Il coltan che esce da Rubaya entra nei telefoni, nei computer e in migliaia di dispositivi elettronici venduti in tutto il mondo. Prima di arrivarci attraversa oggi un territorio controllato militarmente.

Un rapporto pubblicato da Amnesty International documenta torture, lavoro forzato, sequestri e uccisioni nelle miniere artigianali occupate dall’M23 nelle province del Nord e Sud Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Alcuni degli abusi, secondo l’organizzazione, possono costituire crimini di guerra. 

L’inchiesta riguarda soprattutto due siti: la miniera di coltan di Rubaya e quella aurifera di Lomera. Amnesty ha raccolto testimonianze relative al periodo tra gennaio 2025 e marzo 2026 e documentato la morte di almeno 18 minatori in seguito a pestaggi, colpi d’arma da fuoco o altri abusi.

Rubaya non è una miniera marginale. Da sola produce circa il 15% del coltan mondiale. Dal minerale si ricava tantalio, materiale essenziale per condensatori utilizzati nell’elettronica. È uno dei punti nei quali diventa più visibile la relazione tra la guerra nell’est congolese e un’economia globale che continua ad avere bisogno delle risorse estratte proprio nelle aree del conflitto. 

L’M23 ha conquistato Rubaya nel 2024 e da allora controlla produzione, tassazione e commercio. Le Nazioni Unite, il governo congolese e diversi governi occidentali accusano il Ruanda di sostenere militarmente il gruppo e di beneficiare del flusso di minerali proveniente dalle zone occupate. Kigali nega di sfruttare le risorse congolesi e sostiene che la propria politica nell’est del Congo risponda a esigenze di sicurezza.

Amnesty segnala però anche un sistema di contrabbando attraverso il confine ruandese. L’oro e il coltan estratti nelle zone sotto controllo dell’M23 possono essere mescolati a produzioni provenienti da altre aree, rendendo estremamente difficile ricostruirne l’origine una volta entrati nelle catene commerciali internazionali. 

Da anni Unione europea e Stati Uniti adottano sistemi di tracciabilità e norme sui cosiddetti “minerali dei conflitti”. Eppure il meccanismo fondamentale rimane intatto: una materia prima strategica può attraversare intermediari, frontiere e società commerciali fino a perdere quasi completamente la propria storia politica. Il tantalio che arriva in un componente elettronico non porta con sé l’informazione sulle condizioni nelle quali è stato estratto.

L’est congolese vive dentro questo paradosso da decenni. È uno dei territori più ricchi di risorse minerarie del pianeta e contemporaneamente uno dei più poveri e militarizzati. Coltan, oro, stagno e tungsteno non sono semplicemente la causa della guerra: sono però diventati una delle economie che permettono alla guerra di riprodursi.

Il controllo di una miniera consente di imporre tasse, obbligare i lavoratori a consegnare parte della produzione, controllare le vie commerciali e finanziare strutture militari. La conquista territoriale diventa così immediatamente conquista economica.

Il rapporto di Amnesty arriva mentre sono ancora in corso tentativi diplomatici per stabilizzare la regione e applicare gli accordi negoziati tra Congo e Ruanda. Ma una pace costruita soltanto sulla sicurezza, senza affrontare la struttura economica della guerra, rischia di lasciare intatto il suo principale incentivo materiale.

Le grandi potenze lo sanno. Stati Uniti e Unione Europea considerano ormai i minerali congolesi strategici nella competizione globale per batterie, semiconduttori e tecnologie militari. Washington cerca di ridurre la dipendenza dalle catene controllate dalla Cina; Bruxelles ha firmato partenariati sulle materie prime con il Ruanda e con il Congo. La sicurezza delle forniture è diventata parte della politica estera. Pagine Esteri


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