La pianificazione urbana è un altro dei principali mezzi geopolitici e strategici usati da Israele dal 1967 per giudaizzare la città e ridurre la presenza dei palestinesi

(Foto: Ammar Awad/Reuters
(Foto: Ammar Awad/Reuters

di Francesca Merz

Roma, 5 novembre 2019, Nena News – La pianificazione urbana è un altro dei principali mezzi geopolitici e strategici usati da Israele dal 1967 per stringere la morsa su Gerusalemme e ridurre l’espansione urbana dei palestinesi come parte del suo sforzo di giudaizzare la città. Questo concetto è il cuore del 2020 Master Plan, che vede Gerusalemme come unità urbana unica, centro metropolitano e capitale di Israele. Uno degli obiettivi principali del piano è “mantenere una solida maggioranza ebraica in città” incoraggiando colonie ebraiche a Gerusalemme Est e riducendo la migrazione negativa. Tra le altre cose, il piano mira a costruire unità abitative economiche in quartieri ebraici già esistenti e in quartieri nuovi. Inoltre immagina il collegamento delle colonie israeliane in Cisgiordania a Gerusalemme e Tel Aviv.

Il piano si presenta come capace di dare uguale attenzione alle aree palestinesi, ma non serve la lettura di un esperto per comprendere in maniera molto chiara che l’intento è tutt’altro. Non tiene in considerazione il tasso di crescita palestinese a Gerusalemme Est e la scarsità di case, riconosce solo 2.300 dunam (2.3 km²) per la costruzione palestinese contro i 9.500 per ebrei israeliani. Inoltre la maggior parte delle unità abitative proposte per i palestinesi si trovano nelle zone nord e sud di Gerusalemme, invece che nella Città Vecchia, dove la crisi abitativa è più acuta e l’attività coloniale più intensa. Inoltre, secondo il piano, il 62.4% dell’aumento nelle costruzioni ebree israeliane si realizzerà attraverso l’espansione e la creazione di colonie, quindi incrementando il controllo territoriale, al contrario, oltre la metà, il 55.7%, di nuove case per i palestinesi si realizzerà attraverso l’accumulo in aree già urbanizzate, attraverso un’espansione verticale.

Sul tema è interessante notare come, secondo la legge israeliana, per poter costruire una casa ci debbano essere delle particolari caratteristiche territoriali, diciamo alcune pre-condizioni che devono essere realizzate prima che le autorità israeliane rilascino i permessi di costruzione, tra esse ricordiamo ad esempio un adeguato sistema stradale (i permessi per edifici di sei piani dipendono da una distanza di accesso alle strade di almeno 12 metri); spazi di parcheggio; reti fognarie; edifici pubblici e istituzioni, come noto i palestinesi non hanno il controllo sul fatto che questi pre-requisiti esistano, in quanto le infrastrutture sono costruite dal governo israeliano, dunque questi requisiti sono responsabilità del Comune. Ma il Comune è totalmente assente nei quartieri palestinesi, che vengono lasciati sommersi nei rifiuti, senza alcun tipo di servizio né infrastruttura, per una chiara strategia governativa volta a rendere sempre più insopportabile la vita in quei luoghi, tutto ciò di riflesso rende estremamente difficile per i palestinesi poter costruire nuove case.

Il Master Plan inoltre non tiene conto della mancanza di aule scolastiche, strutture mediche, aree commerciali e altre istituzioni pubbliche necessarie a gestire la domanda della crescente popolazione palestinese. Il piano invece è molto dettagliato nella sua idea di “portare avanti con severità le leggi di pianificazione e costruzione per impedire il fenomeno delle costruzioni illegali”. Tuttavia, solo il 7% dei permessi di costruzione a Gerusalemme sono stati rilasciati a dei palestinesi negli ultimi anni. La discriminazione di Israele nel rilasciarli, combinata all’alto costo dei permessi costringe molti palestinesi a costruire illegalmente. Secondo un rapporto dell’International Peace and Cooperation Center, il 78.4% delle violazioni tra il 2004 e il 2008 sono state commesse a Gerusalemme Ovest, contro le 21.5% di Gerusalemme Est. Eppure solo il 27% delle violazioni a Gerusalemme Ovest sono state oggetto di ordini di demolizioni, contro l’84% a Gerusalemme Est. Risulta piuttosto chiaro comprendere come il 2020 Master Plan sia un piano politico che usa la pianificazione urbana come mezzo per garantire il controllo demografico e territoriale ebraico sulla città. Il piano sostiene “la segregazione spaziale dei vari gruppi di popolazione nella città” e la considera come “un reale vantaggio”. Punta a dividere Gerusalemme in diversi distretti di pianificazione basati sull’affiliazione etnica in cui nessuna area metta insieme palestinesi e ebrei israeliani.

