A Caracas, abbiamo assistito alla seduta in cui la “Legge di Amnistia e Convivenza Democratica” ha mosso i suoi primi passi, approvata in prima battuta e pronta per un secondo passaggio in parlamento, giovedì prossimo. Intanto, si stanno svolgendo consultazioni e dibattiti per discuterla in tutto il paese. Ad ascoltare la lettura del testo di legge proposto dal presidente della Commissione speciale, Jorge Arreza, erano presenti tutti i partiti dell’arco istituzionale, di governo e di opposizione. Fra i vari interventi effettuati dai deputati della destra, anche quello di Tomás Guanipa, eletto per il partito Unión y cambio, che fa vita nell’alleanza Libertad. Un gruppo in cui compaiono diversi volti noti della destra incendiaria, come Henrique Capriles o Stalin González, passato dall’essere uno dei leader studenteschi più agguerriti contro Chávez a diventare uno dei principali volti dell’opposizione “negoziatrice” e istituzionale. Un quadro emblematico delle trasformazioni interne all’opposizione venezuelana, in apparenza distante da chi ha provocato l’invasione armata del proprio paese, ma sempre tentata dal doppio binario.
Nel suo intervento, Guanipa ha riconosciuto l’importanza del momento, la legge d’amnistia come una “necessità storica per svuotare le carceri dalla politica” e arrivare a una “democrazia piena”, ovvero alla cancellazione della democrazia partecipativa e protagonista, sancita dalla costituzione bolivariana del 1999, e al ripristino della democrazia rappresentativa: “seguendo gli orientamenti di Washington”, dirà poi un altro portavoce dell’opposizione durante una conferenza stampa a fine serata, con un lapsus subito rilevato da una giornalista, ma da lui mitigato.
Guanipa ha per parte sua richiamato le “sofferenze dei famigliari”, con un riferimento alla sua situazione personale, avendo un fratello agli arresti domiciliari per malversazione di fondi pubblici (Pedro), e un altro che, al momento del suo discorso in Parlamento, si trovava agli arresti per organizzazione di bande armate, Juan Pablo Guanipa, stretto collaboratore di Maria Corina Machado.
Come annunciato dal presidente del parlamento, Jorge Rodríguez, entro le seguenti 48 ore la misura di clemenza in vista della “riconciliazione nazionale” ha portato alla scarcerazione di molti detenuti, fra cui decine di “politici”, detenuti anche con accuse pesanti: incluso, appunto Juan Pablo Guanipa, arrestato 9 mesi addietro con tanto di giubbotto antiproiettile e pose bellicose per le violenze post-elettorali dell’anno scorso.
Le stesse adottate appena rimesso piede fuori dal carcere, quando è salito su una moto del “movimento” per recarsi a sobillare i parenti dei detenuti, che si trovavano in attesa delle scarcerazioni davanti ai penitenziari, e tornare a sfidare le istituzioni.
Ora si trova agli arresti domiciliari in attesa che la sua posizione, al pari di quella di altri scarcerati, passi al vaglio della legge di amnistia, che prevede il rispetto di alcuni parametri. Tanto per avere un paragone con l’Europa, l’ex guerrigliero francese, Jean Marc Roullian, che aveva ottenuto le misure alternative dopo molti anni di prigionia, è stato rispedito in carcere per aver risposto alle domande di un giornalista. All’ex brigatista Bruno Seghetti, che si trovava in semilibertà dopo oltre vent’anni di carcere speciale, è stata revocata la misura per essersi affacciato al funerale di un vecchio amico, deviando dal percorso tracciato dai giudici.
La proposta del governo bolivariano copre un arco temporale molto ampio, dal 1° gennaio 1999 al 30 gennaio 2026, includendo i nodi critici della storia recente: dal golpe del 2002 alle violenze post-elettorali del luglio 2024. Tuttavia, è una clemenza dotata di una precisione chirurgica. L’articolo 7 esclude tassativamente: violazioni gravi dei diritti umani e crimini di lesa umanità; omicidio intenzionale; corruzione e traffico di droga.
