di Marco Santopadre* –

Pagine Esteri, 22 Maggio 2021 – L’annosa vicenda del Sahara Occidentale raramente ha ricevuto particolare attenzione sulla stampa occidentale, almeno negli ultimi decenni. Ma il 18 maggio scorso la questione dell’ex colonia spagnola – occupata nel 1975 da Rabat – ha di nuovo conquistato per un attimo i riflettori quando circa 8.000 migranti marocchini e subsahariani sono improvvisamente arrivati a Ceuta, una enclave di Madrid in Nord Africa, nuotando, camminando sul bagnasciuga oppure a bordo di imbarcazioni di fortuna.

Senza la “distrazione” delle guardie di frontiera e della polizia marocchine, che pattugliano in forze la frontiera, i migranti non avrebbero mai potuto oltrepassare il blindatissimo sistema di reticolati e torrette che “difende” l’avamposto coloniale spagnolo.

E, di fatti, le autorità e la stampa spagnole hanno subito gridato alla ritorsione, da parte del governo di Rabat, nei confronti di Madrid, accusata dai marocchini di aver offerto rifugio a quello che considerano un terrorista e un nemico giurato.

Il 26 aprile scorso, infatti, il presidente della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e segretario generale del Fronte Polisario, Brahim Ghali, è arrivato sotto falso nome in Spagna ed è stato ricoverato in un ospedale della Rioja grazie ad un accordo con il governo Sànchez che ha fatto infuriare il Marocco. «Una mossa di esclusivo sapore umanitario» a favore del leader saharawi alle prese con serie complicazioni post-Covid, si è difesa la ministra degli Esteri spagnola, la socialista Arancha González Laya, dal quale ha però preso le distanze il ministro degli Interni, Fernando Grande Marlaska.

Rabat, che aveva minacciato serie ritorsioni nei confronti della Spagna, ha quindi deciso di utilizzare la carta dei migranti, scatenando un terremoto politico senza precedenti. Le immagini di migliaia di immigrati a spasso per le strade di Ceuta hanno fornito alle opposizioni di destra spagnole nuovi argomenti per attaccare il governo Sànchez, che ha risposto mobilitando l’esercito, ricacciando subito in Marocco migliaia di “invasori” e confermando con toni bellicosi l’indiscutibile e sempiterna identità spagnola dell’enclave.

L’atteggiamento aggressivo del Marocco nei confronti di Madrid – che pur sostenendo formalmente il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi non è che abbia mai fatto molto per farlo rispettare – dimostra quanta fretta abbia Muhammad VI di chiudere la partita del “Sahara Occidentale”.

Soprattutto dopo che, il 10 dicembre 2020, il sovrano ha incassato un importante assist da parte dell’allora inquilino della Casa Bianca Donald Trump che, via Twitter, annunciò il riconoscimento della sovranità di Rabat su quelle che il Marocco descrive come le sue “province meridionali” ma che la comunità internazionale considera tuttora un territorio illegalmente occupato.

Questa lunga striscia di territorio prevalentemente desertico, bagnata dall’Oceano Atlantico e incuneata tra Marocco, Algeria e Mauritania, è stata colonia spagnola dal 1884. Negli anni ’50 la popolazione locale si organizza e si mobilita per rivendicare l’indipendenza e nel 1973 da un precedente movimento nasce il “Frente Popular para la liberación de Saguía el-Hamra y Río de Oro” che sceglie la via della lotta armata. Ma il Marocco approfitta del parziale disimpegno di Madrid (Francisco Franco è ormai molto anziano e malato) per impossessarsi di una parte del “Sahara spagnolo”; nel novembre del 1975 l’allora sovrano marocchino Hassan II organizza la cosiddetta “Marcia verde”, mandando più di trecentomila coloni a occupare la regione. Dopo pochi giorni la Spagna rinuncia alla colonia che viene spartita tra Marocco e Mauritania, accordo che l’Onu non riconosce e che il Fronte Polisario contrasta, proclamando il 26 febbraio 1976 la costituzione della “Repubblica Araba Saharawi Democratica” in concomitanza con la partenza degli ultimi contingenti di Madrid.

