I partiti di opposizione Hdp e Dbp pubblicano i dati su arresti e detenzioni, mentre Human Rights Watch pubblica un rapporto sull’attacco ai media. Al via la procedura per modificare il sistema politico in senso presidenzialista

di Chiara Cruciati
Roma, 16 dicembre 2016, Nena News – Dietro i numeri ci sono le storie, i volti, le comunità fisiche e politiche. Fare bilanci può essere un esercizio sterile ma quelli forniti ieri dai partiti di opposizione turchi, Hdp e Dbp, disegnano il quadro di una strategia nazionale sfociata ormai in un palese autoritarismo.
Dal 22 luglio 2015, due giorni dopo l’attentato Isis a Suruc che uccise 30 giovani turchi diretti a Kobane, 2.360 persone sono state arrestate e 8.432 detenute perché legate al Partito Democratico dei popoli, l’Hdp, formazione di sinistra pro-kurda. Negli ultimi due mesi 360 membri del partito sono stati arrestati e 1.831 detenuti, di cui 400 negli ultimi quattro giorni.
Tra loro ci sono 21 co-presidenti provicinali, 44 co-presidenti distrettuali, 12 parlamentari, 62 co-sindaci vice co-sindaci. A questi si aggiungono gli arrestati all’interno del Partito Democratico delle Regioni, Dbp, fazione socialista kurda: 904 membri sono stati detenuti durante la scorsa settimana, di cui 242 ufficialmente arrestati e 662 in custodia. Tra loro 59 co-sindaci.
Nelle stesse ore, mentre i due partiti di opposizione davano le statistiche della repressione politica, Human Rights Watch pubblicava un rapporto sulla situazione del giornalismo in Turchia dopo il 15 luglio, quando un fallito golpe militare ha aperto la strada ad una campagna epurativa senza precedenti. Hrw accusa il governo di Ankara di “aver messo sotto silenzio i media indipendenti” come parte di un’aggressione alle voci contrarie nel paese diventata sempre più radicata a partire dal 2014.
Sono al momento 148 i giornalisti in prigione con diverse accuse, dagli insulti alla presidenza della Repubblica a propaganda terroristica, mentre 140 media sono stati chiusi insieme a 29 case editrici: le accuse in questo caso variano dalla collaborazione con il movimento Hizmet dell’imam Gulen (considerato la mente dietro il putsch) a quella con il Pkk e l’indipendentismo kurdo. La conseguenza? Oltre 2.500 giornalisti sono oggi senza un impiego.
«Tenere 148 giornalisti in carcere e chiudere 169 media sotto lo stato di emergenza – ha commentato Hugh Williamson, direttore di Hrw per Europa e Asia centrale – mostra come la Turchia stia deliberatamente sfidando i principi basilari dei diritti umani e dello Stato di diritto, centrali per la democrazia».
Ma oggi di democrazia è quasi impossibile parlare: il presidente Erdogan ha accelerato in pochi anni il processo di trasformazione del sistema politico interno, le cui stelle polari sono un estremo presidenzialismo e un’idea di società omogenea, in cui prevalga una sola etnia, una sola religione, una sola visione politica.
Dopo la repressione delle voci critiche all’interno dei media, la campagna militare che ha distrutto il processo di pace con i kurdi, l’arresto di deputati di opposizione, ora Erdogan può procedere spedito verso la riforma costituzionale che desidera. A sostenerlo un generale consenso da parte dell’opinione pubblica, terrorizzata dall’instabilità provocata da attentati terroristici e fallito golpe. Sabato, poche ore prima dell’attacco allo stadio del Besiktas a Istanbul, l’Akp – il partito di governo – ha presentato al parlamento una riforma di 21 articoli che cancellano la figura del primo ministro e ne attribuiscono i poteri esecutivi al presidente: la nomina e il licenziamento dei ministri, la dichiarazione dello stato di emergenza e la sua gestione, il potere di emettere decreti legge.
La prossima settimana, il 20 dicembre, la commissione parlamentare per la costituzione comincerà a rivedere la proposta di riforma. Avrà 45 giorni per emettere un rapporto in merito. Poi si passerà alla discussione e al voto in parlamento prima sull’intera proposta e poi sui singoli articoli, presumibilmente a gennaio Se la riforma otterrà tra 330 e 367 voti, si andrà al referendum entro due mesi, intorno ad aprile.
Visti i numeri la riforma potrebbe passare se l’Akp dovesse votare compatto: il partito di governo gode di 316 seggi in parlamento, a cui si aggiungerebbero i 40 dei nazionalisti dell’Mhp che hanno partecipato alla stesura della riforma. Un fallimento sarebbe possibile solo se – come credono alcuni analisti – parte dell’Akp (spaventata dalla china autoritaria presa dal paese) votasse contro la proposta. Nena News
Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati





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