C’è una scia di corpi senza vita che si allunga da Pantelleria a Scalea, lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria. Spiagge e tratti di mare tirrenico restituiscono salme in avanzato stato di decomposizione, alcune riconoscibili solo in parte, altre ormai irriconoscibili dopo giorni in balìa delle onde. Negli ultimi giorni almeno tredici cadaveri sono stati ritrovati tra il 6 e il 17 febbraio, e la lista potrebbe allungarsi ancora. Le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani hanno aperto fascicoli per chiarire cosa sia accaduto, mentre le autorità ipotizzano che si tratti di migranti vittime di “naufragi fantasma” o di tragici viaggi di cui non si hanno riscontri certi.
Questa striscia di corpi non è un episodio ma il segno di una crisi umanitaria che continua a mietere vittime nel cuore del Mediterraneo, teatro da anni di una delle rotte migratorie più pericolose al mondo. Per le organizzazioni umanitarie, l’ondata di ritrovamenti potrebbe essere legata al passaggio del ciclone Harry, che tra il 18 e il 21 gennaio ha sferzato il Mare Centrale con venti oltre i 120 km/h, creando correnti imprevedibili e condizioni proibitive per chiunque affronti il mare in embarcazioni di fortuna. Secondo le ong, in quei giorni potrebbero essersi perse in mare fino a mille persone, molte delle quali mai riallacciate a un’imbarcazione o a una segnalazione di naufragio.
I corpi che riaffiorano sulle coste italiane sono il segno più tangibile di un fallimento collettivo. Non solo della mancanza di percorsi sicuri e di un sistema di soccorso adeguato, ma delle politiche europee e internazionali che spingono disperati a tentare la traversata in condizioni sempre più rischiose. La narrativa della “riduzione degli sbarchi” usata da molti governi come prova di efficacia delle proprie misure di controllo delle frontiere cade davanti alla realtà di questi cadaveri anonimi. Anche se il numero di arrivi ufficiali cala, non cala il numero di morti: persone che fuggono da guerre, fame, persecuzioni e che trovano nel Mediterraneo non un passaggio verso una vita possibile, ma una trappola.
Le responsabilità non sono solo italiane. Le politiche europee di deterrenza alle frontiere, i finanziamenti alle guardie costiere dei paesi di partenza o transito, gli accordi di riammissione e detenzione, hanno trasformato il mare in una barriera letale, dove le uniche rotte “sicure” sembrano quelle verso il fondo. Bruxelles continua a parlare di gestione dell’immigrazione attraverso cooperazione con governi autoritari in Nord Africa, di contenimento delle partenze, di rimpatri e hotspot, senza creare alternative sicure e legali per chi fugge. È una strategia che ha un nome chiaro: lasciare che la morte lavori al posto delle politiche migratorie.
Sulla sabbia di Tropea, di Paola o nei pressi di Marsala, i corpi non hanno cartellini, non hanno statistiche. Hanno nomi che non conosceremo mai, storie spezzate, famiglie che chiedono verità da chissà dove. Ogni corpo trascinato a riva è un conto aperto con la coscienza di un’Europa che continua a misurare la sua umanità in numeri di arrivi e non in vite salvate.