E’ la ricercatrice di al-Shabaka Nur Arafeh ad aver analizzato i tre master plan israeliani per Gerusalemme, spiegando l’obiettivo di modellare la città in un centro turistico e high-tech e le vie intraprese, usando la pianificazione urbana per modificare la demografia cittadina. Arafeh accende i riflettori sulle ultime e pericolose leggi che Israele ha riattivato o emanato per portare avanti la colonizzazione della città – la “legge della proprietà degli assenti” e la “legge della terza generazione”. Il 15 marzo 2015 la Corte Suprema israeliana ha attivato la legge della Proprietà degli Assenti. Questa legge è stata emessa nel 1950 con l’obiettivo di confiscare le proprietà dei palestinesi che sono stati espulsi durante la Nakba del 1948. È stata utilizzata come “base legale” per trasferire le proprietà dei palestinesi rifugiati nelle mani del neonato Stato di Israele. Dopo il 1967 Israele ha applicato la legge a Gerusalemme Est, permettendo così l’appropriazione delle proprietà dei gerusalemiti la cui residenza era stata individuata fuori dalla Palestina. È stata poi riattivata nel 2015 garantendo a Israele la confisca delle proprietà di palestinesi di Gerusalemme Est che oggi vivono in Cisgiordania, considerandola “proprietà di assenti”. Mentre i palestinesi non possono reclamare le proprietà perse nel 1948 e nel 1967 in quella che oggi è Gerusalemme Ovest, la Corte Suprema ha emesso una sentenza a favore dei coloni israeliani che hanno ottenuto le case che l’Unwra (agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) aveva distribuito ai palestinesi fuggiti da Gerusalemme Ovest e da Israele nel 1948.

Lo sviluppo del settore turistico a Gerusalemme è al centro dei tre piani esaminati dalla ricerca della studiosa Arafeh. E proprio per comprendere al meglio quella che è l’idea di sviluppo della città è quanto mai necessario conoscere questi piani strategici. Secondo il già esaminato 2020 Master Plan, il Comune di Gerusalemme punta a promuovere il turismo e in particolare gli aspetti culturali di Gerusalemme. Pianifica una campagna di marketing per aumentare il potenziale dello sviluppo immobiliare, sostenere il turismo locale e internazionale e investire nelle infrastrutture turistiche per garantire lo sviluppo del settore. Il Jerusalem 2020 Master Plan è stato preparato da una commissione nazionale di pianificazione e pubblicato la prima volta nell’agosto 2004. È il primo piano spaziale comprensivo e dettagliato sia per Gerusalemme Ovest che Est dall’occupazione israeliana di Gerusalemme Est del 1967. Sebbene il piano non sia stato mai validato perché mai depositato per la pubblica visione, le autorità israeliane lo stanno implementando ed è il riferimento in merito alla visione futura. Il piano comprende lo sviluppo di diverse aree tematiche, e risulta a questo punto totalmente in fase di attuazione, comprendendo pianificazione urbana, archeologia, turismo, economia, educazione, trasporti, ambiente, cultura e arte. Il piano è disponibile online in ebraico e arabo nel sito della Civic Coalition Defending the Palestinians’ Rights in Jerusalem.

Il secondo piano è il Marom Plan, il prodotto di una commissione governativa per lo sviluppo di Gerusalemme che sarà implementato dalla Jerusalem Development Authority. L’obiettivo dell’ente è promuovere Gerusalemme come “città internazionale, leader nel commercio e nella qualità della vita nel settore pubblico. Il Jerusalem Institute of Israeli Studies sta conducendo consultazioni, ricerche e monitoraggio del Marom Plan. L’istituto è un centro di ricerca multidisciplinare che gioca un ruolo guida nelle politiche di pianificazione e sviluppo per Gerusalemme nei settori di pianificazione urbana, demografia, infrastrutture, educazione, edilizia, industria, mercato del lavoro, turismo, cultura ecc.

