Poche ore prima che i bombardieri statunitensi e israeliani colpissero obiettivi in Iran, aprendo una nuova fase di conflitto in Medio Oriente, una telefonata riservata tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe rappresentato uno snodo cruciale nella decisione di procedere all’attacco presa da Donald Trump. A rivelarlo è un’inchiesta di Reuters, basata su fonti informate sui colloqui interni.
Secondo quanto riferito, entrambi i leader erano stati informati dai servizi di intelligence che la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, e i suoi più stretti collaboratori si sarebbero riuniti in un complesso a Teheran. L’occasione per decapitare la leadership iraniana. Nuove informazioni indicavano tuttavia che l’incontro era stato anticipato, restringendo ulteriormente i tempi di un attacco.
Nel corso della conversazione, Netanyahu avrebbe insistito sulla necessità di agire immediatamente, sostenendo che un’opportunità simile per eliminare Khamenei difficilmente si sarebbe ripresentata. Tra gli argomenti avanzati anche un presunto coinvolgimento iraniano in tentativi di assassinio contro Trump, inclusa una presunta trama del 2024. Un elemento che, secondo fonti citate da Reuters, avrebbe rafforzato il peso politico e personale della decisione.
Al momento della telefonata, Trump aveva già autorizzato in linea di principio un’operazione militare contro l’Iran, ma non aveva ancora stabilito tempi e modalità. La pressione israeliana, unita alle nuove informazioni di intelligence, avrebbe contribuito a trasformare l’ipotesi in un ordine operativo: il 27 febbraio il presidente diede il via libera definitivo all’operazione, denominata “Epic Fury”. Le prime bombe caddero il mattino successivo. In serata, Trump annunciò la morte di Khamenei.
La Casa Bianca, pur senza confermare direttamente la telefonata, ha dichiarato che l’obiettivo dell’operazione era distruggere le capacità missilistiche e nucleari iraniane e impedire a Teheran di armare i propri alleati regionali.
Netanyahu ha respinto le accuse secondo cui Israele avrebbe trascinato gli Stati Uniti in guerra, definendole “fake news” e ribadendo che la decisione finale spettava esclusivamente a Washington. Anche Trump ha sostenuto pubblicamente di aver agito in autonomia. Tuttavia, secondo Reuters, il premier israeliano si sarebbe rivelato un interlocutore particolarmente efficace, capace di incorniciare l’operazione come un’occasione storica, persino per favorire un cambio di regime a Teheran.
L’attacco si inserisce in una dinamica più ampia. Già a giugno, Israele aveva colpito siti nucleari e missilistici iraniani, con un successivo coinvolgimento americano. Nei mesi successivi, nonostante tentativi di riavviare il dialogo diplomatico, le tensioni erano rimaste elevate. A spingere verso una nuova offensiva sarebbero stati anche fattori esterni, come le proteste interne in Iran e il rafforzamento della cooperazione militare tra Stati Uniti e Israele. Le conseguenze sono state immediate e pesanti. Gli attacchi hanno provocato oltre 2.300 morti civili iraniani e la morte di almeno 13 militari statunitensi, oltre a ritorsioni contro obiettivi americani e alleati nel Golfo. La crisi ha inoltre innescato un’impennata dei prezzi del petrolio e la chiusura di rotte marittime strategiche.
Sul piano politico interno iraniano, l’eliminazione di Khamenei non ha prodotto l’effetto annunciato da Washington e Tel Aviv. La guida suprema è stata sostituita dal figlio Mojtaba, considerato più intransigente, e non ci sono state proteste per un “cambio di regime”. Una valutazione, quest’ultima, che secondo Reuters era già stata anticipata dalla CIA.
A quattro settimane dall’inizio del conflitto, l’Iran ora è sotto il controllo pieno delle Guardie rivoluzionarie e ha dimostrato una notevole capacità di resistenza che Israele e Usa non si aspettavano.

















