Le speranze del presidente Trump che un piano israeliano volto a innescare una rivolta interna contro il governo teocratico iraniano potesse portare la guerra a una conclusione rapida sono state finora deluse. Questo il quadro tracciato dal New York Times che, a tre settimane dall’inizio delle ostilità, analizza il fallimento di una strategia basata su presupposti di intelligence rivelatisi fragili. Le valutazioni degli apparati di sicurezza americani e israeliani concludono ora che, sebbene indebolito, l’esecutivo di Teheran resta intatto e saldamente al potere, nonostante le pesanti campagne aeree e le operazioni mirate.

Le origini di questa strategia risalgono a metà gennaio, quando David Barnea, capo del Mossad, presentò al Primo Ministro Benyamin Netanyahu e ad alti funzionari dell’amministrazione Trump una proposta ambiziosa. Il piano prevedeva che, entro pochi giorni dall’inizio del conflitto, i servizi segreti israeliani sarebbero stati in grado di galvanizzare l’opposizione interna, scatenando rivolte e atti di ribellione capaci di portare al collasso del sistema teocratico. Netanyahu adottò con entusiasmo la proposta, nonostante i dubbi sulla sua fattibilità espressi da diversi funzionari americani e persino da settori dell’intelligence militare israeliana, l’AMAN.

L’ottimismo di Trump e Netanyahu si scontrava con la realtà di un Paese dove il controllo sociale è esercitato con estrema durezza. “Prendetevi il vostro governo: sarà vostro”, aveva dichiarato Trump rivolgendosi agli iraniani nel suo discorso inaugurale di inizio guerra, esortandoli a cercare rifugio dai bombardamenti per poi scendere in piazza. Tuttavia, la mobilitazione di massa non si è materializzata.

L’idea che Israele e Stati Uniti potessero istigare una rivolta diffusa si è rivelata un errore strutturale nella preparazione di un conflitto che si è ormai esteso a tutto il Medio Oriente. Invece di implodere, Teheran ha reagito con una logica di escalation, colpendo basi militari, città e navi nel Golfo Persico, oltre a installazioni petrolifere e di gas vulnerabili. Le interviste condotte dal quotidiano statunitense a oltre una dozzina di funzionari attuali ed ex rivelano una frustrazione crescente dietro le quinte. Netanyahu avrebbe manifestato irritazione per le promesse non mantenute del Mossad, temendo che Trump possa decidere di porre fine alla guerra prima del raggiungimento degli obiettivi politici.

Nate Swanson, ex membro del team negoziale della Casa Bianca, ha sottolineato come la mancanza di un piano serio per promuovere un’insurrezione sia stata una costante. Secondo Swanson, la stragrande maggioranza della popolazione, pur non amando il regime, non è disposta a morire opponendosi a esso, specialmente sotto i bombardamenti. “Non si fanno le rivoluzioni dall’aria”, ha ammesso lo stesso Netanyahu in una recente conferenza stampa, pur continuando a sostenere che la campagna aerea sarà alla fine supportata da forze sul campo, di cui però non ha voluto rivelare i dettagli.

Un elemento chiave del piano israeliano riguardava l’impiego delle milizie curde iraniane basate nel nord dell’Iraq. Nonostante il sostegno storico del Mossad e della CIA a questi gruppi, il fronte si è rivelato problematico. Trump stesso, una settimana dopo l’inizio dei combattimenti, ha dichiarato di aver esplicitamente ordinato ai leader curdi di non inviare milizie in Iran per evitare massacri. Inoltre, la Turchia ha avvertito fermamente Washington contro ogni sostegno all’azione curda, temendo ripercussioni interne. Molti analisti sostengono che un’avanzata curda potrebbe addirittura sortire l’effetto opposto, unendo la popolazione iraniana, fortemente nazionalista, contro un movimento percepito come separatista.

Le valutazioni dell’intelligence americana precedenti al conflitto consideravano già il collasso del governo iraniano come un esito improbabile. Anche sotto pressione, come durante le proteste di gennaio che hanno visto migliaia di vittime, il regime è sempre riuscito a reprimere i disordini. Gli scenari più verosimili indicano che le fazioni radicali manterranno il controllo delle leve del potere, o che eventuali scontri interni tra apparati di sicurezza porterebbero a lotte tra leader religiosi rivali piuttosto che a un movimento democratico.

Mentre il predecessore di Barnea al Mossad, Yossi Cohen, aveva ridotto al minimo le risorse per il cambio di regime ritenendolo un obiettivo irraggiungibile, l’attuale leadership ha invertito la rotta, convinta che bombardamenti intensi e assassini mirati avrebbero rimosso l’ostacolo psicologico della paura. Eppure, le piazze restano vuote e il conflitto prosegue su binari puramente militari. L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, continua a sostenere la necessità di “stivali iraniani sul terreno” per porre fine alla guerra, ma al momento questi stivali sembrano non avere alcuna intenzione di marciare verso Teheran per conto di potenze straniere.