Sarebbe stato raggiunto un accordo con le autorità israeliane. Prosegue intanto l’operazione di punizione collettiva per la scomparsa dei tre coloni: all’alba bombe su Gaza.

AGGIORNAMENTO ore 11.45 – ANP: “SCIOPERO SOLO SOSPESO, RIPRENDERA’ SE ISRAELE VIOLA L’ACCORDO”
Il ministro dei prigionieri dell’ANP, Shawki al-Issa, ha commentato oggi la fine dello sciopero della fame, “una vittoria per i detenuti” sottolineando che si tratta di una sospensione e che potrebbe riprendere se Israele non rispetterà i termini dell’accordo. Secondo la stampa locale, uno dei punti dell’accordo tra prigionieri e autorità israeliane prevede l’utilizzo della detenzione amministrativa per un massimo di due volte (ovvero un anno). Dopo tale termine, l’arresto diviene questione giudiziaria e quindi rende necessario un processo vero e proprio per il proseguimento della detenzione.
dalla redazione
Gerusalemme, 25 giugno 2014, Nena News – Sciopero della fame concluso per 63 prigionieri politici palestinesi, che cominciarono a rifiutare il cibo a fine aprile come forma di protesta per la pratica della detenzione amministrativa applicata sistematicamente dalle autorità israeliane.
“Gli scioperanti, che hanno raggiunto un accordo con le autorità carcerarie israeliane – ha fatto sapere l’avvocato Abu Snena – hanno deciso di sospendere la loro azione, con l’avvicinarsi del mese sacro del Ramadan”. Dell’accordo – che mette fine a 63 giorni di sciopero – per ora non si conoscono i dettagli, che probabilmente saranno resi noti oggi, seppur Israele abbia tenuto a precisare che non metterà la parola fine alla pratica della detenzione amministrativa. La procedura cautelare, ragione dello sciopero, è regolata dal diritto internazionale che la autorizza solo in casi speciali e mai come pratica continuativa e strutturale perché serve alle autorità per detenere senza accuse ufficiali né processo un sospettato per periodi di sei mesi, reiterabili senza limiti di tempo. Ad oggi sono quasi 200 i detenuti amministrativi palestinesi, il cui numero è drasticamente aumentato con l’avvio dell’operazione israeliana per la ricerca dei tre coloni scomparsi a Sud di Hebron due settimane fa.
A loro si aggiungono altri 5mila prigionieri politici detenuti da Israele, una pratica che va avanti ormai dal 1967 e ripetutamente denunciata dalle organizzazioni per i diritti umani. E a volte anche dall’Onu: il mese scorso il segretario generale Ban Ki-moon si era detto preoccupato per il deteriorarsi delle condizioni dei detenuti in sciopero della fame e aveva chiesto a Tel Aviv di liberarli o di riconoscere loro il diritto ad un equo processo. Preoccupazioni a cui il governo israeliano aveva risposto con un disegno di legge che intendeva obbligare i medici a nutrire con la forza i prigionieri in sciopero, una gravissima violazione dei diritti umani oltre che una pratica estremamente pericolosa per la salute. La proposta, che avrebbe dovuto essere discussa lunedì in parlamento, è stata per ora sospesa, vista anche la reazione contraria dei medici israeliani.
Non si ferma intanto l’offensiva israeliana contro i Territori, considerati da Tel Aviv colpevoli della scomparsa dei tre coloni adolescenti. E se Israele continua ad accusare Hamas di rapimento – nel chiaro obiettivo di spezzare sul nascere il governo di unità nazionale Fatah-Hamas – a pagarne le conseguenze è un’intera popolazione, sotto assedio da due settimane: perquisizioni continue e violente, arresti (se ne contano almeno 450 dall’inizio dell’operazione israeliana), almeno cinque palestinesi uccisi, quasi tutti minorenni, checkpoint chiusi.
Hamas insiste nel dire di non sapere nulla del rapimento e nel definire le accuse israeliane “stupide”. Ieri il leader politico del movimento islamista Meshaal ha negato di avere alcuna informazione sulla scomparsa, aggiungendo dure critiche al proseguimento della cooperazione alla sicurezza tra l’ANP e Israele (in questi giorni target delle proteste palestinesi, soprattutto a Ramallah, dove manifestanti hanno preso di mira più volte il District Coordination Office, simbolo degli accordi tra il governo palestinese e quello israeliano). Ma le bombe su Gaza proseguono. I miliziani rispondono con i missili: ieri sera ne sarebbero stati lanciati tre verso Israele e uno di questi avrebbe ucciso una bambina palestinese di soli tre anni. All’alba di oggi l’esercito israeliano ha risposto con una serie di bombardamenti della Striscia, verso target militari, ha detto il portavoce Peter Lerner. Due palestinesi, secondo fonti mediche, sarebbero rimasti feriti. Nena News




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