Quella del pescatore è una professione che non ha più futuro nel Paese dei Cedri. E così, scrive l’antropologa Maria Luisa Colli, «per molti giovani uomini e donne, il mare sembrerebbe essere più uno spazio di diversione, un elemento a cui si sente legati da un sentimento di amore che però non si traduce quasi mai in un vero e proprio impegno professionale»

Foto di Maria Luisa Colli
Foto di Maria Luisa Colli

di Maria Luisa Colli

Tiro (Libano), 3 ottobre 2018, Nena News – Che si parli con uomini o con donne, legati più o meno direttamente al mondo del mare e della pesca, si avrà la stessa amara previsione: quella del pescatore è una professione che non ha più futuro. L’impressione è quella che il mestiere stia vivendo una crisi senza precedenti. Ricorrenti sono anche le cause individuate ed elencate dai pescatori stessi, dalle loro mogli e dai loro figli. Innanzitutto, il mare libanese è sempre più inquinato perché a Beirut – dice qualcuno – “ci scaricano dentro di tutto”. Le alghe stanno morendo e quando le alghe muoiono, si chiede un giovane pescatore di Tiro una delle principali città del sud del Paese, com’è possibile che sopravviva il pesce? Il mare è così inquinato che “se ci butti dentro un pesce sano – spiega un altro pescatore – muore in un attimo”.

E così il pesce diminuisce sempre più, molte specie stanno morendo e sono dunque destinate a scomparire dalle acque libanesi. Secondo N., appartenente a una delle più antiche famiglie di pescatori di Tiro, quasi l’80% delle specie ittiche non esiste più. Un tempo, dice, il fondale era pieno di spugne di mare ma oggi non se ne trovano più. Un appassionato di immersioni di Byblos – famosa per essere una delle città più antiche del mondo – rimase sconcertato quando, tornato da un lungo periodo passato negli Stati Uniti, faceva fatica a trovare i ricci di mare un tempo tanto numerosi. Un’altra causa di questo drammatico calo è da ricercarsi nelle pratiche di pesca illegali messe in atto da molti pescatori, per lo più non professionali. È negli anni della guerra civile che si è iniziato a utilizzare la dinamite, ma questa tecnica di pesca è ancora diffusa e, nonostante sia vietata, spiega N., “se si hanno amici e conoscenti che sono in politica, anche se si viene beccati non ti dicono niente”.

C’è poi la questione politica: “quando la politica entra nella pesca, rovina tutto” e lo Stato e i suoi “politici corrotti” non aiutano in alcun modo la loro categoria. A Tiro, inoltre, a queste problematiche di politica interna si aggiungono quelle legate alla politica estera e ai rapporti con Israele. “Ci sono problemi fra l’esercito israeliano e quello libanese – spiega A., pescatore “non professionista” – e Israele impedisce ai pescatori libanesi di entrare in un pezzo di mare vicino alla frontiera. Nonostante il mare sia libanese, Israele non vuole che nessuno peschi lì”. Si tratterebbe di un tratto di mare particolarmente pescoso e per questo alcuni pescatori talvolta si avventurano oltre questa frontiera illegittima e illegale tracciata dagli eserciti all’interno dello stesso mare territoriale libanese. A. ha iniziato a pescare dopo aver conosciuto la sua attuale compagna, figlia e sorella di pescatori professionisti e anche lei pescatrice per passione. Di tanto in tanto A. va a pescare con i fratelli di lei, sulla loro barca, e anche a loro è capitato di superare questa frontiera, e allora “Israele ti spara addosso”, da lontano, solo per spaventare. E tuttavia questa risposta violenta impedisce di fatto ai pescatori libanesi di svolgere la loro attività in questa zona e sono quindi costretti a ripiegare in quelle aree che hanno meno pesce da offrire.

Il pesce, dunque, è sempre più scarso, sia in termini di varietà di specie sia in termini assoluti. E allora, dice N., “prima una barca sfamava dieci case, oggi dieci barche non ne sfamano neanche una”. Così, parlando con alcuni pescatori di Tiro che hanno ereditato la barca e il savoir-faire da genitori e nonni, si scopre che questa illustre catena è destinata a interrompersi con l’attuale generazione di pescatori. I figli di molti di loro, infatti, si dedicano o si dedicheranno ad altre attività, hanno intrapreso o intraprenderanno altre carriere. E questo, talvolta, dietro consiglio e preghiera dei genitori stessi. D. è figlia di pescatore, nipote di pescatore. La sua famiglia ha origini palestinesi. I nonni giunsero a Tiro con la loro barca. Pensavano che si sarebbero trattenuti solo alcuni mesi, e invece non hanno mai lasciato la città, come non l’ha mai lasciata suo padre e come non la vorrebbe mai lasciare lei stessa: “Tiro ha qualcosa di speciale”. D., la “piccola” della famiglia, ricorda quando da bambina andava sulla barca del padre insieme ai fratelli e alla sorella maggiore. Questi hanno passato molto più tempo di lei in mare e hanno imparato ben presto a nuotare e ad andare sott’acqua e si divertivano ad osservare il loro padre al lavoro. Poi è toccato ai figli di sua sorella andare insieme al nonno, osservare i suoi movimenti, i gesti, vederlo pescare e risistemare le reti per poi andare a raccontare le loro avventure ad amichetti e compagni.

