L’onda lunga della repressione dell’immigrazione voluta dall’amministrazione del presidente Donald Trump si sta infrangendo contro un muro crescente di sentenze giudiziarie. Secondo un’analisi condotta dall’agenzia Reuters, dallo scorso ottobre centinaia di giudici federali in tutti gli Stati Uniti hanno emesso più di 4.400 ordinanze che dichiarano illegale la detenzione di immigrati da parte del governo. Un verdetto legale senza precedenti che, tuttavia, non ha arrestato la macchina dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
La questione legale al centro di questa “valanga di cause” (oltre 20.200 quelle presentate dai detenuti) è apparentemente tecnica, ma dalle profonde implicazioni umanitarie. L’amministrazione Trump ha di fatto abbandonato un’interpretazione trentennale della legge federale che garantiva il diritto alla cauzione per gli immigrati già residenti negli Stati Uniti, in attesa che i loro casi fossero esaminati dal tribunale dell’immigrazione. La nuova linea dura, finalizzata a incrementare le detenzioni e accelerare le deportazioni di massa, ha portato alla reclusione a tempo indeterminato di migliaia di persone, spesso senza considerare i loro legami con la comunità, l’assenza di precedenti penali o lo status di richiedenti asilo.
La portata del fenomeno è impressionante. Il numero di detenuti dall’ICE ha raggiunto quota 68.000, con un aumento del 75% dall’inizio del mandato di Trump. A essere risucchiati in questo ingranaggio sono anche casi dalla drammatica umanità, che la cronaca giudiziaria ha portato alla luce. Come quello di Joseph Thomas, uno studente venezuelano di 18 anni arrestato durante un controllo stradale nel Wisconsin mentre era in auto con il padre. Entrambi sono richiedenti asilo, regolarmente autorizzati a lavorare. Eppure, sono finiti in cella, in quello che il loro avvocato ha definito un caso di “guida con la pelle scura”. Solo l’intervento del giudice capo Patrick Schiltz (nominato da George W. Bush) ha ordinato il rilascio di Joseph, sottolineando l’assenza di un mandato di cattura e di prove che giustificassero la detenzione.
Storie analoghe si ripetono in tutto il paese: un bambino ecuadoriano di cinque anni fermato nel vialetto di casa, un uomo ucraino con status umanitario temporaneo bloccato mentre andava al lavoro, un padre salvadoregno di un bambino autistico cittadino statunitense. Nessuno di loro aveva precedenti penali. Il filo conduttore è l’applicazione di una politica che, agli occhi di oltre 400 giudici (inclusi nominati da amministrazioni repubblicane), prescinde dalla legge. “È sconcertante che il Governo insista affinché questa Corte ridefinisca o ignori completamente la legge attuale, così come è chiaramente scritta”, ha tuonato il giudice Thomas Johnston della Virginia Occidentale, ordinando il rilascio di un venezuelano.

People march during an “ICE Out” protest in New York on January 23, 2026 against US Immigration and Customs Enforcement (ICE). Demonstrations against ICE grew dramatically following the killing of Renee Nicole Good, 37, by an ICE officer in Minneapolis on January 7 as the Trump administration pressed operations to catch undocumented migrants. (Photo by ANGELA WEISS / AFP)
Ciò che rende la situazione ancora più grave è la reazione dell’esecutivo di fronte a queste sconfitte legali. Non solo l’amministrazione Trump ha continuato a detenere immigrati in modo illegale, ma in numerosi casi ha anche violato gli ordini di rilascio emessi dai tribunali. Il giudice Schiltz, in Minnesota, ha denunciato che il governo ha violato 96 ordini in 76 casi distinti. A New York, il giudice Nusrat Choudhury ha scoperto che l’ICE ha trasferito un detenuto in un altro Stato dichiarando falsamente la sua posizione per eludere un’udienza. Un comportamento che, di fatto, configura un atto di sfida alla magistratura.
La replica dell’amministrazione è rivelatrice della sua strategia. Da un lato, la portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Tricia McLaughlin, liquida i giudici come “attivisti” che ostacolano il “mandato popolare” per le deportazioni di massa. Dall’altro, si affida a una recente sentenza di una corte d’appello conservatrice di New Orleans che ha dato ragione al governo, sostenendo che le amministrazioni passate non avevano “sfruttato appieno” il potenziale della legge. Una vittoria parziale, in attesa del pronunciamento di altre corti, ma che non cancella le migliaia di sentenze contrarie già emesse.
Questa impasse legale ha conseguenze pratiche devastanti. Il Dipartimento di Giustizia è costretto a dirottare centinaia di avvocati dai processi penali per rispondere alla marea di petizioni di habeas corpus, il rimedio legale storico contro le detenzioni illegali, sancito dalla Costituzione. Nel frattempo, i detenuti restano in un limbo. Molti, come Judy Rall, moglie di un venezuelano trattenuto in Texas per un anno senza prove dei presunti legami con una gang, non possono permettersi un avvocato per presentare ricorso (le parcelle possono superare i 5.000 dollari) e sono abbandonati in un sistema che premia l’ideologica sulla giustizia.
















