Revocata la licenza al medico che praticò una mutilazione genitale sulla 13enne Suhair al-Bataa, morta durante l’intervento. Un piccolo passo per la campagna contro questa pratica cui è sottoposto l’85 per cento delle egiziane
di Sonia Grieco
Roma, 27 febbraio 2016, Nena News – Non potrà più esercitare, come ha continuato a fare negli ultimi tre anni, il medico Raslan Fadl che a gennaio del 2015 era stato condannato a due anni di reclusione (a quanto pare non ha scontato neanche un giorno di carcere) per la morte della 13enne Suhair al-Bataa, durante un intervento di mutilazione genitale, pratica illegale dal 2008 in Egitto.
Un tribunale egiziano due giorni fa gli ha revocato la licenza, appena pochi giorni dopo che il ministero della Sanità ha lanciato l’iniziativa ‘Dottori contro le mutilazioni genitali femminili’, per incoraggiare i medici a fermare una pratica molto diffusa nel Paese. L’obiettivo è eradicarla entro il 2030, data fissata dai nuovi Obiettivi Globali delle Nazioni Unite. E stando ai dati ufficiali, negli ultimi anni c’è stata una flessione del fenomeno che, comunque, riguarda l’85 per cento (secondo altri dati oltre il 90 per cento) delle donne tra i 15 e i 49 anni. Ma ci sono anche casi di bambine di appena sei anni sottoposte all’intervento. Le mutilazioni genitali femminili sono praticate in 29 Paesi dell’Africa occidentale e orientale (il primato è della Somalia con il 98 per cento delle donne mutilate), in Egitto, in Yemen e in parte dell’Iraq.
La condanna un anno fa del medico e la recente revoca della licenza sono piccoli passi in un Paese che si attesta al secondo posto al mondo per la pratica delle mutilazioni genitali femminili, secondo i dati della Ong newyorkese Equality Now. Un retaggio culturale, che ha poco a che fare con la religione e, infatti, è diffuso anche tra i cristiani. Le autorità religiose ne hanno riconosciuta la pericolosità, ma è una pratica dura a morire, soprattutto tra le comunità più isolate, come quella agricola in cui viveva Suhair: un villaggio alla periferia di Mansoura, cittadina nel Delta del Nilo.
In Egitto la mutilazione genitale femminile la chiamano “purificazione”, perché una donna “tagliata” viene “salvaguardata” dalle inquietudini del desiderio sessuale, avrà più possibilità di trovare marito, resterà pura fino al matrimonio e poi non tradirà. Per far breccia in questa tradizione di controllo sociale della donna non basterà una sentenza, ma potrebbe fungere da deterrente. In Egitto, infatti, l’intervento di asportazione di parte degli organi genitali femminili è di solito eseguito da medici, nelle loro cliniche, proprio come accaduto a Suhair al-Bataa.
La giovane è diventata un simbolo per chi in Egitto è impegnato a contrastare la pratica delle mutilazioni genitali femminili. Per la prima volta un medico è finito alla sbarra per avere eseguito l’intervento e alla fine è stato condannato. Ma questo caso giudiziario è stato lungo e irto di ostacoli, e ha visto l’impegno di attivisti e associazioni. Il processo in cui erano imputati il medico, Raslan Fadl, e il padre di Suhair è iniziato a maggio del 2014. Fadl ha sempre negato di avere eseguito l’intervento e a novembre dello stesso anno il tribunale di Aga ha gelato le speranze di tante donne e attiviste egiziane assolvendo entrambi.
Un verdetto “deludente e pericoloso”, commentò alla fine del processo Manal Fawzy, a capo di un’organizzazione per la tutela dei minori attiva nella provincia di Assiut. L’assoluzione rischiava di essere interpretata come una sorta di via libera per i medici che praticavano, illegalmente, la mutilazione. A gennaio 2015, in appello la sentenza è stata ribaltata: il medico è stato condannato a due anni di carcere per la morte di Suhair e a tre mesi per avere eseguito una mutilazione genitale femminile (per questo reato il massimo della pena è due anni). Al padre, che ha costretto la ragazza a sottoporsi all’intervento, sono stati dati tre mesi (pena sospesa), ed è stata ordinata la chiusura della a clinica di Fadl per un anno.
La clinica è rimasta aperta e il medico non ha scontato neanche un giorno di carcere, ha denunciato all’inizio del mese Equality Now. L’organizzazione ha fatto più volte pressione sulle autorità locali affinché eseguissero l’arresto, ma al momento l’unica buona notizia è la revoca della licenza, che si spera sia rispettata.
Piccoli passi in un Paese dove il grado di tutela dei diritti umani è piuttosto scarso in generale e per le donne in particolare. La mutilazione genitale è uno dei tanti abusi ai danni delle egiziane, come le molestie e gli stupri sistematici da parte delle forze di sicurezza, sicure di godere dell’impunità, o i test di verginità praticati nelle caserme del Paese. Su queste violazioni la statistica è carente, le denunce non si fanno e le promesse di Al Sisi, che nel 2014 ha istituito un ufficio per la protezione delle donne a cui si sono rivolte in pochissime, sono state disattese. In questo quadro di impunità anche l’iniziativa ministeriale contro le mutilazioni genitali femminili, se non sarà perseguita con serietà, corre il rischio di essere annoverata tra le operazioni cosmetiche dell’amministrazione Al Sisi. Nena News
Sonia Grieco è su Twitter: @soniagrieco





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