L’ex al-Nusra minaccia vendetta contro le opposizioni che aderiranno all’accordo di Astana. Ankara furiosa per le armi statunitensi in arrivo alle Ypg kurde

Membri delle Ypg kurde
Membri delle Ypg kurde

della redazione

Roma, 11 maggio 2017, Nena News – Arriva la prima reazione della più potente milizia di opposizione agli accordi di Astana della scorsa settimana: ieri il fronte Tahrir al-Sham, guidato da Fatah al-Sham (l’ex al-Nusra, ribattezzatosi così dopo l’uscita di facciata da al Qaeda dello scorso anno) ha minacciato i gruppi armati che vi aderiranno.

“Accettare l’accordo di Astana equivale a tradire e a cospirare contro il jihad e la rivoluzione in Siria”. Da qui l’invito a tutti i propri membri e alleati a “combattere ogni gruppo per impedire che avanzino nel nostro territorio”.

L’accordo di Astana – siglato da Russia, Turchia e Iran in Kazakistan – prevede la creazione di quattro safe zone dove si trovano buona parte delle opposizioni armate e che saranno scevre da attacchi aerei del governo o dell’aviazione russa. Ovvero, la provincia di Idlib, il nord est della provincia di Latakia e l’ovest di quella di Aleppo; il nord della provincia di Homs; il sobborgo di Ghouta est a Damasco; e le provincie meridionali di Deraa e Quneitra.

Ovviamente l’ex al-Nusra, come l’Isis, sono esclusi dalle zone senza raid. Eppure i qaedisti, che minacciano gli ex alleati – già duramente colpiti dalla vendetta di Fatah al-Sham dopo la decisione di aderire al tavolo di Astana – pochi giorni fa avevano stretto un accordo con il governo di Damasco e evacuato il campo profughi palestinese di Yarmouk.

In ogni caso la contraddizione è palese, come del resto lo è da anni: il composito fronte delle opposizioni non ha limiti e confini precisi e Idlib – in tal senso – è lo specchio di questa situazione. È qui che decine di migliaia di miliziani sono stati convogliati a seguito dei vari accordi di resa stipulati con il governo, a partire da Aleppo fino a Madaya e Zabadani. Una provincia quasi del tutto controllata dalle opposizioni islamiste, con a capo l’ex al-Nusra, che ora promette di punire le altre milizie salafite e islamiste che combattono con i suoi uomini in altri scenari.

In realtà dalle opposizioni invitate a Ginevra e Astana – tra cui gruppi che hanno stretto alleanze con i qaedisti – non hanno ancora ufficialmente aderito all’accordo, non direttamente rivolto a loro né a Damasco, ma ai tre paesi sponsor. Il governo ha dato la sua adesione, ma l’ampio spettro di opposizione non ha fornito elementi chiari in merito.

Ma il fronte anti-Assad è diviso anche su altri piani: la Turchia non ha nascosto l’ira per la decisione dell’amministrazione statunitense di fornire armi alle Ypg kurde. Due giorni fa Trump ha approvato l’invio di armamenti (bulldozer, veicoli blindati, mitragliatrici, munizioni e radio) ai combattenti kurdi a capo della federazione multietnica e multiconfessionale delle Forze Democratiche Siriane, Sdf.

Dietro sta la volontà di riprendere Raqqa, la “capitale” dello Stato Islamico, ormai circondata dalle Sdf che proprio ieri hanno annunciato la liberazione totale di Taqba, strategica località a ovest di Raqqa che taglia così ogni via di fuga e trasferimento dell’Isis verso nord e verso occidente.

La rabbia della Turchia non si è fatta attendere: “Spero davvero che si tratti di un errore che sarà modificato subito”, ha detto il presidente turco Erdogan. Ankara accusa gli Usa di armare un gruppo legato al Pkk, che poi potrebbe usare quelle armi contro l’esercito turco. Esercito presente da agosto a Rojava, nord della Siria, e che prosegue negli attacchi alle Ypg, nonostante siano chiaramente appoggiati dall’alleato Nato.

Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, Ankara sa che gli Stati uniti abbandoneranno le istanze kurde una volta che Raqqa sarà liberata. E Erdogan potrà proseguire spedito nell’operazione già in corso: la frammentazione della Siria, con un corridoio lungo il confine da ripulire dal progetto di confederalismo democratico messo in piedi da Rojava. Nena News


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