di Ilaria De Bonis*

Pagine Esteri, 2 ottobre 2021 – «Gli Ogiek hanno tutto il diritto di tornare a casa», nella foresta di Mau tra gli alberi di karitè e le sapotacee. Tra i fiumi e le cascate della Rift Valley in Kenya che alimentano i grandi laghi. Hanno il diritto di tornare a raccogliere il miele e a cacciare antilopi. Sono il popolo della foresta, nato e cresciuto per proteggere la biodiversità, favorire la medicina tradizionale, impedire che si brucino alberi per farne carbone».

A dirlo (sebbene con un linguaggio più giuridico) è una sentenza della Corte africana dei diritti umani e dei popoli che risale al 2017; ma a ribadirlo (con parole semplici e inequivocabili) sono anche gli ambientalisti, decine di ong e il Minority Rights Group International.

«Quella sentenza non poteva essere più chiara», dice anche Lara Dominguez del Minority Rights Group. Eppure la situazione non si sblocca e questa popolazione ancestrale che da secoli viveva nella Mau forest, resiste ai margini della sua terra, reclamando il diritto al ritorno.

Circa 30mila indigeni sono stati espulsi dal governo di Nairobi e se provano a ripopolare la Rift Valley vengono sistematicamente allontanati in modo violento col pretesto che contribuirebbero alla «deforestazione e al prosciugamento delle falde acquifere».

«Niente di più falso», obiettano il Katiba Institute che monitora l’applicazione della Costituzione keniota, e l’Ogiek People’s Development Programme.

«Siamo i “custodi” della foresta di Mau, non i sui distruttori», ribadiscono gli indigeni.

Questa in effetti è una storia di land grabbing, demolizioni, sofferenza procurata alle famiglie e lotte in tribunale, che si trascina da decenni e che neanche una causa vinta riesce a sbloccarsi. È una storia di prepotenza e corruzione. Ma soprattutto di sconfitta per un patrimonio dell’umanità, che è la foresta più ricca di bellezza di tutta l’Africa centrale ed australe.

«La prima volta che Fredrick Lesingo è andato nella foresta a raccogliere il miele era solo un bambino – racconta la Ong Manitese – Seguiva suo padre, in una tradizione che la comunità tramanda di generazione in generazione da centinaia di anni». Con arbusti e legnetti «fanno un piccolo fuoco portatile. Poi con movimenti rapidi salgono in cima a un albero, dove in precedenza hanno piazzato un alveare». E da lì allontanano delicatamente le api, prendono il miele e scendono senza grandi protezioni per mani e viso perché le api non li attaccano.

Il 26 maggio del 2017, dopo una battaglia legale durata otto anni, la Corte africana dei diritti umani e dei popoli di Arusha, in Tanzania, ha emesso un verdetto inequivocabile: il governo keniano ha violato i diritti degli Ogiek. Ricorrendo a continue espulsioni dalle terre ancestrali e a demolizioni ingiuste. Gli Ogiek, dice un report di Land Coalition, non sono ospiti nella foresta. Sono il cuore pulsante. È come se fossero una “estensione umana” di quella foresta. Loro, e non altri. Perché i loro avi ne hanno tramandato la cura.

Ma adesso la strategia governativa è quella di consentire un parziale reintegro su pochi ettari di terreno ad indigeni e non indigeni, in modo da “diluire” la questione. «Questo è un approccio coloniale – dice il Minority Right group – si tratta di una assimilazione forzata che tende a far scomparire col tempo “il problema”».

L’attacco alla foresta è iniziato negli anni Novanta, è proseguito ed è stato quasi legalizzato, con disboscamenti selvaggi e riduzione di terreni a monocolture nonché taglio di alberi per farne carburante. John Miringa, un rappresentante degli Ogiek è convinto che se la foresta fosse rimasta sotto la loro tutela il disboscamento non sarebbe avvenuto. «Sarebbero spuntati fuori nuovi alberi indigeni; perché i nostri avi avevano piantato nella terra dei semi che sarebbero germinati», dice.

Ma invece hanno trovato ostacoli a non finire. Poi le autorità kenyote hanno deciso che era arrivato il momento di fare un passo indietro e nel corso del primo decennio del Duemila hanno iniziato ad espellere chi ci si era insediato (indigeni e non indigeni).

