di Eliana Riva

Pagine Esteri, 6 luglio 2021 – La disoccupazione giovanile resta uno dei problemi più critici nell’area che comprende i Paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, indicata con l’acronimo di MENA (Middle East and North Africa). La popolazione del Medio Oriente e dell’Africa è passata dai 105 milioni del 1990 ai 456 milioni del 2019. Una crescita di 351 milioni. Mentre la forza lavoro totale nella stessa area è passata dai 69 milioni del 1990 ai 152 milioni del 2019. 83 milioni in più.

Sono trascorsi ormai 10 anni dalle cosiddette Primavere Arabe e dalle manifestazioni che portarono in piazza milioni di persone al grido di Lavoro, Libertà, Dignità. Un evento epocale, dal quale sono partiti processi molto importanti che in alcune regioni sono tutt’ora in corso. Ma tanto altro è rimasto uguale. La crisi economica ha continuato a influenzare le esistenze delle persone e il cambiamento non ha portato significativi miglioramenti dal punto di vista lavorativo e finanziario.

In tutti gli Stati coinvolti nella Primavera Araba, più del 50% della popolazione non aveva ancora compiuto i 30 anni di età. La rabbia e la speranza di tanti di questi giovani si sono scagliate contro i governanti autocratici che a fronte di limitazioni ai diritti individuali, non sono riusciti a garantire una reale rappresentanza ai propri cittadini né uno sviluppo economico e lavorativo dignitoso.

Dopo un decennio, molte delle ragioni che hanno spinto quei giovani alla rivolta, sono questioni rimaste irrisolte e la situazione del mercato del lavoro nei paesi del Medio Oriente e dell’Africa del nord soffre ancora di gravi ed endemiche carenze che sono state peggiorate, nell’ultimo anno, dalla crisi Covid-19.

La popolazione continua ad essere molto giovane e la percentuale sotto i 35 anni di età raggiungeva il 30% nel 2017. Ma i giovani spesso devono cercare lavoro per anni prima di trovarlo, e questo comporta conseguenze e ritardi nella partecipazione alla vita civile adulta.

Dopo la crisi economica del 2008 ci sono state le rivolte del 2011, i conflitti armati e il calo del costo del petrolio del 2014, che ha avuto effetti sui flussi migratori verso il Golfo e quindi sulle rimesse inviate nei propri Paesi d’origine. Il mercato del lavoro nella regione è tutt’oggi caratterizzato da gravi disparità di reddito, da un basso livello di occupazione della forza lavoro femminile e un significante divario di genere.

Queste difficoltà sono esacerbate nelle regioni che dipendono dalle risorse naturali e dal lavoro di miniera. Il mercato del lavoro è costituito, solitamente, da una piccola porzione di lavoro “formale”, che prevede alti salari, benefici e buone condizioni lavorative. Il lavoro “formale”, però, convive con una grande porzione di lavoro “informale”, lavoro nero, caratterizzato da bassi salari e scarse opportunità di crescita. Fino al 2018 la disoccupazione nelle regioni dell’area superava in media del 13% quella mondiale. Chiaramente, ognuno degli Stati ha numeri propri, ma rimane in tutti molto alta.

EGITTO. Manifestazione degli operai delle fabbriche tessili a Mahalla al Kubra (Foto: Egyptian Streets)

Nel 2019 la percentuale di disoccupazione giovanile in Algeria raggiungeva il 29,7%, il 26,5% in Egitto, il 37,3% in Giordania, il 49,5 in Libia, il 29,6 in Arabia Saudita, il 35,8 in Tunisia e ben il 40% nei Territori Palestinesi occupati e a Gaza.

Come detto, l’occupazione femminile è molto più bassa di quella maschile, problema particolarmente sentito per le giovani donne. La partecipazione femminile alla forza lavoro è a livelli minimi e il trend non risulta in crescita. La regione ha il più alto livello di segregazione occupazionale e settoriale basata sul genere a livello globale. Esistono molte restrizioni di tipo legale, anche, che rendono difficile alle donne l’ingresso nel mondo del lavoro, come i limiti alla mobilità, ma anche la discriminazione e le condizioni di povertà.

Sempre nel 2019, la disoccupazione delle giovani donne raggiunge rispettivamente il 45,5% in Algeria, il 53,3%, in Egitto, il 50,7% in Giordania, il 68,4% in Libia, il 64,3% in Arabia Saudita e il 66,8% nella West Bank e a Gaza. Nella regione del Maghreb, a fronte di una popolazione ancora più giovane rispetto ad altri Stati, esiste un livello particolarmente alto di disoccupazione giovanile, nonostante il livello di scolarizzazione sia mediamente alto. La disoccupazione porta molti giovani a rivolgersi al lavoro nero, con condizioni lavorative difficili e precarie, senza welfare né protezioni sociali.

Il lavoro forzato, i traffici di lavoratori, forme moderne di schiavitù e lavoro minorile, sono questioni aperte e, purtroppo, non geolocalizzabili in singole o ristrette aree del globo. Tuttavia, l’Africa patisce gravemente queste forme di sfruttamento. Nel 2016 si contava che il lavoro minorile riguardasse 1/5 dei bambini africani, 72 milioni. Il numero delle persone obbligate ai lavori forzati, traffici umani e forma moderna di schiavitù erano circa 3 milioni di adulti e mezzo milione di bambini. Pagine Esteri

Fonti:

World Bank, “World Development Indicators,” Ultimo accesso Aprile 2021

ILOSTAT Database, Ultimo accesso Aprile 2021;

UN Women – International Labour Organization, Joint Programme Promoting Decent Employment for Women through Inclusive Growth Strategies and Investments in Care, 31 Marzo 2021;

United Nations, Social protection responses to the COVID-19 crisis in the MENA/Arab States region, luglio 2020;

International Labour Organization, Employment for Stability and Socioeconomic Progress in North Africa: Project concept notes for technical cooperation, 8 Aprile 2021;

International Labour Organization, Conference Report: Women in Business and Management: gaining momentum in the Middle East and North Africa, Marzo 2016;

Marcella Emiliani, Medio Oriente. Una storia dal 1991 a oggi, Laterza, Bari, 2012.

 

 

 

 

 

 

 

 

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