La guerra degli Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha innescato quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha definito come la più grande interruzione di fornitura nella storia del mercato petrolifero globale. Dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio 2026, il panorama energetico mondiale è stato travolto da un’ondata di instabilità che ha spinto i prezzi del greggio a livelli record, con il Brent che è schizzato sopra i 100 dollari al barile, toccando picchi vicini ai 120 dollari. Questa impennata riflette il timore dei mercati per la paralisi quasi totale dello Stretto di Hormuz, un passaggio vitale attraverso cui transita normalmente circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto (GNL) mondiale. Attualmente, il flusso attraverso lo stretto è ridotto a meno del 10% rispetto ai livelli pre-crisi e non si vedono segnali di de-escalation che possano permettere una rapida ripresa delle spedizioni.

In questo contesto di estrema incertezza, i principali produttori di energia del Golfo hanno iniziato a invocare la clausola legale di “forza maggiore” per proteggersi dalle ripercussioni dei contratti non onorati. La forza maggiore è un istituto giuridico che permette a una parte di essere esonerata dai propri obblighi contrattuali quando eventi esterni, imprevedibili e fuori dal proprio controllo, come una guerra o attacchi diretti alle infrastrutture, rendono impossibile l’esecuzione della prestazione. QatarEnergy è stata tra le prime a muoversi, sospendendo la produzione di GNL presso gli impianti di Ras Laffan e Mesaieed dopo che questi sono stati presi di mira da attacchi iraniani. La decisione del Qatar è particolarmente pesante per il mercato globale, dato che il Paese copre quasi il 20% della fornitura mondiale di gas liquefatto.

Sulla scia del Qatar, anche altre nazioni della regione hanno attivato misure simili per evitare penali miliardarie e gestire la crisi produttiva. La Kuwait Petroleum Corporation e la Bapco Energies del Bahrain hanno dichiarato la “forza maggiore” a causa delle gravi interruzioni alla navigazione e dei danni subiti. Persino società internazionali come Shell hanno dovuto notificare la “forza maggiore” ai propri clienti globali per i carichi di GNL acquistati dal Qatar e non più consegnabili. Anche l’Oman ha visto la sua società commerciale OQ dichiarare “forza maggiore” verso i clienti in Bangladesh a causa del blocco delle forniture qatariote. Queste azioni riflettono una strategia di difesa legale necessaria in una fase in cui la produzione del Golfo è stata tagliata di almeno 10 milioni di barili al giorno a causa dell’impossibilità di esportare e del rapido riempimento dei siti di stoccaggio locali.

Mentre il Medio Oriente si blinda, da Washington è arrivata una mossa unilaterale che ha scosso le diplomazie occidentali. Il presidente Donald Trump, attraverso il Segretario al Tesoro Scott Bessent, ha annunciato un’autorizzazione temporanea di 30 giorni per l’acquisto di petrolio russo attualmente “bloccato in mare”, una flotta stimata in circa 124 milioni di barili. La decisione è stata motivata da esigenze puramente interne: con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato e un aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti di 65 centesimi al gallone in un solo mese, l’amministrazione Trump ha cercato un modo rapido per calmierare i costi energetici domestici. Bessent ha difeso la misura definendola “mirata” e sostenendo che non fornirà benefici finanziari significativi al Cremlino, poiché le tasse sul petrolio russo vengono riscosse al momento dell’estrazione e non della vendita finale. Una versione messa in discussione da diverse parti. Inoltre, solo pochi giorni fa, l’amministrazione Trump aveva esercitato forti pressioni sull’India affinché smettesse di acquistare petrolio russo.

La scelta di Washington di agire senza coinvolgere gli alleati ha creato una profonda frattura con l’Europa. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha duramente rimproverato gli Stati Uniti, definendo la decisione “sbagliata” e sottolineando come l’allentamento delle sanzioni sia controproducente mentre la Russia non mostra alcuna volontà di negoziare sulla guerra in Ucraina. Merz ha insistito sul fatto che l’Occidente deve aumentare la pressione su Mosca, non ridurla, e che il conflitto in Medio Oriente non deve diventare una distrazione dagli impegni presi con Kiev. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso una ferma opposizione, dichiarando che la crisi nello Stretto di Hormuz non giustifica in alcun modo la ripresa del commercio di greggio con la Russia, avvertendo del rischio di rimpinguare le casse di Putin.

Nonostante gli sforzi coordinati dell’AIE, che ha ordinato il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei suoi 32 membri, la situazione rimane critica. Gli esperti avvertono che queste riserve rappresentano solo un tampone temporaneo e che, senza una risoluzione del conflitto bellico e la riapertura sicura delle rotte marittime, il mercato rimarrà in uno stato di sofferenza strutturale. Anche se le ostilità dovessero cessare immediatamente, il tempo necessario per sgomberare lo Stretto di Hormuz dalle mine e far ripartire gli impianti di liquefazione e raffinazione richiederà settimane o mesi, prolungando lo shock inflattivo che sta già colpendo pesantemente le economie di Asia ed Europa. In questo scenario, la divergenza tra la Realpolitik energetica americana e la linea della fermezza europea segna una nuova fase di incertezza politica globale.