Tuttavia, né i figli né i nipoti seguiranno le orme del padre di D.: “Mio papà e mia mamma pensano al nostro futuro – spiega D. – e quindi ci hanno detto “dovete imparare come vivere una bella vita e come realizzarvi, non nel mare” […]. Quindi mio padre ha detto ai miei fratelli di non lavorare in mare. È faticoso e non è più vantaggioso […]. [Con la pesca] non si può vivere bene. Non si cresce, non puoi fare della pesca la tua professione. Devi imparare a vivere e a guadagnare”. Si tratta, secondo D., di una situazione alquanto diffusa fra le famiglie di pescatori. In passato era abbastanza naturale che i figli di pescatori si dedicassero alla pesca, ereditando la barca dei genitori. Oggi, invece, i figli sono spinti dal padre a studiare o a intraprendere altre professioni, dedicandosi ad altre attività commerciali, come nel caso del fratello di D., che lavora in un negozio di gioielli nel suq, oppure arruolandosi nell’esercito.

“Sì, era il quartiere dei pescatori questo – afferma un’anziana signora che vive in uno dei più begli angoli dell’Hara al-masihi, il quartiere cristiano di Tiro – ma ora è un quartiere di soldati”. Molti di quei giovani un tempo sarebbero stati pescatori, come i loro padri e i loro nonni. Oggi, invece, lavorano nell’esercito. Del resto, come dice un anziano di Byblos, “la prima cosa che hanno visto questi ragazzi appena hanno aperto gli occhi è stata la guerra”. Quella guerra, le cui conseguenze economiche, sociali e materiali sono visibili ancora oggi, ha segnato anche l’esperienza individuale di molti pescatori e delle loro famiglie. Quella stessa anziana signora dello storico quartiere dei pescatori di Tiro ricorda quando la sua famiglia si è divisa per la prima volta e irrimediabilmente. Con la guerra, infatti, suo padre ha deciso di partire, di lasciare Tiro perché per lui era diventato impossibile lavorare. E così se ne è andato a Beirut, insieme all’altra figlia, che all’epoca non lavorava: “Ci siamo divisi, chi stava lavorando è rimasto qui, gli altri sono andati a Beirut”. Lei, che era maestra, è rimasta a Tiro, e ha continuato a vivere nel quartiere e nella casa nella quale ancora oggi abita. “Mia sorella – racconta – aveva imparato anche a lavorare le reti”. Lei no, perché a lei il mare non piace e non le è mai piaciuto. Lo odiava, anzi. E così non ha mai amato andare in barca con suo papà quando era piccola per delle gite in barca con lui e con il resto della famiglia: “Mi sarà capitato due volte in tutto”. Dalle sue parole e dal suo tono sembra che non si tratti solo di paura o di mal di mare. Figlia atipica di un pescatore? Forse, ma D. sembra capirla, almeno in parte: “Mia mamma odia il mare e molte delle donne odiano il mare e la pesca […] a causa del lavoro […]. È troppo duro e le condizioni… i loro mariti lavorano di notte, ci sono le tempeste eccetera”.

Essere mogli di pescatori, spiega D., significa vivere una vita particolare e dura, quasi come quella del marito: “Si tratta delle responsabilità che ricadono sulla donna più che sull’uomo. Si tratta di prendere dei rischi e capire le difficili condizioni dei loro mariti, che tornano a casa a dormire a mezzogiorno. Quindi la scuola e crescere i figli [spetta alla donna]. Per qualsiasi professione [del marito] la responsabilità ricade sulla donna, ma per le mogli dei pescatori la responsabilità è molto più grande. La maggior parte delle responsabilità è della donna”. Secondo D., non si tratterebbe tanto – o, comunque, non solo – del fatto di non avere aiuto in casa, quanto di un “fattore psicologico”: “devono comprendere le condizioni dei loro mariti”.

Z. è un’altra figlia di pescatore. Sua madre, a differenza, apparentemente, della maggioranza delle mogli di pescatore della zona di Tiro, ha imparato dal marito, semplicemente osservandolo, a sistemare le reti. Svolgeva questo lavoro a casa, mai al porto. Z. racconta che nel suo villaggio i pescatori sono tanti, ma molti di loro sono pescatori senza barca, che lavorano come aiutanti dei privilegiati proprietari delle poche barche ormeggiate al porto. Così anche i suoi fratelli pescano e vendono il pesce, ma la pesca non è la principale attività di nessuno di loro. Anche lei conferma che la pesca non è più una grande fonte di guadagno, le entrate sono basse e insufficienti per supportare finanziariamente una famiglia. Ecco perché, confessa, i suoi genitori sarebbero contrari se lei decidesse di sposare un pescatore. E questo nonostante suo padre sia sempre stato innamorato del mare e della pesca e abbia saputo trasmettere ai suoi figli e alla stessa Z. l’amore per questo ambiente. Uno dei suoi fratelli, per esempio, lavora in un comitato che si occupa di mantenere pulite le spiagge e le acque del mare e di proteggerne la flora e la fauna, in particolare le tartarughe marine. Con il suo aiuto, Z. sta trasmettendo anche ai suoi figli la passione del padre.

Il mare, dunque, per le giovani donne e bambine, ma anche per molti giovani uomini e bambini, sembrerebbe essere sempre più uno spazio di diversione e un elemento a cui ci si sente legati da un sentimento di amore o di affetto che però non si traduce quasi mai in un vero e proprio impegno professionale, per lo meno di tipo classico. Se, infatti, i battelli turistici affollano tutti i porti, i pescherecci chiaramente non più in attività o abbandonati si distinguono chiaramente. Sembrerebbe quasi che i porti siano la più evidente espressione di un profondo cambiamento in corso a livello economico e della struttura sociale. Si potrebbe affermare, infatti, che partendo dai porti si possa andare alla ricerca delle tracce di una professione e di un modello famigliare con un passato illustre ma con un futuro sempre più incerto. Nena News

 


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