Washington si è svegliata oggi sotto il peso di una diplomazia che cerca di riscrivere radicalmente le regole del gioco globale, mentre il Presidente Donald Trump inaugura presso l’Istituto per la Pace degli Stati Uniti (USIP) la prima riunione formale del suo “Board of Peace”, un organismo che egli stesso non ha esitato a definire come il corpo internazionale più importante della storia.

L’agenda odierna, che partirà dalle 16.00 italiane, è focalizzata quasi interamente sulla “ricostruzione” di una Striscia di Gaza ridotta a un cumulo di macerie da due anni di bombardamenti israeliani. L’ordine del giorno prevede l’annuncio di uno stanziamento iniziale di 5 miliardi di dollari provenienti dagli Stati membri. Una cifra che l’amministrazione Trump intende canalizzare verso la costruzione di enclave per la popolazione, tutte nella metà di Gaza controllata da Israele, militarizzate e accerchiate da telecamere a controllo biometrico. Oltre alla componente finanziaria, il fulcro del dibattito ruota attorno alla creazione della cosiddetta Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF), un contingente di polizia e sicurezza previsto dal piano in 20 punti di Trump, che dovrebbe garantire il disarmo di Hamas e l’insediamento di una governance tecnocratica durante una fase di transizione che appare ancora carica di incognite. Diversi governi, preoccupati soprattutto dall’assenza di un accordo di smobilitazione con il gruppo palestinese, si sono affrettati a chiarire che invieranno truppe solo con l’obiettivo di mantenere la pace, e non per intraprendere azioni armate contro Hamas e la popolazione.

In questo scenario, Jared Kushner ha già sollevato polemiche con la presentazione di un “master plan” visivo per la costa palestinese, punteggiato da resort di lusso e grattacieli, una visione che cancella il tessuto urbano preesistente senza alcun coinvolgimento dei diretti interessati e che richiederebbe, secondo le stime delle Nazioni Unite, almeno 70 miliardi di dollari. La composizione stessa del Board riflette una nuova e profonda fessura negli equilibri mondiali: se da un lato partner asiatici e mediorientali si sono allineati a Washington – senza neanche pensare di coinvolgere i palestinesi nelle decisioni riguardanti il proprio stesso futuro – l’Europa occidentale mantiene una distanza cauta e quasi gelida, timorosa per le mire espansionistiche del nuovo organismo. Trump ha infatti chiarito che il Board of Peace comincerà da Gaza ma punta a controllare e gestire qualsiasi area globale da lui ritenuta “di crisi” o “di guerra”. L’obiettivo è quello di sostituire le Nazioni Unite con un meccanismo verticistico, totalmente controllato e gestito dal tycoon, che detiene potere di veto e di approvazione su qualsiasi decisione o proposta. Il consiglio esecutivo centrale, che costituisce la spina dorsale del “Board” universale, è composto dal genero di Trump, Jared Kushner – figura centrale insieme al “consigliere strategico” Aryeh Lightstone, uno degli ideatori della sanguinosa Gaza umanitaria Foundation – dai suoi consiglieri più fidati, come Kushner ricchi imprenditori e immobiliaristi, un miliardario israeliano e Tony Blair, la cui fama storica è irrimediabilmente legata a fiumi di sangue mediorientale.

Gli stati membri comporranno il Consiglio esecutivo per Gaza: su 50 paesi invitati, 26 hanno accettato il ruolo di membri fondatori, mentre 14 hanno declinato esplicitamente l’invito, evidenziando una spaccatura tra il cosiddetto Sud del Mondo e l’ordine liberale basato su regole multilaterali che garantiscono una parità di posizioni. Tra i presenti di peso spiccano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia, Qatar, Giordania, Bahrain e Kuwait, attori che, pur ribadendo il sostegno al diritto palestinese all’autodeterminazione, sembrano più interessati a rivaleggiarsi le attenzioni di un leader impulsivo e aggressivo, con la speranza di esercitare un minimo di influenza sul futuro della regione. Al contrario, l’Unione Europea ha rifiutato l’adesione formale a causa di dubbi sulla carta costitutiva dell’organismo, inviando solo Dubravka Suica come osservatrice per coordinare l’implementazione del “piano di pace”, mentre potenze come Francia, Regno Unito e Spagna hanno preferito declinare del tutto. La Germania ha fatto sapere ieri che invierà non un leader di governo ma un “alto funzionario” e sempre solo in un ruolo di osservatore. Anche il Vaticano ha respinto il seggio offerto, sottolineando che le crisi internazionali dovrebbero restare di competenza dell’ONU, un parere condiviso da molti critici che vedono nel ruolo di Trump come “presidente a vita” e unico detentore del diritto di veto all’interno del Board un pericoloso accentramento di potere transnazionale. L’Italia invece sarà presente in prima fila, con il Ministro degli esteri e vicepremier Antonio Tajani. La formula inventata dal governo Meloni per aggirare i limiti costituzionali è quella di una partecipazione da Paese “osservatore” ma “protagonista”. La premier, a differenza di tutti i suoi omonimi europei, ha abbandonato qualsiasi precauzione, preferendo schierarsi apertamente e con convinzione con il presidente degli Stati Uniti e il suo progetto.