Non è la prima volta che i governi chavisti ricorrono a misure di clemenza in forma di amnistia e indulto. Lo ha fatto Chávez e poi Maduro, il quale stava incubando anche questo nuovo processo di riconciliazione nazionale: “una legge preparata da tempo”, ha dichiarato il deputato Guanipa ai giornalisti.
È l’affermazione di uno Stato di diritto che, pur sotto l’inedito ricatto in corso, dovuto al sequestro del presidente e della first lady, distinguendo tra il dissenso politico e la barbarie criminale (di chi ha, per esempio, bruciato vivo il giovane Figuera e spaccato il cuore di una anziana chavista a colpi di punteruolo), prova a sanare le ferite del corpo sociale, ma non a trasformarsi in un territorio senza legge.
Un compito arduo per chi si trova ad agire con una pistola puntata alla tempia: puntata dall’esterno da uno “sceriffo globale”, che si è posto fuori e contro qualunque norma del diritto, e all’interno dai suoi tifosi, che non hanno mai riconosciuto le regole democratiche, e che anche ora puntano su una “rivoluzione di colore”.
Dopo il fermo dell’esagitato Juan Pablo Guanipa, l’estrema destra ha infatti subito parlato di “sequestro”, seguendo il solito copione, immediatamente ripreso a Washington da Machado. Al contrario, con un capovolgimento semantico in voga anche nei media nostrani, il sequestro del presidente viene dipinto come “arresto”: dando così per inteso che l’aggressione della principale potenza mondiale sia un atto di giustizia dovuta nei confronti di un “ricercato”.
“C’è un paese reale – che produce in pace e in sicurezza, e uno inventato da chi, ogni giorno, parla di tradimenti, scomparse, e ci dà, a turno, per spacciati, venduti, o in fuga in un altro paese”, ha detto ironicamente il vicepresidente esecutivo, Diosdado Cabello, durante la conferenza stampa settimana del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), mostrando false notizie su di lui costruite con l’Intelligenza Artificiale.
La maggioranza dei venezuelani e venezuelane, infatti, non sembra tentata da nuovi scenari di violenza, ancora traumatizzata da una ferita inedita, che si cerca di elaborare mettendo in circolo il dolore delle vittime del bombardamento del 3 gennaio con racconti, rappresentazioni teatrali di strada, poesie. E soprattutto con marce e con incontri pubblici, che accompagnano le decisioni del governo in carica. Quelli della commissione di pace e riconciliazione, stanno interessando tutti i settori, con il supporto dei giudici di pace presenti nei territori.
La legge viene discussa e “validata” da un processo consultivo di massa. Non si tratta di una decisione calata dall’alto, ma di un’altra “costruzione eroica”, per dirla con Mariategui, che passa per le assemblee popolari e vuole contrapporre una diversa interpretazione alle “guerra cognitiva” scatenata dai media egemonici, dentro e fuori il paese: per mostrare la natura non violenta e partecipativa del socialismo bolivariano che non chiede vendetta, ma un reincontro collettivo per far fronte al dolore.
In un momento in cui l’imperialismo tenta di “balcanizzare” il paese, la risposta di Caracas è l’allargamento della partecipazione democratica mediante il consenso al potere politico e alla unità nazionale. Per questo, dopo la conferenza internazionale degli operai, degli studenti, degli artisti, si è svolta quella delle donne che hanno lanciato la “brigata di solidarietà internazionale” Cilia Flores, dando visibilità alla lunga militanza della deputata sequestrata, giurista e parlamentare, promotrice di molte leggi a favore dei diritti delle donne e degli ultimi.
Nuovi attacchi militari – al paese o al continente, a cominciare da quello a Cuba -, omicidi selettivi, assalti di mercenari tentati dalla cospicua taglia sulla testa dei dirigenti bolivariani, sono tutt’altro che da escludere. Dovendo passare per una porta così stretta, farsi valere senza poter gridare, difendere i principi senza provocare oltremisura il sequestratore, non è davvero compito facile: tanto più in presenza di poderose “bombe cognitive”, sganciate con il proposito di confondere, sia in patria sia all’estero, quanto più si allarga l’indignazione contro il sequestro del presidente.
