Pagine Esteri – «Non posso in coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana».
È con queste parole che il capo del Centro Nazionale antiterrorismo di Washington, Joe Kent, ha annunciato le proprie dimissioni in polemica cona la decisione di Donald Trump di attaccare l’Iran lo scorso 28 febbraio.
Kent è il primo alto funzionario dell’amministrazione Trump a dimettersi a causa del conflitto, giunto ormai alla terza settimana, manifestando in maniera sempre più evidente il malessere generato dal presidente negli ambienti della destra radicale statunitense.
L’amministrazione presidenziale ha reagito in maniera dura alla defezione. «Come il presidente Trump ha affermato in modo chiaro ed esplicito, aveva prove solide e inconfutabili che l’Iran avrebbe attaccato per primo gli Stati Uniti» ha ribadito la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt in un comunicato.
«Sono felice che sia fuori. Era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza» ha invece commentato Donald Trump.
Kent, vicino agli ambienti dell’estrema destra e sostenitore di una politica estera improntata alla moderazione e al non intervento, ha scritto di aver spiegato a Trump che, all’inizio del suo secondo mandato, «funzionari di alto livello israeliani e membri influenti dei media americani hanno lanciato una campagna di disinformazione che ha completamente compromesso la vostra piattaforma America First e seminato sentimenti pro-guerra per incoraggiare la guerra in Iran».
Questo intervento, secondo Kent, è stato usato per fuorviare il tycoon facendogli credere che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti e che «se si colpiva subito, c’era la sicurezza di una vittoria rapida. Questa era una menzogna ed è la stessa tattica che gli israeliani hanno usato per trascinarci nella guerra disastrosa contro l’Iraq». Kent conclude dicendo «Come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento, e come marito di una soldatessa morta in una guerra provocata da Israele, non posso supportare l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non dà alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo delle vite americane». Pagine Esteri















