Strade affollate a Tehran durante le esequie dell’ex presidente iraniano riformista. Messaggi di cordoglio di molte cancellerie arabe e occidentali. Silenzio da parte di Riyadh e del mondo sunnita rappresentato da al-Azhar
della redazione
Roma, 10 gennaio 2017, Nena News – Centinaia di migliaia di persone si sono radunate intorno all’Università di Tehran per dare l’ultimo saluto al leader iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani morto per infarto domenica all’età di 82 anni. La cerimonia funebre, guidata dall’Ayatollah Ali Khamenei, ha visto la presenza di tutte le massime cariche dello stato e delle principali forze politiche del Paese (anche quelle conservatrici). Ma, soprattutto, di tante migliaia di comuni cittadini. “Raramente partecipo a cerimonie religiose – ha detto un’insegnante d’informatica intervistata dall’Afp – ma oggi sono qui perché come iraniana non posso dimenticare il contributo di Rafsanjani a favore delle persone”.
Secondo l’inviata di al-Jazeera Dorsa Jabari, “molti normali cittadini, che non erano necessariamente sostenitori di Rafsanjani o della sua famiglia, hanno detto di essere sconvolti e rattristati per la sua scomparsa”. Manifesti neri in segno di lutto sono stati esposti in diverse aree della capitale e alcuni poster mostrano la Guida suprema e l’ex presidente sorridenti. Altri, invece, recitano: “Addio, vecchio combattente”. Proclamati tre giorni di lutto: le autorità iraniane hanno dichiarato oggi festa nazionale e hanno garantito il trasporto pubblico gratuito per permettere a un maggior numero di cittadini di partecipare alle esequie. La presenza di migliaia di persone ha fatto sì che la bara dell’ex presidente fosse trasportata lentamente per le strade che dall’università della capitale conducono al santuariodella Guida Suprema Khomeini. Qui, vicino al leader della Rivoluzione islamica del 1979 di cui fu uno stretto collaboratore, l’ex presidente verrà sepolto.
Messaggi di cordoglio sono giunti da tutto lo schieramento politico iraniano, ma anche dall’estero. Scontati quelli degli houthi e di Hezbollah che sono sostenuti militarmente ed economicamente da Tehran (ufficialmente o ufficiosamente). Il leader libanese del Partito di Dio, Sayyed Hassan Nasrallah, lo ha definito un “grande sostenitore della resistenza nei tempi difficili”. “Perdiamo uno dei migliori uomini di questa nazione – ha dichiarato Nasrallah – Per noi, come resistenza islamica in Libano da 34 anni, è stato un protettore e un padre compassionevole che ci ha sempre difeso nelle circostanze difficili”. Più contenuti i messaggi che arrivano dal mondo sunnita. “Profondamente dispiaciuto” si è detto su Twitter il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu. Vicinanza è stata espressa anche dagli stati del Golfo (Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati arabi uniti). Proprio il ministro degli Esteri degli Emirati, Anwar Gargash, ha descritto Rafsanjani come “una delle voci del realismo politico e della moderazione”.
Silenzio (anche questo prevedibile) da parte dell’Arabia Saudita, il principale avversario di Tehran nella regione mediorientale. La monarchia wahhabita accusa la Repubblica Islamica di aver fomentato (e di fomentare tuttora) le rivolte in Bahrain, Yemen, Siria, Iraq e nella stessa Arabia Saudita. Tehran, dal canto suo, ritiene che Riyadh stia pianificando con Washington la sua distruzione o il suo ridimensionamento nella regione. Eppure, in una intervista al portale al-Monitor nel 2015, Rafsanjani usò parole concilianti con i sauditi quando affermò che l’Iran non ha problemi con l’Arabia Saudita e con gli altri stati arabi perché “sono islamici e pertanto la nostra costituzione considera la cooperazione con loro come una priorità”.
Nonostante fosse consapevole delle difficoltà con il mondo arabo per le “distanze” in Siria, Iraq, Yemen e Bahrain, l’ex presidente si mostrò fiducioso circa una possibile normalizzazione dei conflitti tra i musulmani. Nessun messaggio di condoglianze è giunto da al-Azhar (il principale istituto del sunnismo). Una mossa che non è piaciuta a molti internauti arabi che non hanno nascosto il loro malcontento sui social.
Rafsanjani, stretto collaboratore di Khomeini e dell’attuale Guida suprema Khamenei, è stato capo dello Stato dal 1989 al 1997. Alla guida dell’esercito durante la sanguinosa guerra con l’Iraq negli anni 80, fu tra i principali protagonisti del programma nucleare iraniano anche se giunse in seguito a riconciliarsi con l’Occidente. I giudizi politici su di lui sono contrastanti. Sebbene sia stato visto come un protettore dei moderati (è stato un grande sostenitore dell’attuale presidente riformista), molti hanno sottolineato come abbia accumulato ingenti quantità di ricchezze sfruttando le falle di un sistema politico locale non sempre trasparente.
La sua presidenza, giudicata positivamente nelle stanze del potere europee e statunitense, ha avuto diverse zone d’ombra: nei suoi otto anni alla guida del Paese è stato infatti accusato di avere ucciso e imprigionato vari dissidenti politici. Significativo, a tal proposito, il tweet di un attivista iraniano di nome Housseini: “Alcune persone – ha scritto – giudicano il suo operato guardando solo gli ultimi due decenni ignorando quelli precedenti quando era al potere, [dimenticando] i maltrattamenti e l’intolleranza verso i dissidenti”.
Ma le voci contrarie sono in questo momento nettamente minoritarie. La sua morte, infatti, preoccupa non poco le capitali occidentali in vista delle imminenti elezioni iraniane e della possibile crescita delle forze conservatrici. Poco dopo la diffusione della notizia della sua morte, molti commentatori hanno scritto che la sua scomparsa avrà un costo politico caro per i riformisti: Rafsanjani, sottolineano, fu molto abile a stemperare i toni tra i moderati e i conservatori e mise a disposizione dei primi il suo notevole carisma. Il suo forte endorsement al moderato Rouhani durante le scorse presidenziali aiutò quest’ultimo ad essere eletto a capo dello stato. Nena News






Devi effettuare l'accesso per postare un commento.