Pagine Esteri – La decisione di Donald Trump di imbarcare gli Stati Uniti in una rischiosa guerra contro l’Iran sta rimettendo in discussione il suo ruolo di punto di riferimento di una vasta galassia di partiti e correnti di destra radicale in tutto il mondo.
A partire dal movimento Maga negli stessi Stati Uniti, dove numerosi esponenti di punta e influencer hanno sin da subito preso apertamente le distanze dal tycoon o quantomeno espresso forti dubbi sulla sua (non) strategia.
Sono sempre più numerosi i commentatori e i personaggi di punta del mondo conservatore o apertamente reazionario che negli Stati Uniti si sommano alle critiche espresse al presidente subito dopo l’inizio della nuova guerra che, nelle rassicurazioni di Trump, avrebbe dovuto durare due o tre giorni.
Tra questi ci sono molti esponenti dell’area cattolica che, seppur schierati nettamente a destra, denunciano la cattiva influenza sul presidente delle correnti evangeliche e metodiste e del “sionismo cristiano“.
Molti si interrogano, oltre che sulla violazione dei principi religiosi ed etici, anche sulle conseguenze della azzardata mossa di Trump, che di fatto sta rompendo la variegata e non omogenea coalizione sociale, politica e ideologica che ha riportato il leader repubblicano alla Casa Bianca e che potrebbe provocare una sonora sconfitta dello schieramento trumpiano alle elezioni di medio termine. Per non parlare del rischio di una rinascita del terrorismo contro gli interessi americani in tutto il mondo e di un ulteriore boom dell’odio nei confronti di Washington.
Il timore all’interno dell’amministrazione statunitense è ora che si allarghi ulteriormente la crepa aperta dalle polemiche dimissioni del capo del Centro Nazionale antiterrorismo di Washington, il veterano di guerra Joe Kent.
Un campanello d’allarme lo ha fatto suonare il sostanziale fallimento della conferenza internazionale che, nelle intenzioni dei promotori – tra cui la deputata della Florida Anna Paulina Luna, nota per la sua estrema fedeltà al tycoon – doveva dar vita a un’estensione internazionale dell’America First.
Pur contando sul sostegno di Turning Point, l’organizzazione fondata dall’icona Maga Charlie Kirk, la conferenza che si è svolta in un hotel di Washington dal 4 al 6 marzo non ha soddisfatto le aspettative. A interloquire con il presidente della Camera degli Stati Uniti, il repubblicano Mike Johnson, sono stati solo l’ex candidato presidenziale rumeno di estrema destra George Simion e alcuni rappresentanti di medio livello provenienti da Austria, Belgio, Georgia, Cipro, Croazia, Serbia e Germania.
La cosiddetta operazione “Furia epica” ha incrinato visibilmente i rapporti di solidarietà politica e di collaborazione tra molti partiti dell’estrema destra europea e l’amministrazione americana, mentre si conferma la fedeltà al tycoon della galassia reazionaria latinoamericana.
A criticare apertamente Trump denunciando la scelta di attaccare l’Iran non sono soltanto piccoli gruppi apertamente neofascisti e neonazisti che in nome di un presunto antimperialismo (in realtà antiamericanismo) hanno generalmente difeso il regime di Teheran, ma anche forze politiche di primo piano.
Dalla parte della Casa Bianca, in Europa, si sono schierati finora esplicitamente Nigel Farage e il suo “Reform Uk” che tutti i sondaggi danno come primo partito alle prossime elezioni britanniche. L’ex capofila della Brexit ha più volta criticato il premier laburista Keir Starmer per lo scarso sostegno accordato «agli americani in questa lotta vitale contro l’Iran» anche se, interrogato sul rischio che un’ondata di profughi iraniani e libanesi si riversi in occidente, ha chiarito che «dovrebbero essere ospitati in Medio Oriente e non in Gran Bretagna». L’entusiastico sostegno alla Casa Bianca però potrebbe costare una perdita di voti a Farage, visto che un sondaggio realizzato da YouGov nei giorni scorsi mostrava che solo il 28% dei suoi potenziali elettori concorda con il fondatore della formazione.
Nel Regno Unito il resto della galassia nazionalista e reazionaria si è divisa. Se Tommy Robinson, islamofobo e convinto sostenitore di Israele sostiene con entusiasmo “Furia Epica”, il leader del partito “Britain First”, Paul Golding, ha scritto: «Non è la nostra lotta, non è la nostra guerra. Mettiamo la Gran Bretagna al primo posto».