«Mettendo sullo stesso piano gli Ogiek e gli abbattitori di alberi», spiega Daniel Kobei direttore del Programma che li difende. Porzioni crescenti di Rift Valley sono state soggette a disboscamenti illegali per far spazio a coltivazioni estensive di tè e cedri e per tagliare, vendere, e bruciare legname.

Distese verdi di piantine di tè ad esempio. La Kiptagich Tea Estate occupa 937 ettari di terra per produrre tè verde, e la Sambut Tea Ltd insiste su 202 ettari.

Tutto inizia con la politica redistributiva e corrotta di Daniel Arap Moi: «il Kenya si trovava in un momento di collasso economico e di transizione alla democrazia. Il Paese era guidato da Moi di etnia Kalenjin a capo del partito Kanu che per la prima volta nel 1992 competeva in elezioni multipartitiche», scrive Stefania Albertazzi nel suo studio ‘la terra contesa, riflessioni sul caso della foresta Moi’.

L’ex presidente del Kenia, Daniel Arap Moi

«La terra forestale di Mau divenne parte di queste logiche clientelari e di predazione, fu allocata e distribuita a ordinari cittadini e membri dell’elite politica, militare ed amministrativa per guadagnare e rafforzare il supporto politico di Moi».

Una volta uscito di scena, Moi disse di aver «regolarmente acquistato» la terra dove adesso viene coltivato il tè in foresta. Nei primi anni del Duemila il blocco sud-ovest di Mau subisce un processo di deforestazione su oltre 23mila acri di terreno che vengono convertiti in insediamenti e la riserva verde è alterata per sempre. Il disboscamento è dovuto all’uso sconsiderato del legname per la vendita alle multinazionali. Una economia che trafuga ricchezze sventrando territori incontaminati. E purtroppo il land grabbing in Kenya è una pratica molto diffusa. Come negli altri Paesi dell’Africa Subsahariana. Secondo i dati del portale Land Matrix, sono almeno tredici i casi recenti di “furti di terra” che riguardano diverse zone del Kenya per 5-6mila acri di terra alla volta, fino a 16mila acri di terreno nella Contea di Muranga, dove opera la Kakuzi Plc, una multinazionale con sede in Kenya, quotata in borsa che commercia principalmente, e non a caso, in tè e avocado. Ma anche in ananas e legname. Sia questa che le altre società, secondo Land Matrix, hanno stipulato degli accordi sulla terra che non sono legali e che rientrano nella categoria del land grabbing. Si tratta di terreni sottratti alle comunità locali, oppure acquistati per cifre simboliche ed irrisorie, destinati a coltivazioni intensive che non favoriscono l’agricoltura locale ed anzi la distruggono. La foresta di Kiambu, alle porte di Nairobi, è un’altra preda dell’accaparramento illegale di terre per l’edilizia abitativa. Joannah Stutchbury, una delle più note attiviste in Kenya è stata uccisa lo scorso 15 luglio con dei colpi di arma da fuoco mentre stava tornando a casa: difendeva la foresta di Kiambu dagli speculatori. Gli oltre 1.000 ettari ufficialmente tutelati dalla legge dopo l’indipendenza nel 1963, si sono nel tempo ridotti a vista d’occhio. Dal 2010 al 2020 la parte di foresta vergine di Kiambu si è ridotta del 30%. Secondo un report recente di Gliobal Witness sono 227 gli ambientalisti uccisi in tutto il mondo nel 2020 per difendere la terra, e Johannah è tra loro. Mettere fine a questa pratica è praticamente impossibile, ma si assiste anche a cause collettive, con tentativi di portare i casi più eclatanti davanti a delle Corti nazionali e internazionali. La forza delle Campagne di advocacy internazionali inoltre è innegabile: è solo facendo uscire queste storie dall’anonimato che si può sperare di far leva sui governi. Il land grabbing si nutre di silenzi, complicità e negazioni. Tende a rimuovere l’esistenza di intere comunità che possedevano quelle terre ben prima che arrivassero le multinazionali. Ignorare la presenza delle minoranze, calpestare i diritti di persone che non possono far valere certificati di proprietà, è la prassi.

 

*Giornalista professionista dal 2005, ha lavorato per dieci anni nelle agenzie di stampa, specializzandosi in economia internazionale e cooperazione allo sviluppo. Ha vissuto e lavorato a Bruxelles, New York e Gerusalemme. Da diversi anni si occupa di Africa, Medio Oriente e missione, scrivendo per testate cattoliche.

 

 

 

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