Il sequestro del presidente in esercizio di un paese pacifico, per com’è avvenuto il 3 gennaio, non ha infatti precedenti, e segna un punto di rottura inedito delle norme internazionali. Non si riscontrano casi analoghi. Anche quello del generale Manuel Noriega, il più richiamato per il pretesto utilizzato dal governo Usa – il “narcotraffico” – per scatenare l’invasione di Panama, non è pertinente.
Durante l’operazione “Just Cause”, l’ex pupillo degli Usa, Noriega, si rifugiò nell’ambasciata vaticana, ma dopo un assedio psicologico (musica rock ad alto volume 24 ore su 24), si arrese il 3 gennaio 1990. Anche il sequestro “diplomatico-militare” del presidente di Haiti, Jean-Bertrand Aristide, costretto a salire su un aereo militare statunitense e a lasciare il paese durante una rivolta armata, ha avuto una diversa dinamica. Gli Usa hanno sempre sostenuto che avesse chiesto lui protezione, ma Aristide, una volta in esilio nella Repubblica Centrafricana, ribadì: “Sono stato vittima di un colpo di Stato moderno… un sequestro mascherato”.
In un contesto di turbolenza interna provocata è invece avvenuto il sequestro di Saddam Hussein in Iraq. Sebbene gli Stati Uniti avessero dichiarato che il suo governo era “caduto” con la presa di Baghdad in aprile, Saddam era tecnicamente ancora il leader in clandestinità quando fu catturato dalle forze speciali statunitensi nel dicembre 2003 (l’operazione “Red Dawn”). Fu detenuto come prigioniero di guerra, processato da un tribunale iracheno sotto occupazione e ucciso.
Più lontano ancora nel tempo, il sequestro del primo ministro iraniano, Mohammad Mossadegh, avvenuto nel 1953. Anche se non fu portato fuori dal paese, Mossadegh fu vittima dell’operazione “Ajax” (organizzata da CIA e MI6). Fu rimosso dal potere con la forza e posto agli arresti domiciliari fino alla morte. Mentre Noriega o Saddam furono catturati dopo o durante un’invasione su vasta scala, il sequestro di Maduro il 3 gennaio, si distingue per essere stato un atto di invasione parziale, potente e fulminea contro un presidente che deteneva il pieno controllo territoriale e militare, rendendolo un evento senza precedenti per modalità e implicazioni legali nel XXI secolo.
Un caso che, però, si inserisce nella lunga scia di aggressioni esterne, compiute dalle amministrazioni Usa in base alla “diplomazia della distrazione” o, in base a un termine mutuato dal film Sesso & Potere , l’effetto “Wag the Dog”. Un’idea semplice quanto cinica: lanciare bombe o iniziare una crisi internazionale per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media dai fallimenti interni o dagli scandali personali del presidente.
Nel 1998, la Camera dei Rappresentanti stava discutendo l’impeachment del democratico Bill Clinton per il caso Monica Lewinsky (spergiuro e ostruzione alla giustizia). Il 16 dicembre 1998, proprio il giorno prima dell’inizio formale del dibattito sull’impeachment, Clinton ordinò l’operazione Desert Fox, un massiccio bombardamento di quattro giorni contro l’Iraq di Saddam Hussein.
Il dibattito sull’impeachment fu rinviato. Pochi mesi prima (agosto 1998), nello stesso giorno in cui doveva testimoniare davanti al Gran Giurì, Clinton ordinò il bombardamento della fabbrica farmaceutica Al-Shifa in Sudan, sostenendo falsamente che producesse armi chimiche. Si scoprì poi che produceva solo medicinali per la popolazione civile.
