a cura di  COSPE ONLUS*

Pagine esteri, 17 febbraio 2022 (foto di Cospe Onlus)- C’è odore di tabun nell’aria, mentre il sole all’orizzonte inizia a sorgere. È un odore familiare per chi è nato lì, nel sud della Palestina, tra le colline e l’inizio del deserto.



Nasser è seduto davanti a casa sua, mentre sorseggia un tè ancora fumante, in compagnia del suo figlio più grande: osservano le case bianche, in stile occidentale, sulla collina a poche centinaia di metri, dove sorge la colonia israeliana di Susiya. Le prime pecore stanno uscendo dall’ovile, raggiungono quell’appezzamento di terra che divide il villaggio dalla colonia, mentre occhi esperti dei pastori osservano l’orizzonte, per controllare che nessun colono li stia osservando.

È il 1971 quando i primi scavi archeologici nell’area di Susiya portano al ritrovamento di un’antica sinagoga proprio sotto il villaggio palestinese. In realtà, già nel 1869, Victor Guérin aveva identificato l’area come di interesse archeologico, ed un secondo controllo, fatto dal Palestine Exploration Fund nel 1874, aveva identificato due strutture, di cui una probabilmente era la stessa sinagoga. Gli scavi archeologici datano l’esistenza di Susiya dal II secolo AC, fino al XIII secolo DC. Di origine ellenistica, vi sono state ritrovate presse per fare il vino e resti di una fattoria, deducendone il carattere agricolo dell’insediamento. L’insediamento viene successivamente abbandonato, circa nel II secolo DC, successivamente alla rivolta di Bar Kochba . Il ritrovamento di un muro attorno alla sinagoga e all’intero insediamento porta a dedurre che la gente vi torni a vivere verso la fine del periodo romano. Tra il VII secolo DC e il VIII secolo DC, la costruzione di una moschea accanto alla sinagoga fa comprendere i profondi cambiamenti in corso nella regione, portando ad una massima fioritura dell’economia nell’area nel periodo tra l’XI secolo DC e il XIII secolo DC, quando l’insediamento agricolo torna ad ampliarsi. La sinagoga è la parte più importante dell’intero sito archeologico: datata tra il III secolo DC e il IV secolo DC, ha i pavimenti ricoperti di mosaici che rappresentano l’Arca dell’Alleanza, una menorah (l’antica lampada ad olio a sette braccia accesa all’interno del Tempio di Gerusalemme), e la figura di un cervo su ambedue i lati della sinagoga. Durante il VII secolo DC, parte della stanza principale viene divisa e ripartita, distruggendo in parte le figure umane che vi erano presenti. Proprio il ritrovamento della sinagoga ha portato gli esperti a considerare il sito di Susiya non a sé stante, ma bensì connesso a quello di altre tre grandi città vicine con medesimi ritrovamenti archeologici: As’Samu (Eshtemoha), Yatta (Juttah) e Al-Karmil (Carmel).

Nasser guarda verso la colonia di Susiya da casa sua. Fondata tra il maggio e il settembre del 1983, su circa 1800 dunums (180 ettari) di terra palestinese, la colonia israeliana ha un corpo centrale e due satelliti, ambedue avamposti : Susiya nord-est, dove si trova l’antico sito archeologico, e Susiya est, nato solo qualche anno fa. Dopo la sua nascita, è stato creato il Susiya tourism and education centre, che offre attività nel sito archeologico, come tour, ed in più la possibilità di soggiornare in un hotel con piscina.

Susiya (foto di Emek Shaveh)

SUSIYA: la colonia

La colonia di Susiya è parte del Har Hevron Regional Council, comitato istituito proprio nel 1983 tra le varie colonie nel Sud della Palestina con sede principale ad Otniel. La popolazione di questo insediamento, nel 2019 superava i 1.300 coloni, sebbene tale numero sia solo una stima e non siano conteggiate le persone che vivono negli avamposti adiacenti. Tre anni dopo la nascita della colonia nel 1986, l’Amministrazione Civile Israeliana, con la collaborazione dell’esercito, dichiarò l’area di interesse archeologico ed espulse i cittadini palestinesi di Susiya: circa 25 famiglie. L’espropriazione ha compreso circa 277 dunams , sebbene solo circa 80 di questi comprendessero il sito archeologico, e in meno di 20 dunams si sia effettivamente scavato . L’area venne chiusa e divenne sito archeologico, visitabile dagli israeliani e dagli internazionali dietro pagamento di un biglietto (per i palestinesi invece è proibito entrare, se non in rare eccezioni e solo tramite autorizzazioni da parte dell’autorità israeliana) . Gli abitanti di Susiya, invece di andare a vivere nelle città vicine, come quella di Yatta, decisero di stabilirsi a pochi chilometri di distanza, fondando Khirbet Susiya.

