Secondo le organizzazioni non governative, le condizioni di salute dell’attivista protagonista delle proteste bahrenite del 2011 stanno peggiorando, ma Manama non lo starebbe curando. Il governo, intanto, si vanta delle sue operazioni anti-terroristiche e annuncia la sospensione delle misure d’austerity

L'attivista Nabeel Rajab
L’attivista Nabeel Rajab

 della redazione

Roma, 26 gennaio 2018, Nena News – Le condizioni di salute dell’attivista bahrenita Nabeel Rajab stanno peggiorando, ma le autorità di Manama continuano a non fornirgli alcuna assistenza medica. A denunciarlo sono state ieri alcune organizzazioni internazionali per i diritti umani. Secondo le ong, dietro al mancato sostegno sanitario a Rajab c’è “il chiaro tentativo di minacciare la sua sicurezza e integrità”. “Recentemente si sono registrati segnali allarmanti sulle sue condizioni di detenzione” ha detto Dimitris Christopoulos, presidente del Fidh, un consorzio internazionale di 184 organizzazioni non governative internazionali. “Il governo – ha aggiunto – dovrebbe porre fine a queste strategie e rilasciarlo immediatamente. Temiamo seriamente per la sua vita”.

Rajab, una delle principali figure delle proteste del 2011 in Bahrain, è stato condannato a due anni di carcere lo scorso luglio per “aver diffuso dicerie e false informazioni [sul suo Paese]”. Non solo: l’attivista rischia un’altra condanna a 15 anni di reclusione in un secondo processo per via di alcuni suoi commenti su Twitter in cui criticava l’Arabia Saudita e i suoi alleati (tra cui lo stesso Bahrain) per il loro intervento militare in Yemen.

La sua condanna a 2 anni di carcere fu duramente criticata lo scorso luglio dall’Istituto del Bahrain per i diritti e la democrazia (Bird): l’attivista, dichiarò allora l’organizzazione, è stato punito per “aver parlato con i giornalisti”. Bird parlò di un processo in cui non ci sono mai state “le garanzie minime per poter essere giusto”. Accuse che le autorità giudiziarie respinsero prontamente: il legale dell’imputato, dissero, era presente durante i dibattiti processuali.

Sulla condanna di Rajab, duro fu anche il commento di Amnesty International (AI) che parlò di “campagna inarrestabile” da parte delle autorità locali per “spazzare via il dissenso”.  “Preoccupazione” per il suo arresto fu espressa allora anche dal Dipartimento di stato americano. Tuttavia, gli Usa si sono tenuti ben lontani dal criticare apertamente l’alleato del Golfo che ospita sul suo territorio la Quinta Flotta della marina statunitense. E atteggiamento simile è stato anche quello dell’Unione Europea e dell’Inghilterra che con la monarchia di re Hamad ci fanno affari d’oro che non vogliono rovinare denunciando la violazione sistematica dei diritti umani operata dalla monarchia.

Nabeel Rajab (52 anni) è stato più volte arrestato negli ultimi anni per aver preso parte a proteste “non autorizzate”. Rilasciato anzi tempo nel 2015 per motivi di salute, era stato nuovamente incarcerato nel giugno 2016. Il suo calvario con la giustizia è simile a quello vissuto da tanti altri dissidenti politici locali. Il duro giro di vite della monarchia sunnita (in un Paese a maggioranza sciita) non ha risparmiato nessuno: né il partito di opposizione Wefaaq (sciolto dall’alta corte di giustizia nel luglio 2016), né quotidiani (al-Wasat, principale organo d’informazione, chiuso lo scorso giugno), né ovviamente gli attivisti. Tra questi, anche il leader religioso Issa al-Qasim a cui, come a tanti altri oppositori, è stata tolta la cittadinanza. La repressione bahrenita contro qualunque forma di dissenso ha però avuto anche un prezzo da pagare: negli ultimi anni, infatti, si sono registrati anche diversi attacchi armati contro forze di polizia da parte di alcuni gruppi sciiti. Secondo Manama dietro le loro azioni, vi sarebbe la “nemica” Iran.

E proprio di Iran, domenica, è tornato a parlare il ministro degli interni Sheikh Rashid bin Abdullah al-Khalifa. Secondo Shaykh Rashid, Teheran guida diversi “gruppi terroristici” che si coordinano con il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc), con le Forze di mobilitazione popolare irachene e con il “Partito di Dio” libanese (Hezbollah). Perciò, ha lasciato intendere, va ostacolata. Il governo si è poi vantato dei suoi successi: nel 2017, ha detto il ministro, Manama ha compiuto 105 “operazioni di sicurezza” durante le quali ha arrestato 290 “fuggitivi e sospetti”.

Buone notizie arrivano dal fronte economico. Secondo quanto ha dichiarato tre giorni fa un ufficiale del governo alla Reuters, “ogni progetto relativo a nuove tasse governative non sarà implementato finché la commissione congiunta non terminerà i suoi lavori su come ristrutturare i sussidi che dovranno aiutare realmente chi ha bisogno”. Le parole dell’ufficiale hanno confermato la decisione presa domenica da re Hamad di bloccare (per ora) i piani di austerity e aprire un dialogo tra il gabinetto e il parlamento.

La sospensione giunge però dopo che questo mese il governo aveva aumentato i prezzi del gasolio e, a dicembre, aveva imposto tasse sulle bevande zuccherate e sul tabacco. Manama dovrebbe inoltre introdurre l’Iva nel giro di sei mesi. Nena News


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