Grazie al supporto logistico e militare dell’Algeria e poi anche della Libia, il Fronte Polisario riesce a sconfiggere le truppe mauritane che nel 1979 si ritirano dai territori ottenuti grazie all’Accordo di Madrid. Invece lo scontro tra Fronte Polisario (e altre organizzazioni della resistenza saharawi) e le truppe e i coloni marocchini è andata avanti fino al 1991, quando le parti hanno siglato un cessate il fuoco. Nello stesso anno l’Onu ha ribadito il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi e la necessità di un referendum che lo conduca all’indipendenza, e ha istituito la Minurso – “Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale” – incaricata di monitorare la tenuta della tregua. Ancora nel 2001 una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ha ribadito il sostegno delle Nazioni Unite alla celebrazione della consultazione popolare.

Ma l’inazione delle grandi potenze e l’opera di repressione e di colonizzazione portata avanti senza sosta dalle autorità marocchine rendono la legalità internazionale e i dettami dell’Onu carta straccia. Negli anni Rabat ha costruito un sistema di muri per un totale di ben 2700 km, allo scopo di delimitare la porzione di territorio saharawi occupato (l’80% del totale) e continua a promuovere l’invio di coloni nei territori abitabili. La maggior parte dei saharawi – circa 150 mila – è stata da tempo espulsa dalle loro terre e vive nei campi profughi realizzati nella regione desertica di Tindouf, territorio algerino a ridosso della “zona libera” della RASD, abitata attualmente da meno di 40 mila persone.

Di fatto, ormai da tempo, il popolo saharawi è un popolo di profughi e di esiliati, dipendenti quasi totalmente, per sopravvivere, dai rifornimenti delle Nazioni Unite e dell’Algeria.

È in questa situazione che, il 30 ottobre del 2020, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato l’ennesima risoluzione che però fa un passo indietro sulla convocazione di un referendum per l’autodeterminazione e si limita a invitare le parti a riprendere i negoziati al fine di giungere a un compromesso. È di fatto lo sdoganamento della posizione marocchina, che già dal 2007 punta a far accettare alla comunità internazionale l’annessione dei territori occupati (che il linguaggio politico e mediatico comincia a definire “contesi”) in cambio della pretesa concessione di una qualche forma di autonomia alle province del Sahara Occidentale. È esattamente l’opzione che Donald Trump afferma di sostenere nella sua dichiarazione via social del 10 dicembre 2020.

Per quanto le autorità di Rabat abbiano risolutamente negato ogni relazione tra i due eventi, la mossa di Washington rientra in un’ampia manovra tendente ad agevolare Israele. Infatti, pochi giorni dopo il pronunciamento di Trump, il Marocco ha annunciato la storica normalizzazione delle relazioni con lo “Stato ebraico” (sospese nel 2000), diventando così il quarto paese coinvolto dal cosiddetto “Accordo di Abramo” dopo Emirati Arabi, Bahrein e Sudan.

In molti, a Washington ma non solo, pensavano che Biden avrebbe sconfessato il suo predecessore; ma durante l’ennesima sanguinosa crisi scatenata da Israele nella Striscia di Gaza, il presidente degli Stati Uniti ha chiamato personalmente il sovrano alawide, preoccupato per la tenuta dell’accordo con Tel Aviv di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica marocchina contro l’ennesima strage di palestinesi. Rabat, però, non ha battuto ciglio e come capita sempre più spesso, interessi economici e geopolitici hanno prevalso sulle sempre più rituali e consunte dichiarazioni di principio a favore della causa palestinese.