Umm Jihad, la madre di Nasser, ricorda bene il giorno in cui sono arrivati i bulldozer. La famiglia di Nasser era originaria di El-Jaretain, villaggio sfollato nel 1948 durante quella che i palestinesi chiamano Nakba , su un territorio ora parte dello Stato di Israele, e quindi si stabilì a Susiya. La famiglia stava tornando dalla raccolta delle olive da un terreno poco distante, Nasser era un bambino, quando da lontano videro diversi bulldozer all’interno del villaggio e soldati dell’esercito israeliano all’esterno. Una recinzione era stata eretta attorno al villaggio, per impedire agli abitanti palestinesi di avvicinarsi. Umm Jihad si era avvicinata ad uno dei soldati, intenzionata comunque ad entrare per riprendere quei pochi beni che le erano rimasti, quando lui la fermò: “Se ne vada, loro la picchieranno se entrerà” aveva detto alla donna con sguardo di scherno. Chi fosse quel “loro” non era ben chiaro ad Umm Jihad, finché non vide all’interno del villaggio non solo i soldati dell’esercito israeliano, ma anche i coloni dell’insediamento vicino, che avevano iniziato a razziare le grotte. La donna non si era arresa, aveva comunque superato il soldato e raggiunto la propria grotta, raccogliendo ciò che le era possibile. Quando uscì dalla casa, però, si trovò sola: i soldati se ne erano andati, il cancello installato nella recinzione per uscire era chiuso, e la donna non avrebbe avuto modo di uscire fino al giorno dopo. Umm Jihad si avvicinò alla recinzione, scavò la terra sottostante e, dopo avervi fatto passare i beni raccolti, uscì dall’incavo che aveva creato, salutando per sempre casa sua. Nel 2012, Regavim , un’organizzazione di estrema destra israeliana, ha iniziato una campagna per la demolizione di Khirbet Susiya, il nuovo villaggio palestinese, costruito senza permessi: va ricordato che i palestinesi, per costruire in quella che per gli Accordi di Oslo  è definita Area C, devono richiedere un permesso all’Amministrazione Civile Israeliana, che deve approvare la costruzione. Tra il 2016 e il 2018, solo il 3% delle richieste è stato approvato dall’Amministrazione Civile Israeliana.  Davanti all’Alta Corte Israeliana, Regavim ha definito il villaggio come un pericoloso “avamposto palestinese” che potrebbe mettere a rischio l’incolumità della colonia vicina.

Anche la presentazione di un Piano regolatore, ad ottobre 2013, che avrebbe permesso al villaggio di essere riconosciuto e agi abitanti palestinesi di costruire abitazioni all’interno di una metratura stabilita, è stato rigettato dall’Amministrazione Civile Israeliana, che ha così  ribadito l’obbligo per la popolazione palestinese di abbandonare l’area e di trasferirsi nella vicina città di Yatta. Nel 2015, dopo il rigetto dell’appello contro questa decisione, l’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha dato inizio all’iter per la demolizione totale del villaggio: solo una grossa campagna mediatica a livello internazionale ha bloccato il processo di demolizione. Nel 2018, però, l’Alta Corte di Giustizia ha comunque permesso la di circa 7 strutture sulle 20 totali del villaggio- Nasser è potuto tornare nella propria casa una sola volta. Ha avuto bisogno del permesso delle autorità israeliane e ha dovuto pagare il biglietto di ingresso per accedere al sito archeologico, per poter tornare su quel terreno che aveva salutato quando era solo un bambino. Con sé ha portato suo figlio maggiore. “Perché ci hanno portato via casa?” chiede L., il figlio, mentre si guarda attorno, in quella che una volta era stata casa di suo padre. “Dov’è casa nostra?” domanda passo dopo passo, mentre arrivano ad una grotta, il cui stipite superiore è dipinto di bianco e rosa.

