La vita quotidiana nella zona H2 della città è segnata da arresti e intimidazioni, scrive Irene Canetti. Ma Nour Abu Aisha sconta anche il fatto di essere stato testimone dell’uccisione a sangue freddo di un palestinese, responsabile del ferimento di un soldato, compita dal caporale Elor Azaria nel marzo del 2016

di Irene Canetti
Hebron, 6 settembre 2017, Nena News – (prosegue da qui) E’ mercoledì e sono passati nove giorni dall’arresto di Nour: un fiume di stoffa bianca e azzurra si riversa da Shuahada Street e Tel Rumeida e scorre copioso. Diecimila ebrei francesi marciano compatti sventolando le bandiere dello Stato israeliano nella parata sionista che percorre annualmente in questo mese le strade di Hebron e che quest’anno cade in occasione del cinquantesimo anniversario dell’occupazione della città.
A guidare la manifestazione è l’organizzazione israelo-francese “Israel is forever”: come dichiarato dal presidente Jacques Kupfer anche nella pagina Facebook ufficiale dell’associazione, “è ormai il turno del giudaismo francofono di apportare il suo prezioso contributo alla costituzione di uno Stato ebraico”, esigenza quanto mai attuale dal momento che “non può sussistere alcun dubbio sul fatto che non esiste più posto per una presenza ebraica in un’Europa abbandonata all’antisemitismo, all’asservimento all’Islam”; è il momento di lottare contro qualsiasi piano di condivisione della terra “a vantaggio di un popolo inesistente e di un futuro stato terrorista”.
La marcia è l’occasione per protestare contro la risoluzione dell’Unesco che appena un mese prima ha dichiarato la Città Vecchia e la Tomba dei Patriarchi “siti palestinesi”. Una decisione “spregevole”, la definisce il capo coalizione del Likud David Bitan alla fine dell’evento, che si conclude proprio presso la tomba di Abramo. Il parlamentare della Knesset approfitta della parata per rivolgere anche un appello a chi tra i presenti “non è ancora immigrato in Israele:”: “ora è il momento di tornare a casa, l’unica casa per tutti gli ebrei”.
I manifestanti, inoltre, sfruttano la sfilata per esprimere piena solidarietà alle quindici famiglie di coloni che dal 25 luglio occupano illegalmente la casa ribattezzata Beit Hamachpela.
Nell’edificio della discordia, che sorge di fronte al parcheggio degli autobus dei coloni, a poca distanza dalle Tombe, già nel 2012 si erano insediati decine di Israeliani, rivendicandone l’acquisto da uno dei proprietari, uno dei membri della numerosa famiglia Abu Rajab, che subito smentì la vendita. Un atto di cessione dichiarato poi illegale dall’Amministrazione Civile, il corpo del Ministero della Difesa che delibera sulle questioni relative alla proprietà dei terreni della West Bank. Le famiglie erano state costrette ad abbandonare l’abitazione. Ma nel luglio scorso sono tornate. Lo stesso giorno della seconda occupazione, il Premier Netanyahu ha ordinato al ministro della Difesa Liberman di non dare inizio ai piani di evacuazione della casa.
Una barriera di soldati presidia quotidianamente la casa a tre piani. Un grande striscione sulla sua facciata celebra il ritorno degli ebrei alla loro terra, usurpata dagli arabi terroristi. Kippah e cappelli a tesa larga di ortodossi si avvicendano ai piedi dell’edificio: un viavai di visitatori che anche nelle ore più calde viene a portare il suo sostegno agli occupanti. E’ il 16 di agosto: i palestinesi di Hebron inviano una petizione alla Corte Suprema di Giustizia per rivendicare il diritto della famiglia Abu Rajab, che ha sempre denunciato la falsità e l’illegalità del presunto atto di cessione della propria casa agli israeliani, a riottenere l’abitazione. E’ un giorno come un altro per gli occupanti e per i soldati, che asciugandosi il sudore dalla fronte squadrano con poca attenzione o invitano a scambiare qualche chiacchiera annoiata i coloni che varcano la porta della Casa Hamachpela.
Ci sono giorni di agosto in cui sulla città vecchia di Hebron pare calare una pesante cappa di afa e immobilità che imbavaglia tutti e li ingessa nell’impotenza. I colori del marcato, un tempo vivaci, addomesticati e resi cupi dall’ombra delle reti messe a proteggere le vie dai rifiuti gettati dall’alto delle colonie; le contrattazioni dei venditori e dei loro acquirenti, chiassose ma affilate da una punta di costante e malcelato nervosismo; ogni scena sembra affogare nella lava bollente ma annacquata di uno status quo infrangibile e interminabile.