D’altronde, la posta in gioco è davvero consistente, e lo si è capito quando lo scorso 13 novembre – evidentemente dopo essersi assicurate un sostegno statunitense che sarebbe stato esplicitato neanche un mese dopo – le truppe marocchine sono intervenute per cacciare i militanti del Fronte Polisario che da tre settimane bloccavano una strategica via di comunicazione e impedivano il transito delle merci nella zona demilitarizzata di Guerguerat, nell’estremo sud del Sahara Occidentale al confine con la Mauritania.

Gli attivisti indipendentisti, che protestavano contro l’occupazione e lo sfruttamento illegale delle loro terre e delle loro risorse, hanno opposto resistenza e ne è scaturito un conflitto a fuoco che ha determinato, dopo alcuni anni di relativo stallo, la rottura del cessate il fuoco e il ritorno alla guerriglia da parte del Fronte Polisario guidato da Brahim Ghali.

L’organizzazione può contare su circa 10 mila combattenti. Ma la condizione della guerriglia saharawi è notevolmente peggiorata rispetto ai decenni scorsi. Il movimento, di tradizione laica e socialista, è entrato nel mirino dell’Isis e di altre formazioni jihadiste, mentre il sostegno dell’Algeria si è fatto più tiepido e quello della Russia è poco più che formale. La scomparsa della Libia di Gheddafi, inoltre, ha fatto venir meno un supporto per lungo tempo fondamentale. L’espulsione della maggior parte dei legittimi abitanti e il ripopolamento del Sahara Occidentale con varie ondate di coloni marocchini, infine, rende sempre più remota la possibilità concreta che prima o poi un referendum possa sancire l’indipendenza della regione, ammesso che prima o poi i rapporti internazionali ne rendano possibile lo svolgimento.

Da parte sua, il Marocco non vuole farsi sfuggire la storica occasione concretizzatasi grazie allo schieramento di Washington a favore dell’annessione dei territori occupati. In cambio della normalizzazione con Israele, gli Usa hanno già promesso un consistente piano di investimenti finalizzato alla modernizzazione del paese. Inoltre il suolo arido e spesso inospitale del Sahara Occidentale ha molto da offrire sul piano economico e geopolitico.

In particolare, il territorio desertico ospita il maggiore giacimento di fosfati al mondo finora scoperto. L’enorme miniera di Boukraâ produce infatti quasi 2,5 milioni di tonnellate di prodotto ogni anno (il 10% della produzione totale marocchina), esportato soprattutto negli Stati Uniti ed in Europa e utilizzato per la realizzazione di fertilizzanti. Nel sottosuolo della regione, poi, si stima che ci siano almeno 400 milioni di tonnellate di minerale d ferro.

Anche l’onnipresente sabbia è sfruttata dalle aziende marocchine che la utilizzano per il ripascimento delle spiagge o la produzione di materiali edili. E negli ultimi anni Rabat ha anche affidato a varie compagnie di tutto il pianeta lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e di gas naturale.

Il vastissimo tratto di oceano sul quale si affaccia la regione, oltretutto, è tra i più pescosi di tutto il continente. Per non parlare della consistente produzione delle numerose saline presenti sulla costa, che fruttano ogni anno decine di migliaia di tonnellate di sale.

Risorse naturali a parte, il Sahara Occidentale rappresenta soprattutto il naturale crocevia di numerosi corridoi commerciali che collegano l’Africa Nord-Occidentale con l’Africa centrale.

In nome di un business che potrebbe coinvolgere imprese e governi di tutto il mondo, la comunità internazionale sembra sul punto di abbandonare a se stessi, definitivamente, i legittimi abitanti di una regione del mondo che in molti, moltissimi, non hanno neanche mai sentito nominare.

* Giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio poriente e del Nordafrica. Scrive tra le altre cose di Spagna e Catalogna.

 

FONTI CONSULTABILI

Biden Can Backtrack on Trump’s Move in Western Sahara

 

Normalizzazione tra Israele e Marocco: firmati i primi quattro accordi

 

Los recursos naturales del Sahara Occidental son explotados por Marruecos

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