Nel nuovo documentario “Non riconosciuti in Neqev”, il racconto di una battaglia reale e la metafora ideologico-politica dello Stato centrale che si impone sulle identità locali.

 

(Foto: Silvia Boarini)
(Foto: Silvia Boarini)

 

di Rossana Zampini

Gerusalemme, 14 maggio 2014, Nena News – Il villaggio di Al Araqib, nel Naqab Settentrionale [Neqev in ebraico], è stato raso al suolo dalle autorità israeliane il 27 luglio del 2010 e delle 35 famiglie che prima l’abitavano oggi restano soltanto 20 persone, confinate nel cimitero. Nel tempo hanno provato a ricostruire le loro abitazioni, ma le autorità hanno continuato a demolirlo, per un totale di 68 volte: nel contesto dei piani di sviluppo in corso nel Naqab, infatti, il villaggio è destinato ad essere rimosso per far spazio ad una foresta.

La situazione è precipitata nel 2011, quando il governo ha presentato una proposta di legge, conosciuta come Piano Prawer-Begin per la regolarizzazione delle località beduine non-riconosciute nel Naqab: l’obiettivo è quello di spostarli nel più piccolo spazio di terra possibile. Per questo ad oggi i suoi abitanti non dispongono di alcun servizio di base, come acqua corrente o elettricità.

“Non riconosciuti nel Negev” è il titolo del documentario realizzato dalla fotogiornalista Silvia Boarini e dall’antropologa visiva Linda Paganelli, che descrive la difficile battaglia di questo villaggio. Il film è il risultato di un accurato progetto di ricerca, realizzato a stretto contatto con la comunità beduina, nonché con il contributo di esperti di storia, politica, legge e diritti umani.

“Israele utilizza strumenti diversi per Cisgiordania, Gaza e Territori del ’48, ma gli ostacoli nei quali i palestinesi devono imbattersi sono comuni – ci spiega Silvia – e hanno portato ad un’unione che con gli anni si è rafforzata, nonostante i tentativi di dividerla con livelli di diritti differenti. Nel nostro caso specifico, sebbene i beduini siano in possesso di documenti che testimoniano la proprietà delle loro terre, gli israeliani utilizzano la scusa del loro ‘essere nomadi’ per spostarli a piacimento, nonostante si tratti di popolazioni seminomadi che attraverso movimenti strutturali, e non casuali, sono sempre tornati nella loro tribù e da inizio secolo si sono lì stanziati stabilmente”.

I beduini hanno vissuto in questi luoghi sotto poteri centralizzati di natura diversa – l’Impero Ottomano, il Mandato Britannico e lo Stato di Israele – continuando a mantenere una propria natura: sotto poteri statali di natura temporanea, è la terra che li identifica e che gli ha permesso di sopravvivere alle multiformi autorità che si sono susseguite nella storia. Il paradosso allora, è considerarli invasori in uno Stato che esiste da meno tempo del loro villaggio.

“Il documentario – ci spiega Linda – è l’esplorazione di una situazione che ci ha personalmente colpite. Unisce un livello storico-narrativo (quello della disperata situazione degli abitanti di Al Araqib, costretti a vivere confinati, senza servizi di base e diritti) ad un livello politico-ideologico (la contestualizzazione della colonizzazione israeliana), con l’ausilio di esperti in materia. Speriamo di poterlo proiettare anche in Israele: non credo sia uno Stato totalmente cooptato; ritengo ci sia all’interno della società civile uno spazio per il dissenso e l’attivismo. Addirittura alcuni abitanti della vicina Beer Sheva si sono interessati alla causa, e quantomeno condividono l’idea che vivere sotto un unico Stato significhi dover disporre degli stessi diritti”.

Il progetto, completamente autofinanziato nella realizzazione presenta tuttavia costi di montaggio, post-produzione e distribuzione molto elevati: così da un paio di settimane Silvia e Linda, insieme al team della SMK Videofactory, hanno lanciato una campagna di crowdfunding attraverso Indiegogo, per raggiungere gli 8mila dollari necessari a coprire i costi di quest’ultima fase.

Sicuramente un documentario attualissimo, nel quale ci possiamo tutti identificare, che vuole “sdoganare i punti di vista convenzionali promulgati dallo Stato riguardo il progresso,la modernità e la linearità della storia”. Il racconto di una battaglia reale, quella della resistenza, e una metafora ideologico-politica, quella dello Stato centrale che si impone sulle identità locali, legittimando il suo potere attraverso fantomatiche reminescenze del passato e nuovi artifici neocoloniali della modernità, come la democrazia. Una frattura tra il neonato-Stato e i soggetti protagonisti dell’ordinamento precoloniale, che dignitosamente lottano per conservare una propria identità, senza uniformarsi alla temporaneità del potere. Nena News


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