Fedeli a Trump sono rimasti, anche per motivi di opportunità politica, i postfranchisti di Vox, che criticano aspramente il leader socialista spagnolo Pedro Sanchez per aver condannato l’aggressione all’Iran e proibito l’uso delle basi all’aviazione statunitense. Una posizione simile ce l’ha il Partito della Libertà olandese.
Invece i dirigenti di “Alternativa per la Germania” oscillano tra lo scetticismo e la critica aperta, nonostante lo scorso anno Vance avesse apertamente invitato la CDU del cancelliere Merz a “non aver paura” a governare insieme alla formazione estremista.
Tino Chrupalla, co-presidente del partito che siede nel gruppo più a destra del Parlamento Europeo – “Europa delle nazioni sovrane” – ha ad esempio avvertito che Trump sta diventando “un presidente di guerra”. L’altra portavoce di Afd, Alice Weidel, ha dichiarato che «la nuova destabilizzazione del Medio Oriente non è nell’interesse della Germania e deve finire». «Un collasso dell’Iran sarebbe catastrofico, scatenando massicce ondate migratorie, gravi shock sui prezzi dell’energia e altri danni collaterali che graverebbero inevitabilmente sulla nostra popolazione», ha detto a Euronews.
«La divisione interna all’AfD sulla politica estera è il risultato di un partito che ospita sotto lo stesso tetto due visioni geopolitiche profondamente incompatibili», scrive il giornalista tedesco Nils Schniederjann. «Da un lato, c’è la fazione culturalmente orientata verso gli USA, che considera l’Occidente un progetto di civiltà e Israele un suo avamposto. Dall’altro lato, c’è la fazione che rifiuta gli Stati Uniti come potenza egemonica, vuole l’Europa come entità geopolitica indipendente e, spesso, si allinea agli interessi russi».
Le ricadute del conflitto preoccupano anche il Vlaams Belang, il partito della destra nazionalista fiammingo che in un intervento al parlamento di Bruxelles ha ricordato gli effetti nefasti degli interventi militari occidentali in Iraq, Libia e Siria. Simile è la posizione di “ANO”, partito al governo nella Repubblica Ceca, che pur non volendo criticare esplicitamente Trump vuole tenere il paese fuori dal conflitto e teme l’aumento dei costi energetici.
In Francia Marine Le Pen, a capo del Rassemblement National, pur avendo criticato il blitz militare contro il Venezuela a gennaio in nome del fatto che «la sovranità degli stati non è mai negoziabile» ha inizialmente espresso un cauto sostegno nei confronti dell’attacco contro l’Iran. Nonostante la condanna del regime iraniano, però, il partito giudica l’intervento statunitense “al di fuori del diritto internazionale” e critica un cambio di regime imposto dall’esterno.
Invece sta pesando il silenzio del partito di governo ungherese, il Fidesz, che non ha condannato ma neanche sostenuto i bombardamenti in Iran. D’altronde Viktor Orbàn, che accusa l’UE di non voler seguire fino in fondo Trump nella ricerca di un compromesso con Mosca per riportare la pace in Ucraina, ora difficilmente può elogiare l’apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente.
È evidente poi l’imbarazzo della destra di governo italiana. Se la premier Giorgia Meloni non ha mancato di rimarcare la propria amicizia con Donald Trump, elogiato come “uomo di pace”, i dirigenti del governo italiano non hanno potuto negare che l’aggressione all’Iran avviene al di fuori della legalità internazionale affermando in maniera pilatesca di non condividere né condannare la decisione della Casa Bianca.
Ora le forze populiste di destra e nazionaliste europee – ma non solo – sperano che l’avventura iraniana di Trump si chiuda il prima possibile per evitare emorragie di consensi e tornare a dare un’impressione di unità e compattezza internazionale.
Ma, per quanto convergano sui “valori” di riferimento – sovranismo, xenofobia, conservatorismo sociale, islamofobia – le varie formazioni tendono a dividersi sulla base di una faglia geopolitica che si era già manifestata con la manifestazione da parte di Trump di esplicite pretese sulla Groenlandia. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria
















