Sabato 28 marzo 2026, l’ennesimo attacco di precisione ha colpito il cuore della stampa internazionale: tre giornalisti sono stati uccisi in un raid aereo nel distretto di Jezzine, nel sud del Libano, mentre si trovavano a bordo di un veicolo chiaramente contrassegnato con la scritta “Press”.
Le vittime sono Ali Shoeib, storico corrispondente di al-Manar, Fatima Ftouni, reporter della rete panaraba Al Mayadeen, e suo fratello Mohammed Ftouni, operatore video. Fatima era stata in diretta video solo tre ore prima di essere colpita dai quattro missili di precisione che hanno sventrato il veicolo. L’attacco non si è fermato ai giornalisti: secondo le testimonianze dei colleghi sul campo, i paramedici accorsi sul luogo dell’esplosione sono stati a loro volta bersagliati, portando alla morte di un operatore sanitario. È un copione che si ripete, volto non solo a eliminare chi documenta i fatti, ma anche chi tenta di prestare soccorso. Lo hanno testimoniato in tanti e ormai accade ogni giorno: un primo colpo per colpire il “bersaglio”, un secondo nel momento in cui giungono le ambulanze.
Ali Shoeib non era un cronista qualunque: era considerato un pilastro dei media libanesi, avendo coperto quasi ogni conflitto dal 1992 ad oggi, dalla liberazione del sud nel 2000 alla guerra del 2006. L’esercito israeliano ha giustificato l’omicidio accusandolo di essere un operativo dell’intelligence di Hezbollah, incaricato di individuare le posizioni dei soldati israeliani. Tuttavia, come sottolineato dal presidente libanese Joseph Aoun (spesso fin troppo morbido nei confronti di Tel Aviv), queste accuse rispecchiano una prassi di criminalizzazione della stampa per giustificare violazioni del diritto internazionale e delle Convenzioni di Ginevra del 1949, che proteggono i giornalisti in quanto civili finché non partecipano direttamente alle ostilità. Israele non fornisce prove delle sue accuse, a Gaza come in Libano. Ma anche se ci fossero collegamenti con Hezbollah, che rappresenta nel Paese un importante attore politico e sociale – oltre che l’unica vera forza armata in grado di opporsi all’occupazione di Tel Aviv – non esiste legge né etica che possa giustificare l’assassinio mirato di operatori dell’informazione.
Il tributo di sangue pagato dalla redazione di Al Mayadeen in Libano è particolarmente pesante e rivela un disegno che va oltre la tragica fatalità del campo di battaglia. Non è infatti la prima volta che i corrispondenti della rete vengono presi di mira in modo deliberato. Poco dopo l’inizio delle ostilità nel 2023, la corrispondente Farah Omar e il cameraman Rabih Me’mari sono stati uccisi in un’aggressione israeliana il 21 novembre 2023, colpiti subito dopo aver terminato una diretta. Quasi un anno dopo, il 25 ottobre 2024, un altro attacco mirato ha portato al martirio di Ghassan Najjar e Mohammad Reda.
Questo eccidio è solo l’ultimo di una campagna che mira a trasformare il Libano in un “cimitero per l’informazione”. Secondo i dati riportati da L’Orient-Le Jour, tra ottobre 2023 e ottobre 2025, sono stati almeno 13 i giornalisti o collaboratori della stampa uccisi dai raid israeliani in territorio libanese. In molti di questi casi, come quello di Issam Abdallah nell’ottobre 2023, inchieste internazionali hanno concluso che si sia trattato di un omicidio intenzionale. Solo pochi giorni fa, il 17 marzo, un altro raid ha centrato l’abitazione di Mohammad Cherri, direttore dei programmi politici di al-Manar, uccidendo lui e sua moglie e ferendo figli e nipoti. Il 19 marzo, due giornalisti di Russia Today sono rimasti feriti mentre documentavano i movimenti sul ponte Qannayat, nonostante l’area fosse monitorata.
La portata della carneficina è senza precedenti nella storia moderna della professione. Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) documenta che dall’inizio del conflitto nel 2023, la strategia israeliana ha portato all’uccisione di un numero di giornalisti superiore a quello di qualsiasi altro governo da quando l’organizzazione ha iniziato a raccogliere dati nel 1992. Solo in Libano, oltre alle vittime più recenti, si contano i nomi di Hussain Hamood, fotografo freelance ucciso a Nabatiyeh il 25 marzo 2026, e i già citati Farah Omar e Rabih Me’mari. Secondo il CPJ, l’81% dei giornalisti uccisi deliberatamente nel mondo nel 2025 è attribuibile alle azioni israeliane.
Questa strategia di eliminazione dei testimoni si affianca a una sistematica distruzione dell’ambiente civile. L’esercito ha dichiarato apertamente di non poter garantire la sicurezza dei giornalisti, un’affermazione che suona come una minaccia in un contesto dove droni e missili di precisione vengono utilizzati per colpire veicoli con insegne stampa visibili. L’obiettivo sembra essere quello di prevenire qualsiasi copertura delle azioni militari nel sud del Paese, proprio mentre si svolge un’offensiva di terra su larga scala che mira, come dichiarato dai vertici dell’esercito di Tel Aviv, all’occupazione permanente.
La comunità dei media libanesi denuncia un clima di impunità totale: nessuna indagine indipendente è stata avviata per i casi di omicidio mirato degli ultimi anni. Il rischio, come evidenziato dalle testate indipendenti, è che il blackout informativo permetta un’escalation militare senza testimoni, dove la verità diventa la prima vittima di una guerra che non risparmia né i simboli della stampa né le vite di chi li indossa. Pagine Esteri