Ma altre volte, tra le bancarelle sempre uguali, la vita giornaliera, impregnata della dolcezza dei profumi dei fichi appena esposti e da un odore acido di sudore, può essere scossa e turbata dal passaggio di un esercito che all’improvviso abbandona le sue postazioni granitiche di eterno controllo e umiliazione e invade le strade antiche. E’ il 23 agosto, e così sarà anche il 24. I soldati, denuncia la Rete Ism (International Solidarity Movement) che opera nella città, irrompono in frotte per le vie del mercato, bloccano l’accesso principale, e compiono raid in diverse case.
Arrestano tre ragazzini, due di 13 e uno di 14 anni, il primo giorno, e due altri della stessa età il giorno successivo. Stando a quanto denunciato dagli attivisti, un terzo bambino di sette anni sarebbe stato liberato solo grazie al pronto intervento del padre lì presente. I soldati poi si ritirano nelle loro basi e tornano alla meccanicità delle loro operazioni ai checkpoint, lasciando i commercianti in preda allo sconcerto.
Mentre sgocciolano i giorni di agosto verso la fine dell’estate, e fuori il verde delle vigne si prepara a sostituire quello chiaro dei fichi dolci, verde che dentro alla città è colore dominante, tinta onnipresente sulle saracinesche abbassate dei negozi abbandonati e delle divise imbottite dei soldati che marciano ovunque, domenica 27 agosto giunge la risposta del procuratore generale Avichai Mandelbit alla petizione dei palestinesi sulla casa Abu Rajab: riconoscendo l’illegalità dell’occupazione, ai coloni viene data una settimana di tempo per lasciare pacificamente l’abitazione. In caso contrario, si paventa l’intervento dell’esercito per sgomberarli con la forza.
“Non c’è l’intenzione di approvare l’occupazione dell’edificio prima del completamento dell’acquisto”: Mandelbit non può negare l’evidenza dell’assenza di qualsiasi contratto che attesti legalmente la cessione del palazzo. E se i tempi e i modi cauti di sgombero nei confronti dei coloni possono far riflettere sulla celerità degli sfratti e delle demolizioni delle case palestinesi, i firmatari della petizione tirano mezzo sospiro di sollievo, e nonostante tutto tra una settimana potrà succedere e l’intervento del governo a favore degli occupanti potrà arrestare qualsiasi provvedimento della Corte di Giustizia, la famiglia Abu Rajab è un passo più vicina alla vittoria legale. Si tratterà eventualmente di una battaglia vinta, comunque, e non di una guerra: non c’è sentenza, di fatto, che sembri poter vietare ai coloni di rioccupare la casa il giorno stesso dopo lo sgombero. Nulla lascia presagire che si arrenderanno.
Si chiude con una protesta per le strade il mese di agosto ad Hebron, e con il lancio di una nuova campagna da parte dell’ong Yas: “Segregated and Unequal”. Gli attivisti dell’associazione marciano accanto alle famiglie della città, per protestare contro tutte le barriere – le reti, i cancelli, i muri divisori – che frammentano Hebron in morsi di cemento in cui ai Palestinesi è permesso o vietato l’accesso. Lo scopo dell’iniziativa è quello di raggiungere, attraverso un lavoro fianco a fianco di volontari e società civile, l’abbattimento delle strutture di separazione, considerate veri e propri strumenti di apartheid.
Ci sono strade a due corsie, nella città: sulla più larga camminano gli israeliani, su quella più spesso marginale e stretta i palestinesi. Ci sono lucchetti su alcuni cancelli che vengono sigillati la sera dai soldati e riaperti la mattina dopo; a volte, stando all’arbitrio dell’esercito, vengono chiusi di giorno, e i palestinesi restano bloccati dietro alle sbarre e alle recinzioni. “Questa mattina gli studenti non possono andare alla scuola di Qortuba, perché i soldati non permettono loro di usare le scale che passano vicino all’insediamento di Hadassah e scendono fino a Shuhada Street – scrive Jawad la mattina del 29 agosto – Non sono ancora a scuola perché non possono usare quelle scale!”.
Una cordicella passa sul corrimano della gradinata che scende in Shuhada Street: giunti al primo cancelletto di ferro, ci si ferma. Un soldato dalla strada in basso urla “Chi siete?”. Gli internazionali hanno di solito la risposta che con più probabilità fa sì che il militare, dopo un cenno di consenso o impassibilmente, tiri l’altro capo della corda e apra il cancello. Un secondo cancello aspetta aperto ai piedi della scala, poi si richiude con un lento meccanismo a scatto, sotto gli occhi vigili di tre uomini in divisa. Evidentemente, quella scolastica non è più sufficiente perché la corda si muova e dischiuda le due barriere, se a indossarla sono ragazzi palestinesi.
Un lungo mese si chiude, con un tonfo di metallo rovente, su una città soffocante di silenzio e non di afa trincerata come in tutti gli altri mesi dell’anno dietro alle sue sbarre, mentre per le strade una protesta si muove, nella speranza di spalancare ogni porta. Nena News






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