Pagine Esteri – Dopo esser stato smentito da Netanyahu – «il cessate il fuoco non include il Libano» aveva detto mercoledì all’alba il premier israeliano prima di ordinare un massiccio bombardamento del paese dei Cedri che ha provocato più di 250 morti e migliaia di feriti – Donald Trump sta tentando di aggiustare il tiro.
Tra una dichiarazione di “vittoria” e l’altra, inserite in proclami sempre più contraddittori e sconclusionati, l’inquilino della Casa Bianca cerca ora di convincere il suo “alleato” – secondo molti il vero dominus del sodalizio – a non esagerare in Libano per non far saltare un cessate il fuoco al quale, evidentemente, tiene molto.
Del resto per ottenerla – e con essa una via d’uscita onorevole dalla trappola nel quale si è infilato il 28 febbraio con l’inizio dei bombardamenti su Teheran – il presidente degli Stati Uniti ha dovuto concedere molto alla controparte, pur rivendicando il pieno successo di una strategia che non è mai stato in grado di spiegare in modo convincente neanche per i suoi stessi elettori.
Non sono solo i detrattori del tycoon a notare quel che appare un significativo fallimento strategico per la Casa Bianca e gli interessi statunitensi.
Più di cinque settimane di massicce operazioni militari, che sono costate decine di miliardi alle casse federali, non hanno ottenuto né il crollo del regime iraniano né la sua sostituzione con delle seconde o terze file disponibili a conservare il potere a Teheran adeguandosi ai diktat di Washington sulla base di un modello già sperimentato, apparentemente con efficacia, in Venezuela.
Non solo gli attacchi israelo-americani non hanno causato una sollevazione popolare ma anzi l’aggressione esterna ha ricompattato attorno al regime alcuni settori politici e popolari che in condizioni di normalità manifesterebbero ben poche simpatie per gli ayatollah. Neanche le consistenti minoranze etniche che popolano alcune regioni dell’Iran si sono rese disponibili a fungere da “fanteria” di un’operazione militare che dal cielo ha causato enormi danni al paese ma non lo ha piegato.
Neanche l’apparato militare iraniano, sicuramente fortemente danneggiato, è stato però azzerato da bombardamenti che hanno colpito, a detta del Pentagono, circa 13 mila obiettivi. L’Iran anzi è riuscito a tenere testa all’enorme schieramento militare offensivo utilizzando tecnologie belliche relativamente a basso costo a fronte delle armi estremamente costose utilizzate dagli avversari per attaccare il territorio iraniano o per difendere i paesi del golfo colpiti per rappresaglia da Teheran.
I continui lanci di missili e droni da parte dell’Iran hanno provocato enormi danni economici agli alleati arabi degli Stati Uniti, rivelando l’estrema fragilità delle petromonarchie ma anche delle decine di basi e postazioni militari statunitensi sparse in Medio Oriente.
Una fragilità rivelata in maniera eclatante dall’impossibilità per Washington e le varie potenze sunnite di riaprire manu militari lo stretto di Hormuz al passaggio delle petroliere e delle navi cariche di fertilizzanti, con conseguenze ancora difficili da valutare per l’intera economia globale. Non solo Trump non è riuscito a impadronirsi del petrolio iraniano, ma le conseguenze del blocco di Hormuz gravano sull’economia del suo paese provocando rabbia e disorientamento tra i cittadini statunitensi.

Trump non ha deluso soltanto molti dei suoi elettori ma è stato anche lasciato solo dai suoi tradizionali alleati europei e asiatici, che se in alcuni casi lo hanno agevolato sul piano logistico si sono ben guardati da aderire a una guerra che sembrava persa in partenza e condotta da Washington al traino soprattutto degli interessi israeliani.
Le scomposte invettive contro gli alleati europei e la Nato e le giravolte a proposito dei punti concordati per portare avanti il negoziato ospitato dal Pakistan – che sarebbero diversi da quelli resi noti dall’Iran – dimostrano l’estrema difficoltà dell’inquilino della Casa Bianca.