Trump ha invitato all’incontro anche Vladimir Putin e Benyamin Netanyahu, entrambi destinatari di mandati per crimini di guerra, con il secondo che è promotore e attuatore proprio della distruzione di Gaza e di uno dei peggiori massacri della storia contemporanea, l’uccisione di almeno 72mila palestinesi, per la maggior parte donne e bambini. Netanyahu ha accettato l’invito, pur manifestando sdegno per la presenza di funzionari turchi e qatarioti nel comitato esecutivo. Così il governo israeliano sarà presente al tavolo a cui si deciderà il futuro di Gaza, quell’area che proprio Israele continua ad assediare, bombardare e distruggere. Mentre a quel tavolo non si siederanno i palestinesi: un vuoto che è l’ostacolo principale a qualsiasi stabilità duratura. La realtà sul campo parla di violazioni quotidiane del cessate il fuoco da parte di Tel Aviv, rendendo Gaza ancora una zona di guerra attiva dove i sogni di resort e parchi sportivi appaiono come un miraggio. Mentre il governo estremista e suprematista di Tel Aviv procede spedito verso l’annessione totale della Cisgiordania occupata, la colonizzazione e la pulizia etnica dei palestinesi, in contrasto con qualsiasi legge internazionale.

Ma lo stato attuale poco importa. Per Trump, questo summit è un palcoscenico dall’alto del quale poter guardare il resto del mondo, almeno quella parte che è oggi a Washington per proclamarlo sovrano del nuovo ordine: una “pace” che in realtà è soldi, affari, potere e alleanze d’interessi, che non lascia diritto di parola alle vittime mentre stringe le mani dei loro carnefici. Nella realtà, senza una reale pressione su Israele e un impegno multilaterale autentico, il Board of Peace rimane una struttura legata esclusivamente agli interessi personali del suo fondatore. Il meccanismo si basa su un approccio ideologico razzista e coloniale, secondo il quale i palestinesi sono disposti ad accettare qualsiasi cosa progetterà per loro la Casa Bianca. Ma è sicuro che due milioni di persone acconsentiranno di lasciarsi deportare nell’area di Gaza occupata e controllata dallo stesso esercito che le ha affamate, ha distrutto le loro case, ha attaccato scuole, rifugi e ospedali, ha ammazzato i propri figli, bruciato le tende, raso al suolo la Striscia? Non è solamente una questione di principio. I militari israeliani anche durante il cessate il fuoco continuano ad ammazzare donne e bambini, dando quotidiana prova, sia a Gaza che in Cisgiordania, di non dare alcun valore alla vita palestinese. Questa popolazione, seppur stremata e in lutto, potrà forse fidarsi della parola degli Stati Uniti, primi alleati di Tel Aviv, che hanno armato la mano di Netanyahu e gli consentono ora di violare ogni giorno il cessate il fuoco di cui sarebbero garanti? Ma soprattutto, cosa accadrà se non vorranno trasferirsi nelle aree di contenimento che verranno costruite con i soldi che gli stati stanno affidando al “Board of Peace”? Cosa accadrà se Hamas si rifiuterà di consegnare tutte le sue armi senza alcuna garanzia sulla fine dell’occupazione? Queste incognite preoccupano gli stessi finanziatori e parte dei vertici militari degli Stati Uniti. Il loro timore – e la speranza degli alleati di governo di Netanyahu – è che, fallito il progetto di deportazione, Washington lascerà a Israele il compito di scatenare la sua vendetta, riprendendo a pieno ritmo di sangue il genocidio di Gaza. Pagine Esteri