Infine il Jerusalem 5800 Master Plan, noto anche come Jerusalem 2050, è un’iniziativa privata promossa da Kevin Bermeister, innovatore tecnologico australiano e investitore immobiliare. Il piano fornisce visioni e proposte di progetto per Gerusalemme fino all’anno 2050, fungendo da “master plan di trasformazione di Gerusalemme” che può essere implementato in sinergia con enti comunali e nazionali. È diviso in vari progetti indipendenti, ognuno dei quali realizzabile in autonomia. Il team di implementazione del piano include “i migliori pianificatori israeliani nel turismo, i trasporti, l’ambiente, il patrimonio e la sicurezza”. Dall’altro lato ai palestinesi non è data alcuna marginalità di azione, da un lato li si colpevolizza perché non sono in grado di creare le condizioni per un’autonomia, ma dall’altra si impedisce ad ogni modo che questo accada: dal 2001 Israele ha chiuso almeno 31 istituzioni palestinesi, tra cui l’Orient House, l’ex quartier generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e la Camera di Commercio e dell’Industria. Al governatorato di Gerusalemme e al Ministero degli Affari di Gerusalemme è vietato lavorare a Gerusalemme e sono costretti ad operare in un edificio ad al-Ram, nel nordest di Gerusalemme, fuori dai confini municipali imposti da Israele.

A causa del vacuum istituzionale e di leadership che Israele ha creato a Gerusalemme Est, è una sfida trovare modi per controbattere alla colonizzazione della città. Nel corso della ricerca Arafeh ha avuto l’opportunità di parlare con i rappresentanti di diverse organizzazioni, enti ufficiali e gruppi di comunità. Sono tutti concordi nel dire che tra i passi più urgenti da fare c’è la creazione di comitati popolari in ogni quartiere di Gerusalemme Est. Tali comitati potrebbero sensibilizzare i residenti sui propri diritti e sui piani israeliani per il futuro, incoraggiare le attività di volontariato, monitorare e impedire ai palestinesi di vendere le proprie terre a ebrei israeliani, rappresentare il quartiere nei forum nazionali e cooperare per rafforzare la lotta per difendere la terra palestinese, un ente che possa lavorare come canale tra i palestinesi di Gerusalemme Est e l’Anp e il resto del mondo.

In particolare gli Stati membri dovrebbero attivare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 478  del 1980 che dichiara “tutte le misure legislative e le azioni intraprese da Israele, potere occupante, che si propongono di alterare il carattere e lo status della città santa di Gerusalemme, sono nulle e devono essere fermate subito”. È vitale inoltre creare un ente di finanziamento o una banca di sviluppo per superare la mancanza di fondi, una delle principali problematiche delle istituzioni palestinesi a Gerusalemme Est. Una simile banca potrebbe avere diverse funzioni: fornire credito visto che la maggior parte dei mutui sono accessibili solo ad alti tassi di interesse; aiutare a finanziare lo sviluppo del settore abitativo; fornire incentivi per incoraggiare gli investimenti e ravvivare il settore commerciale.

Va detto, nell’ottica generale di questo processo di selezione della popolazione, che lo Stato di Israele lo agevola con processi economici di selezione della cittadinanza per città e quartieri anche quando quella cittadinanza è ebrea, basti pensare ad esempio ai piani economici per il popolamento delle colonie e delle città, che vengono diversificati secondo classi sociali di appartenenza ed etnie, in maniera non esplicita, ma sostanziata dall’economia. Se infatti le case a Jaffa sono rimaste quelle stupende case antiche palestinesi, con giardinetto annesso e aranceti, e le strade della città riportano al profumo d’Oriente come noi lo conosciamo, attirando investitori e proprietari ebrei con alta capacità di acquisto, il piano di popolamento ebraico di città come Haifa, basato su costruzioni ad alveare, a basso costo, ha portato molta popolazione dopo la caduta dell’Urss, quindi principalmente parlante russo, ad abitare nella città.

Ci si trova dunque a percorrere pochi chilometri e a trovarsi, in pieno Oriente, all’interno di città intere in cui si parla russo, polacco, con persone dai tratti somatici chiaramente dell’est. Il fenomeno è sconcertante, perché chiarisce il processo di sostituzione etnica oramai conclusosi in vaste aree, e ci proietta in un futuro per quelle terre, fatto di comunità totalmente slegate dal territorio, che mantengono spesse volte anche la loro lingua di origine, e che vanno a riproporre ghetti all’interno dello Stato israeliano, dando come garanzia solo l’appartenenza religiosa, in cambio di agevolazioni che garantiscano ad Israele la presenza sempre più massiccia di propri cittadini per velocizzare il meccanismo di espulsione dei palestinesi, anche in questi casi non potremo che tornare a parlare di un chiaro fenomeno di gentrificazione, non connesso al turismo, ma alla modifica di destinazione d’uso dei luoghi, che portano alla creazione di veri e propri ghetti distinti per classi sociali, slegando completamente la comunità alla propria terra. Nena News

 


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