Il governo indonesiano conta meno incendi, ma nel Borneo si continua a respirare fumo. Giovedì il ministero delle Foreste ha rilevato 565 punti caldi ad alta probabilità, contro gli oltre 1.200 del 14 ottobre. Non è la fine dell’emergenza: le piogge sono irregolari, la stagione umida tarda ad arrivare e le torbiere prosciugate possono continuare a bruciare sotto la superficie. A Banjarmasin almeno cento studenti hanno manifestato davanti al parlamento locale per chiedere interventi più efficaci. Altre proteste si sono svolte a Pontianak e Samarinda.

L’Indonesia affronta gli incendi boschivi più gravi degli ultimi undici anni, aggravati da El Niño e da una stagione secca prolungata. Sono stati mobilitati oltre 69 mila operatori e una cinquantina di velivoli per gettare acqua e favorire artificialmente le precipitazioni. Ma la dimensione dell’apparato di emergenza non ha impedito centinaia di migliaia di casi di malattie respiratorie né la diffusione della nube tossica verso Singapore e Malaysia. Secondo Copernicus, gli incendi hanno emesso 14,44 milioni di tonnellate di anidride carbonica tra il 15 e il 21 ottobre, contro 22,22 milioni nella settimana precedente.

Le torbiere tropicali sono grandi riserve di carbonio, formate da vegetazione accumulata in ambienti saturi d’acqua. Quando vengono drenate per rendere il terreno utilizzabile da piantagioni e industrie del legno, diventano combustibile. Il fuoco può scendere in profondità, riaccendersi e produrre per settimane una nebbia densa di particelle nocive. L’assenza di pioggia accelera il disastro, ma il prosciugamento dei suoli ne moltiplica la portata.

Greenpeace Indonesia stima che circa 40 milioni di persone a Sumatra e Kalimantan siano state esposte per settimane al fumo. Già a settembre l’organizzazione denunciava concentrazioni di particolato fine estremamente elevate a Pontianak, oltre all’interruzione delle lezioni e alla pressione sugli ospedali. Chiedeva di dichiarare l’emergenza nazionale e di occuparsi non soltanto dello spegnimento dei fuochi, ma dell’assistenza sanitaria e delle responsabilità nella gestione della terra. Il governo ha preferito mantenere la risposta nell’ambito dei dispositivi di protezione civile e delle operazioni antincendio.

Le indagini ambientaliste indicano che molti focolai ricadono dentro concessioni forestali e piantagioni di palma da olio. Nell’analisi diffusa a settembre, Greenpeace aveva individuato 859 punti sorgente di fumo in 115 concessioni forestali e altri 774 in 210 concessioni per la palma. La localizzazione satellitare mostra quanto il rischio sia legato all’uso industriale di territori un tempo umidi e alla debolezza dei controlli sulla prevenzione.

La catena economica supera i confini indonesiani. Olio di palma, cellulosa e prodotti del legno entrano nei mercati regionali e internazionali, mentre il costo sanitario degli incendi viene sostenuto soprattutto dagli abitanti delle aree colpite. Un rapporto di Greenpeace ha collegato focolai ad aree in concessione riconducibili anche a gruppi quotati a Singapore, che ha intanto inviato avvisi preventivi a dieci società nell’ambito della propria legislazione sull’inquinamento transfrontaliero.

Le proteste studentesche hanno rimesso al centro un problema che tende a sparire quando scendono i punti caldi: chi paga per le settimane di aria irrespirabile, per i giorni di scuola perduti, per le cure e per i terreni distrutti. Le comunità locali non decidono le concessioni industriali, ma subiscono le conseguenze del loro funzionamento e dei mancati controlli. Il presidente Prabowo Subianto ha mobilitato uomini e mezzi; le associazioni chiedono invece di ripristinare le torbiere, chiudere i canali di drenaggio e perseguire le violazioni accertate.

Il servizio meteorologico prevede che le piogge consistenti arrivino soltanto a novembre. Fino ad allora le squadre resteranno in servizio e le autorità continueranno a sorvegliare i focolai. Anche quando la stagione delle piogge spegnerà gli ultimi incendi, le concessioni e i canali che hanno reso vulnerabili le torbiere resteranno sul territorio. Pagine Esteri


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