Nasser è rimasto in silenzio, davanti a quella che era casa sua. La domanda che gli aveva posto suo figlio era la stessa che si era sempre fatto anche lui, quando dalla collina di casa osservava quella che era stata la sua terra. “Perché ci hanno portato via casa?”

All’ingresso di Susiya (foto di Cospe Onlus)

APPROPRIAZIONE DEI BENI ARCHEOLOGICI IN PALESTINA

La maggior parte degli scavi e delle ricerche a Susiya hanno riguardato i ritrovamenti risalenti al periodo tra il IV secolo DC e l’VIII secolo DC, quando il sito era un’antica città ebraica. L’intera parte nord della sinagoga, dove si trova una moschea, è stata in parte ignorata dagli studiosi, così come i ritrovamenti del periodo successivo al IX secolo DC, coincidente con la costruzione della moschea stessa, quando la popolazione che abitava il villaggio era musulmana. Diversi studiosi, tra cui Yuval Baruch, citano nei propri studi solo marginalmente il periodo islamico, durato invece circa 500 anni, con l’intento chiaro di cancellare la parte della storia e della cultura palestinese nata e sviluppatasi nel luogo.

L’appropriazione dei beni archeologici avviene tramite una pratica sistematica, in particolare nell’Area C della Cisgiordania, ed ha come effetto finale l’espropriazione di terreno palestinese . Vi è una figura apposita, il SOA (Staff Officer for Archeology), istituita dall’Amministrazione Civile israeliana e parte dell’Archaeology Unit, che si occupa dei beni archeologici nei Territori Occupati (circa 2300 sono i beni archeologici controllati dal SOA ). Tra le attribuzioni riconosciute al SOA, vi è il rilascio di licenze necessarie per condurre gli scavi e la supervisione degli stessi, oltre che la preservazione dei siti: questo determina che la maggior parte degli scavi sia condotta dal SOA stesso. Tale pratica, per cui l’amministrazione dei siti nei Territori Occupati è sotto controllo di un’istituzione israeliana, è in parte contraria agli Accordi di Oslo, secondo cui vi dovrebbe essere un trasferimento graduale di responsabilità di tutela dei beni archeologici in capo all’Autorità Palestinese, anche di quelli in Area C. La stessa gestione dei siti archeologici, in capo al SOA, impedisce ai palestinesi e all’Autorità Nazionale Palestinese di monitorare l’eventuale furto di artefatti o di modifica nella conservazione dei beni archeologici. Tra il 2007 e il 2014, il 90% delle licenze è stato concesso a coloni israeliani solo per interessi propri e degli insediamenti, usando così le licenze come strumento più rapido per appropriarsi delle terre palestinesi.

POSSIBILE APPROPRIAZIONE DEI BENI ARCHEOLOGICI ANCHE IN AREA A E B?

Il 26 gennaio 2021, un articolo del Times of Israel ha paventato la possibilità che le Autorità israeliane ampliassero la propria competenza non solo sui beni archeologici nell’Area C della Cisgiordania, ma anche in quelli nelle Area A e B, de jure sotto totale e maggioritario controllo dell’Autorità Palestinese. Tale ipotesi è nata successivamente al danneggiamento di un sito archeologico risalente all’età del ferro sul monte Ebal, vicino alla città palestinese di Nablus. Il sito, datato circa al XI secolo AC, è, secondo diversi studiosi, uno dei primi siti di carattere israelitico costruiti durante il Regno Nord di Israele: secondo gli stessi studiosi, si trova nel luogo in cui Giosuè, citato nel libro del Deuteronomio, ha costruito un altare di pietre. Una visione però avversata dalla comunità scientifica, che non riconosce questa identificazione biblica. Ciò che è avvenuto il 26 gennaio è stata la distruzione, da parte di un gruppo di coloni israeliani, di diverse parti del muro esterno della costruzione, che ha danneggiato fortemente il sito. Successivamente a questo danneggiamento, il gruppo israeliano Shomrim Al Hanetzach, ed in particolare il coordinatore per le attività Guy Derech, ha richiesto al governo israeliano di estendere la propria competenza non solo sui beni culturali in area C, ma anche in Area B ed A, contravvenendo agli Accordi di Oslo e alle convenzioni internazionali. Secondo Derech, la possibilità di questo ampliamento di competenze nascerebbe dal mancato mantenimento degli obblighi di tutela dei siti in capo all’Autorità Palestinese. Lo stesso Presidente di Israele, Reuven Rivlin ha, in un primo momento, chiesto la presenza dell’esercito israeliano a proteggere il sito, dichiarando quei beni come di interesse culturale non solo di Israele, ma universale: una decisione successivamente fermata dal ministro della Difesa Benny Gantz, che ha dichiarato la scelta politica e non di interesse di Stato. Tale possibile apertura porta comunque a non escludere che, in un immediato futuro, la competenza di Israele potrebbe ampliarsi anche a tali beni.