Non sta messo meglio Benjamin Netanyahu, attaccato in patria perché non è riuscito a ottenere alcun risultato strategico e apparentemente intenzionato a far saltare il negoziato tra Washington e Teheran per rimanere a galla. Non a caso il leader israeliano ha intensificato i massacri in Libano, ben sapendo che difficilmente la Repubblica Islamica potrà abbandonare del tutto Hezbollah e gli sciiti libanesi.
D’altronde la tregua siglata martedì notte – da Washington, che l’ha poi comunicata a Tel Aviv generando l’ira della leadership israeliana – è alquanto fragile. Certo non si basa sui diktat statunitensi – la capitolazione di Teheran, il controllo di Hormuz affidato a Washington e la rinuncia totale dell’Iran al proprio programma nucleare – ma la distanza tra il piano in dieci punti proposto dalla Persia e quello in quindici punti difeso dagli Stati Uniti è davvero ampia.
La Repubblica Islamica chiede il ritiro delle truppe americane dalle varie basi nel Golfo, risarcimenti di guerra, il controllo logistico e anche economico dello Stretto di Hormuz con l’imposizione di un pedaggio alle navi che vi transitano, il ritiro delle sanzioni e il riconoscimento del diritto a portare avanti l’arricchimento dell’uranio.
Non è certo una piattaforma da nazione sconfitta, ma si tratta di richieste che Washington non può accettare, almeno non in questi termini. Si vedrà nei prossimi giorni se la trattativa partirà davvero e il cessate il fuoco durerà oppure se si tratterà soltanto di una breve pausa utile ai contendenti a riprendere fiato, riorganizzarsi e ripartire con lo scontro armato.
La sospensione dei combattimenti, secondo vari analisti militari, sarebbe una scelta obbligata per gli Stati Uniti, costretti a spostare in Medio Oriente dal Pacifico e dalla Corea del Sud costosissime batterie di missili Patriot e Talon (impiegati questi ultimi dai sistemi THAAD), mentre Israele avrebbe razionato negli ultimi giorni l’utilizzo dei missili del sistema Arrow, indispensabili per intercettare i missili balistici e i droni iraniani.
Ammesso che quella iraniana sia una vittoria duratura, nel paese si contano i danni e le vittime.
Secondo le stime più recenti, i bombardamenti avrebbero ucciso circa 3600 persone, di cui più della metà civili. Sotto le macerie sono rimasti anche 250 bambini e bambine, molte delle quali massacrate il 28 febbraio dal “doppio colpo” che ha devastato una scuola femminile di Minab.
In Iran la situazione economica è grave, molti prodotti non si trovano e i prezzi dei beni di prima necessità sono lievitati, causando un aumento dell’inflazione che pesa come un macigno sulle condizioni di vita di milioni di abitanti già in sofferenza per una crisi che dura ormai da anni e che la guerra ha aggravato. Centinaia di infrastrutture energetiche, logistiche, produttive e sanitarie sono state distrutte o danneggiate dagli attacchi indiscriminati; le conseguenze di queste distruzioni si faranno sentire nei prossimi mesi e se Washington non alleggerirà le sanzioni sarà complicato per l’Iran risollevarsi.
Servirebbero un piano di redistribuzione della ricchezza generata dagli introiti petroliferi, un serio programma di riforme sociali ed economiche e un deciso contrasto alla corruzione degli apparati pubblici che però finora la classe dirigente iraniana si è ben guardata dal varare. I prossimi mesi saranno utili anche per capire se i Brics, finora più sindacato delle potenze emergenti che blocco alternativo allo schieramento euro-americano anche dal punto di vista socio-economico oltre che geopolitico, saranno disponibili a fare la loro parte per sostenere anche economicamente Teheran.
Intanto gli occhi del mondo sono puntati su Islamabad, dove nelle prossime ore dovrebbero iniziare le trattative. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria
















