L’Iran si è fermato oggi per rendere omaggio ad Ali Larijani, capo della sicurezza nazionale, e a Gholamreza Soleimani, comandante delle forze Basij, entrambi uccisi in recenti attacchi israeliani. Mentre la capitale è attraversata da imponenti cortei funebri e promesse di “vendetta implacabile”, il fronte bellico continua a espandersi. I nuovi raid della coalizione Usa-Israele che ha aggredito la Repubblica islamica colpiscono aree densamente popolate nella provincia di Lorestan. A Dorud e nella regione rurale di Chegeni si contano almeno undici vittime civili e decine di feriti, un bilancio che aggrava una situazione umanitaria già critica. Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito con fermezza la resilienza del sistema di potere iraniano, definendo l’attuale escalation come una “guerra di scelta dell’America” e avvertendo che la massiccia presenza militare statunitense nel Golfo rende l’espansione del conflitto inevitabile. Araghchi ha inoltre ventilato l’introduzione di nuove regole di navigazione nello Stretto di Hormuz, mossa che ha spinto l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) a convocare sessioni straordinarie per discutere della sicurezza dei marittimi e dei possibili corridoi di evacuazione per le navi bloccate.
L’omicidio di Larijani aggiunge un elemento di profonda incertezza sul futuro della guerra. Nonostante la retorica pubblica di sfida, il Segretario del Consiglio di Sicurezza era considerato l’ultimo vero “pontiere” capace di dialogare con l’Occidente. Descritto come un pragmatico veterano, Larijani rappresentava una leadership esperta che, pur nella fermezza, manteneva aperti canali sotterranei per evitare il collasso totale. La sua eliminazione lascia un vuoto di potere che rischia di essere colmato da figure meno esperte ma estremamente più radicali. Non è da escludere che i suoi successori, privi della sua finezza diplomatica e mossi da un desiderio di rivalsa per la decapitazione dei vertici, possano optare per una resistenza a oltranza priva di spiragli negoziali.
La ritorsione di Teheran per il suo omicidio ha investito l’intera regione del Golfo con una pioggia di oltre 3.000 proiettili, tra missili e droni, diretti verso i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Gli Emirati Arabi Uniti appaiono come l’obiettivo più colpito: un ordigno ha centrato la base di Al Minhad, danneggiando strutture mediche e alloggi messi a disposizione dal contingente australiano, fortunatamente senza causare vittime tra il personale. Anche l’Arabia Saudita ha confermato l’abbattimento di diversi droni che tentavano di avvicinarsi al distretto delle ambasciate di Riyadh, mentre detriti di un missile balistico sono caduti nei pressi della base aerea Prince Sultan. In questo clima di assedio, il Kuwait e il Qatar hanno attivato i propri sistemi di difesa per intercettare minacce dirette ai centri urbani, mentre il capo delle dogane del Qatar ha cercato di rassicurare la popolazione sulla tenuta delle scorte alimentari e delle catene di approvvigionamento nonostante le crescenti tensioni marittime.
In Libano, gli attacchi israeliani stanno diffondendo morte e distruzione. Gli aerei di Tel Aviv hanno raso al suolo un edificio residenziale di 15 piani nel cuore di Beirut, colpendo duramente i quartieri di Bashoura, Zuqaq al-Blat e Basta. Gli ordini di evacuazione forzata si sono estesi fino al fiume Zahrani, includendo storici campi profughi palestinesi come Rashidieh, Burj Shemali ed El-Buss, costringendo altre decine di migliaia di persone a una fuga disperata nel cuore della notte. Il bilancio delle vittime in Libano ha ormai superato le 912 persone dall’inizio di marzo, con oltre un milione di sfollati che denunciano l’assenza di rifugi sicuri, dato che i raid colpiscono ormai anche le aree centrali della capitale precedentemente considerate protette.
Anche il fronte interno israeliano è segnato da una crescente pressione psicologica e militare: nelle ultime 24 ore, 192 persone sono state trasportare negli ospedali a seguito dei bombardamenti iraniani e di Hezbollah. Un impatto diretto a Ramat Gan, vicino a Tel Aviv, ha causato la morte di una coppia nel proprio appartamento, alimentando aspre polemiche sull’efficacia dei sistemi di allerta precoce e sulla capacità dei radar di rilevare i vettori in arrivo sotto l’effetto di attacchi coordinati. Intanto a Washington è esplosa una crisi politica senza precedenti, con le dimissioni di Joe Kent, alto funzionario dell’intelligence dell’amministrazione Trump ed ex forze speciali. Kent ha accusato apertamente il governo di aver trascinato gli Stati Uniti in un conflitto non necessario per servire interessi esterni, denunciando che l’Iran non costituisse una minaccia imminente e avvertendo che il costo in termini di vite americane non è in alcun modo giustificato. Pagine Esteri















