cooperazione logistica in una dimostrazione di forza politica, mettendo in discussione la sovranità canadese su un’infrastruttura pagata interamente con fondi stranieri ma che insiste parzialmente su suolo statunitense. L’amministrazione sostiene che il controllo di un passaggio così cruciale non possa restare in mani straniere, indipendentemente dagli oneri finanziari sostenuti in precedenza da Ottawa, definendo l’attuale assetto proprietario un rischio per la sicurezza nazionale e un’umiliazione per il prestigio industriale americano.
Il rischio concreto è che una delle arterie logistiche più importanti per l’industria automobilistica del Michigan diventi l’ennesimo ostacolo fisico e politico a una cooperazione transfrontaliera che diventa sempre più fragile. Il blocco del ponte è un atto di ostilità che potrebbe spingere il Canada a schierare una vera e propria armata navale commerciale verso altri mercati, accelerando quel distanziamento tra le due economie nordamericane che Trump dice di voler evitare. Mentre i sostenitori del progetto sottolineano i benefici per l’economia e l’occupazione, la Casa Bianca sembra intenzionata a usare l’opera come leva negoziale per ottenere concessioni su dazi agricoli e politiche doganali.
La stabilità dell’intera regione dei Grandi Laghi viene così sacrificata sull’altare di una visione sovranista che non accetta la natura bilaterale dei flussi commerciali, preferendo la paralisi alla condivisione di un beneficio che non sia esclusivamente a trazione americana. La disputa evidenzia come le infrastrutture critiche siano ormai considerate armi geopolitiche, dove il valore di scambio non è più misurato in pedaggi o efficienza logistica, ma in concessioni politiche di alto profilo.
Questa prova di forza giunge in un momento di estrema fragilità per le catene di approvvigionamento globali, dove ogni interruzione forzata rischia di innescare effetti a catena imprevedibili sui prezzi al consumo e sulla stabilità industriale. Il Canada, che ha già speso miliardi di dollari per la costruzione del ponte, si trova nella posizione paradossale di aver realizzato un’opera che ora viene utilizzata come ostaggio per colpire le sue stesse politiche estere. Mark Carney, dal canto suo, deve gestire una pressione interna crescente che chiede una risposta ferma contro quello che viene percepito (non solo dal Canada) come un bullismo diplomatico senza precedenti. L’escalation verbale di Trump suggerisce che il Gordie Howe Bridge sia solo il primo di una serie di asset transfrontalieri che verranno rimessi in discussione per forzare una revisione totale dell’integrazione economica nordamericana.
Se Washington dovesse persistere nel blocco, il danno d’immagine per la certezza del diritto negli investimenti internazionali sarebbe incalcolabile, segnalando che nessun accordo pregresso è al sicuro da una revisione unilaterale basata su esigenze di politica interna. Pagine Esteri















