foto di Rosblespepe – Wikimedia commons

Non si sono mai stancate di cercare chi non c’è più: mamme e nonne di Plaza de Mayo sono ancora lì, in quella piazza, ogni giovedì, ancora oggi, a 50 anni dal 24 marzo 1976, quando per molte di loro iniziò l’incubo della sparizione forzata.

“Nonostante i bastoni e le sedie a rotelle, ‘le pazze’ sono ancora in piedi”. Così Taty Almeida, 95 anni, una delle figure simbolo della lotta per i desaparecidos, racconta oggi cosa significa attraversare mezzo secolo di ricerca e resistenza. La sua voce, raccolta in un’intervista pubblicata da eldiarioAR, è insieme memoria e presente: “Non sappiamo dove sono sepolti, non abbiamo un posto dove portare un fiore”.

Cinquant’anni dopo il golpe del 24 marzo 1976, l’Argentina torna in piazza. Non è solo una commemorazione: è un conflitto aperto sul senso della storia e sul presente. Perché ciò che accadde tra il 1976 e il 1983 non è un capitolo chiuso, ma una ferita ancora attiva che continua a interrogare la società argentina.

Il colpo di Stato guidato da Jorge Rafael Videla diede inizio a una dittatura civico-militare-ecclesiastica e al Proceso de Reorganización Nacional, un progetto che trasformò la violenza in politica pubblica. La repressione che negli anni precedenti aveva già assunto forme para-statali venne sistematizzata: sequestri, torture, esecuzioni e sparizioni forzate divennero parte di un dispositivo centralizzato, pianificato, capillare.

Non si trattò di una risposta a un conflitto, ma di un disegno strategico. Un genocidio, costruito attraverso un piano sistematico che mirava a rifondare il paese: distruggere le organizzazioni politiche e sindacali, disciplinare la società, ristrutturare l’economia e cancellare ogni progetto di emancipazione.

In questo quadro si inserisce il Plan Cóndor, coordinamento repressivo tra le dittature del Cono Sud promosso, sostenuto e coordinato dagli Stati Uniti nel pieno della Guerra fredda. Non fu solo un’alleanza militare: fu un progetto geopolitico pensato per imporre il neoliberismo nel continente, eliminando con la violenza ogni opposizione sociale e politica.

La macchina repressiva si articolò in centinaia di centri clandestini di detenzione e sterminio, disseminati su gran parte del territorio nazionale. Circa 30.000 persone furono fatte sparire, migliaia incarcerate ed esiliate, centinaia di bambini sottratti alle loro famiglie e affidati a militari o a settori complici del regime.

“Sappiamo cosa significa portare un figlio in grembo per nove mesi perché poi te lo strappino in quel modo”, racconta ancora Almeida. La sua storia personale è quella di migliaia di famiglie. Ma è anche il punto di partenza di un movimento senza precedenti.

Le Madres de Plaza de Mayo trasformarono il dolore in azione politica. Quelle donne che la dittatura definiva “locas” costruirono uno dei movimenti per i diritti umani più importanti al mondo. Il pañuelo bianco, nato da un pannolino di tela, divenne un simbolo globale. E la loro lotta – “Memoria, Verdad y Justicia” – contribuì a costruire un nuovo patto democratico.

Non furono sole. Nonostante il genocidio in corso, la società argentina continuò a resistere.
“Durante il 1976 si registrarono 89 conflitti sindacali con 190 mila lavoratori coinvolti; nel 1977 furono 100 con 514 mila partecipanti. Nel 1978 i conflitti salirono a 4.000, con 1.300 solo nel primo semestre”, sostiene Martín, storico argentino. A queste forme di lotta si aggiunse il trabajo a tristeza, una resistenza quotidiana e diffusa che, insieme alle grandi mobilitazioni – fino allo sciopero generale del 1981 – contribuì a logorare il regime.

Quel genocidio non fu solo militare. Fu sostenuto da settori dell’imprenditoria, da gruppi economici, da parte della stampa e da una parte significativa della gerarchia ecclesiastica. Il genocidio servì anche a imporre un nuovo modello economico, fondato sulla liberalizzazione, sull’indebitamento e sulla distruzione del tessuto produttivo e sindacale.

A cinquant’anni di distanza, quella storia torna al centro del conflitto politico. Il governo di Javier Milei ha riaperto fronti che sembravano chiusi: dal negazionismo sul numero dei desaparecidos all’attacco alle politiche della memoria.

“Questo pagliaccio che abbiamo come presidente, con rispetto per i pagliacci, nega che ci siano stati 30.000 desaparecidos”, afferma Almeida.

Ma il punto non è solo il passato. È il presente. Tagli alla spesa pubblica, attacco all’educazione e alla sanità, repressione delle proteste: per molti, il conflitto sui diritti umani si estende oggi ad altri ambiti.

In controluce, riemergono elementi che richiamano lo stesso impianto economico che accompagnò il progetto golpista: l’idea di uno Stato “piccolo” sul piano sociale ed economico, arretrato nelle sue funzioni redistributive ma forte nel garantire ordine e disciplina. Un’impostazione che ha attraversato la storia recente del paese – dalle politiche di Carlos Menem a quelle di Mauricio Macri – e che oggi il governo di Javier Milei ripropone in forma radicale, rilanciando una visione in cui il mercato si sostituisce allo Stato e i diritti sociali vengono ridefiniti come costo.

Il governo Milei non attacca solo la memoria in termini discorsivi, ma anche materiali. All’interno de La Libertad Avanza sono presenti figure con legami diretti o indiretti con la dittatura e l’apparato militare, protagoniste di un discorso che punta a seminare dubbi e a rimettere in discussione verità storiche consolidate.

Su questo terreno, però, l’azione governativa non sembra aver prodotto risultati decisivi. Lo scontro sulla memoria, infatti, non appare centrale per una parte consistente dell’elettorato. Pare evidente come il sostegno elettorale a Milei non coincida con un’adesione totale al suo progetto politico: tra gli elettori di Milei vi sono milioni di persone che non accettano discorsi revisionisti. Milei lo sa, ma utilizza il potere istituzionale per spingere la propria agenda, tanto sul piano economico quanto su quello politico e culturale.

Allo stesso tempo, la società argentina vive una contraddizione profonda. Da un lato, la memoria resta forte. Dall’altro, cresce la disillusione verso la politica e la partecipazione. Le condizioni materiali – precarietà, lavori multipli, mancanza di tempo – incidono direttamente sulla possibilità stessa di partecipare.

Eppure, il 24 marzo continua a essere una data capace di mobilitare. Non solo per ricordare, ma per riaffermare un principio: il “Nunca Más” non è un punto fermo nel passato, ma una pratica che si rinnova nel presente.

“Anche se costa, bisogna continuare a parlarne e non stancarsi mai”.

Cinquant’anni dopo, le Madres continuano a camminare. E con loro, un paese che ancora si interroga su cosa significhi davvero giustizia.