L’ordine di evacuazione è arrivato, come spesso accade, qualche minuto prima del bombardamento israeliano, ma per sette persone nel villaggio di Kfar Hatta, fra cui sei membri di una stessa famiglia e una bambina di 4 anni, questo non è stato sufficiente per  sfuggire alla morte. Fonti locali hanno dichiarato che la famiglia non era in possesso di un mezzo di locomozione e che stava aspettando che qualcuno potesse portarli in salvo. Una famiglia che era già stata costretta ad evacuare la propria casa da un villaggio nel distretto di Nabatieh, per cercare rifugio dai bombardamenti israeliani, dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente e l’intensificarsi degli attacchi nel sud del Libano.

Il villaggio di Kfar Hatta, nel distretto di Sidone, è stato colpito durante la notte di Pasqua da almeno sei raid aerei israeliani; un bombardamento indiscriminato che ha colpito aree residenziali e diversi edifici e che si aggiunge ad un quadro sempre più drammatico dell’attuale situazione in Libano.

Una domenica di Pasqua segnata dal sangue anche a Beirut.

Nel quartiere di Jnah, almeno cinque persone, fra cui una bambina di quindici anni sono state uccise e altre 52 sono rimaste ferite a seguito del bombardamento israeliano sulla capitale libanese, l’attacco è avvenuto nel pomeriggio della domenica di Pasqua e ha preso di mira un edificio residenziale di tre piani vicino all’ospedale universitario Rafic Hariri, provocando una distruzione diffusa dell’area. Un bilancio, quello delle vittime civili di questo conflitto, in continuo aumento.

Nonostante gli ordini di evacuazione, le aree che si estendono dall’aeroporto internazionale Rafic Hariri verso il centro della capitale libanese sono zone densamente popolate e rappresentano importanti arterie stradali che collegano le periferie con i quartieri centrali; colpirle equivale a una deliberata volontà di attaccare strutture e aree civili.

Secondo le agenzie di stampa libanesi solo nella giornata di domenica Israele avrebbe condotto otto operazioni militari nei quartieri sud di Beirut, in quella che è stata definita come una delle giornate più intense e violente dalla ripresa della guerra il 2 marzo 2026. Nella serata di domenica un bombardamento israeliano ha colpito anche l’area a est della capitale a Aïn Saadé uccidendo tre persone fra cui un membro delle forze libanesi e sua moglie. Intanto continuano i bombardamenti anche nel sud del paese dove diverse aree sono state colpite, fra cui il ponte di Qasmiyé-Bourj Rahal, sulla strada che collega Tiro a Saida, uno degli ultimi punti di passaggio che attraversano il fiume Litani.

Le dichiarazioni dell’esercito israeliano si ripetono, identiche e scontate, sostenendo che gli obiettivi, anche in aree civili, sarebbero esponenti di Hezbollah e le loro infrastrutture, accusando il movimento sciita di utilizzare la popolazione come scudo umano. Secondo i dati ufficiali del Ministero della Sanità Libanese, invece, il bilancio dei morti a seguito dei bombardamenti israeliani, è salito a 1461 civili e a oltre 4200 feriti.

Numeri che probabilmente sono destinati a crescere, anche alla luce delle dichiarazioni del governo israeliano sul futuro che esso auspica per il Libano. Alcune dichiarazioni di alti esponenti del governo di Netanyahu, infatti, indicano chiaramente la volontà di condurre operazioni militari tali da portare il Libano nella stessa situazione in cui si trova la striscia di Gaza.

In una dichiarazione riportata dall’ANSA, il ministro della Difesa israeliano Katz ha annunciato che tutte le case nei villaggi libanesi vicino al confine saranno demolite, seguendo il “modello Rafah e Khan Yunis”.  Una politica di aggressione che costringerebbe più di 600.000 persone a non poter più fare ritorno alle proprie abitazioni.

Una narrazione, quella israeliana, che cerca di ribaltare il concetto di aggredito e aggressore e, nel teatro della politica globale, rappresentare Israele come il paese aggredito che ha il “diritto” di difendersi.

Nel frattempo, i governi europei non prendono posizione contro l’occupazione in Libano. In una dichiarazione congiunta del 31 marzo, firmata da quindici ministri degli Esteri europei, tra cui anche l’Italia, si pone l’accento sui concetti di “preoccupazione” e di “sostegno al governo libanese e alla sua autonomia”, ma si evita di assumere una posizione netta contro Israele, la cui aggressione non viene menzionata nel documento.

Una solidarietà sterile e ambigua, quella espressa nella dichiarazione, che richiama il ritorno agli accordi stabiliti con il cessate il fuoco del 27 novembre 2024, eludendo però che tali accordi non sono mai stati rispettati da Israele. Secondo stime internazionali, infatti, il cessate il fuoco sarebbe stato violato più di undicimila volte nell’arco di quindici mesi da parte dell’esercito israeliano.

La guerra si sta estendendo intanto anche alle linee di collegamento strategiche fra il Libano e le nazioni confinanti. Israele ha infatti annunciato l’intenzione di colpire il valico del Masnaa border crossing, il principale punto di passaggio tra Libano e Siria, accusando Hezbollah di utilizzarlo per il trasferimento di armi. Le autorità locali da entrambi i lati del confine hanno avviato l’evacuazione dell’area  e della strada M30 che conduce al border, e il passaggio è stato sospeso fino a data da definirsi.

La chiusura del valico di Masnaa rischia di isolare ulteriormente il Libano, trattandosi dell’unica frontiera terrestre attraverso la quale transita il maggiore afflusso di merci destinate al commercio con gli altri Paesi arabi. Ma le conseguenze della chiusura del valico non sarebbero soltanto economiche. Dal punto di vista umano, infatti, la misura bloccherebbe il passaggio di numerosi siriani che, soprattutto dall’inizio del conflitto, hanno attraversato questa frontiera per rientrare nel proprio paese d’origine, interrompendo così un flusso che negli anni è rimasto essenziale per migliaia di persone.

Mentre il governo di Tel Aviv intensifica le operazioni militari, Hezbollah continua a colpire le postazioni israeliane sul territorio libanese e sul territorio israeliano attraverso il lancio di razzi verso le colonie occupate. Il giornale Al Mayadeen, legato al movimento sciita, ha riportato 42 operazioni militari della resistenza nella giornata di sabato e 31 nella giornata di domenica.

Sebbene il governo israeliano abbia imposto una censura sulle notizie, Israele ha dovuto ammettere l’uccisione di almeno dieci soldati dall’inizio di marzo 2026 a seguito degli scontri con i membri della resistenza libanese.

Sempre nella giornata di domenica, nonostante la smentita da parte del governo di Tel Aviv, in un comunicato ufficiale Hezbollah ha dichiarato di aver colpito con un missile da crociera una nave israeliana situata al largo delle coste libanesi. Operazioni di questo calibro, se fossero confermate, riporterebbero alla memoria gli attacchi della resistenza libanese durante la guerra del 2006. In quell’occasione, durante un comizio del leader di Hezbollah  Sayyed Hassan Nasrallah, ( ucciso da Israele nel settembre 2024 ndr), il movimento sciita colpì una nave israeliana davanti alle coste di Beirut, mentre in diretta il leader pronunciava le parole “ Guardate mentre brucia”.