SCHEDA STORICA

SITI ARCHEOLOGICI IN PALESTINA

Il totale controllo dei siti archeologici da parte dello Stato di Israele nell’Area C della Cisgiordania costituisce una violazione di diverse norme del diritto internazionale, tra cui l’articolo 5 della Convenzione dell’Aja del 1954, secondo cui lo Stato occupante ha il dovere di sostenere le autorità nazionali dello Stato occupato nella gestione dei beni archeologici e culturali. Tale pratica viola, inoltre, l’articolo 27  della IV Convenzione di Ginevra, secondo cui non si possono modificare le consuetudini e i costumi delle persone sotto occupazione militare. Inoltre, la sostanziale impossibilità per i cittadini palestinesi di avere autorizzazioni per gli scavi (a totale appannaggio dei coloni israeliani, come già descritto) viola l’articolo 15 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali , implicando cambiamenti di usi e abitudini dei cittadini palestinesi, oltre che un danno ai diritti culturali ed economici

L’archeologia contribuisce a creare ideali e principi di un patrimonio e una cultura comuneall’interno di una popolazione. Secondo Emek Shavek, in questo contesto, l’archeologia viene usata come importante tassello nel consolidare la presenza dello Stato ebraico, e dei suoi abitanti, come autentici abitanti della Palestina . All’inizio del 1968, una campagna archeologica fu promossa da polizia, esercito e volontari israeliani su tutto il territorio della Cisgiordania, alla ricerca di diversi resti archeologici. Queste indagini condussero poi alla realizzazione di scavi, i primi proprio a Susya, nel 1971. Tale attività aumentò soprattutto tra il 1977 e il 1987, quando lo Stato israeliano finanziò diversi scavi archeologici, di cui il 15% nei Territori palestinesi occupati. Soprattutto, un aumento dell’appropriazione di beni archeologici nei Territori Occupati avvenne durante la negoziazione degli Accordi di Oslo, quando il passaggio di competenza su parte dei Territori occupati palestinesi stava per passare dal controllo dell’Amministrazione Civile Israeliana all’Autorità Palestinese: sotto l’espressione “Operation Megillah”, portata avanti dal governo israeliano, vi fu la più grande indagine archeologica tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, nelle grotte che si trovavano tra Gerico e il nord del Mar Morto. In questa maniera, l’Amministrazione Civile Israeliana realizzò importanti campagne di scavi archeologici, prima che il trasferimento di competenze si completasse. Sebbene parte dei territori siano passati sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, il SOA ha portato a compimento più di 300 scavi in diversi siti in tutta la Palestina dagli anni’60 .

In verità, la protezione riconosciuta dalla Convenzione dell’Aja è molto ampia, e consente di proteggere non solo beni esistenti, ma anche valori artistici e usi propri della popolazione sotto occupazione. Successivamente al 1948, con la costituzione dello Stato di Israele e la Nakba palestinese, più di 400 tra villaggi e città palestinesi, sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, sono stati distrutti dallo Stato di Israele, riducendo o eliminando molte tracce del patrimonio culturale palestinese di quei luoghi , e talvolta cancellandone la memoria collettiva. Soprattutto in villaggi e città, come Jaffa o Nazareth, che ora si trovano nel territorio di Israele, è impossibile stimare la perdita del patrimonio culturale. Pagine Esteri

*COSPE nasce nel 1983 ed è un’associazione privata, laica e senza scopo di lucro. Opera in 25 Paesi del mondo con circa 70 progetti a fianco di migliaia di donne e di uomini per un cambiamento che assicuri lo sviluppo equo e sostenibile, il rispetto dei diritti umani, la pace e la giustizia tra i popoli. Lavora per la costruzione di un mondo in cui la diversità sia considerata un valore, un mondo a tante voci, dove nell’incontro ci si arricchisca e dove la giustizia sociale passi innanzitutto attraverso l’accesso di tutti a uguali diritti e opportunità.

 

 

 

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