Ma, prima, e solo per citarne alcuni, vi erano stati altri casi provocati per gli stessi motivi. Il 23 ottobre 1983, un attentato terroristico a Beirut uccise 241 marines. Fu il più grande colpo politico e militare della presidenza repubblicana di Ronald Reagan, che rischiava di affondare per la cattiva gestione della sicurezza.
Appena due giorni dopo (25 ottobre), Reagan ordinò l’invasione dell’isola di Grenada (Operazione Urgent Fury). La rapida “vittoria” contro una piccola isola caraibica spostò completamente l’attenzione mediatica dai cadaveri dei marines a Beirut ai paracadutisti americani che “salvavano” gli studenti a Grenada, rilanciando l’immagine di Reagan come leader forte. Nei primi anni 2000, l’amministrazione di un altro repubblicano, George W. Bush era sotto pressione per i legami tra la Casa Bianca e il colosso energetico Enron, protagonista di un crack finanziario fraudolento. Molti dei principali finanziatori di Bush erano coinvolti.
Sebbene la guerra in Iraq avesse radici più complesse, l’accelerazione dei tamburi di guerra servì a compattare il paese attorno alla bandiera. Lo scandalo Enron passò in secondo piano rispetto alla minaccia (rivelatasi falsa) delle “armi di distruzione di massa”.
Prima ancora, nel 1972, troviamo lo scandalo Watergate che, ai tempi del repubblicano Richard Nixon, stava iniziando a corroderne la presidenza. Nixon ordinò l’Operazione Linebacker II, il bombardamento più pesante della guerra del Vietnam su Hanoi e Haiphong, per forzare un accordo. Cercò di presentarsi come l’uomo della “pace con onore”, tentando disperatamente di salvare la sua reputazione mentre il terreno gli franava sotto i piedi a Washington.
L’aggressione al Venezuela e il sequestro di Maduro il 3 gennaio seguono perfettamente questo schema. Con la sua amministrazione assediata da inchieste e dall’instabilità interna (come dimostrano le elezioni perse in vari stati, perfino in Texas), Trump ha usato il “nemico esterno” bolivariano per ricompattare la base e distogliere l’attenzione dai suoi fallimenti giudiziari e politici negli Stati Uniti, e dall’orrore dello scandalo Epstein.
Un pericoloso delirio globale in cui parlare di “perdono” e di “pace con giustizia sociale” provoca incredulità, e persino uno riflesso di stridore, e di rigetto. Però non erano solo i parlamentari chavisti ad avere gli occhi lucidi dopo aver ascoltato la testimonianza di Jorge Rodriguez, che egli ha voluto rendere a fine seduta, per dar voce al figlio di “una vittima della IV Repubblica”: la sua voce, quella del figlio di Jorge Antonio Rodríguez, leader studentesco, guerrigliero e politico, dirigente de Movimiento de Izquierda Revolucionaria e, in seguito della Liga Socialista, il partito del presidente Maduro.
Jorge Antonio venne torturato e ucciso nelle carceri del governo democratico di Carlos Andrés Pérez (di centro-sinistra), nel 1976.
Jorge e la sorella Delcy, due bambini, allora hanno accompagnato la madre durante le peregrinazioni in carcere alla ricerca del padre detenuto e poi del suo corpo. Hanno assistito alle violente perquisizioni e poi al dolore delle madre quando le hanno fatto credere che quel trentenne vigoroso era “morto per un infarto”.
Una menzogna scoperta per caso anni dopo, quando un medico forense confessò di aver scritto un falso referto per paura. Vedere il figlio di una vittima del terrorismo dello Stato democratico dei decenni passati farsi promotore di una legge di amnistia è apparso il segno di una rottura definitiva con la logica della vendetta. Rodríguez ha parlato non come chi cerca una rivincita personale, ma come chi, conoscendo il volto della vera repressione, sceglie la via della convivenza democratica per salvare la nazione: per dimostrare che il governo bolivariano non vuole la sottomissione dell’altro, ma la costruzione di una pace basata sulla giustizia sociale, non però sull’oblio.
















