di Alessandra Mincone – 

Pagine Esteri, 4 maggio 2022 – Un diamante è  “per sempre”. Ma non dura ugualmente l’infanzia, quella di chi combatte per l’estrazione di un minerale tanto prezioso, la forma di carbone più pura al mondo, quella che persino gli antichi greci associavano etimologicamente all’immagine di ciò che appare “inconquistabile”.
E invece la Sierra Leone è segnata da una brutale guerra per la conquista e il controllo delle miniere di diamanti, iniziata ufficialmente nel 1991 e protrattasi al 2002. Furono le milizie del Revolutionary United Front (RUF) a invadere la Sierra Leone dalla Liberia e sequestrare migliaia e migliaia di bambini costretti a combattere contro l’esercito ufficiale del Governo sierraleonese.



Non ci sono stime ufficiali che possano quantificare il numero esatto dei minori arruolati nel conflitto. Ma diverse ONG, agli inizi del 2000, stimavano un numero di minori che gli eserciti ribelli usavano per fagocitare il terrore fra i civili, oscillante tra i diecimila e duecentocinquanta mila.
Secondo uno studio che si interessa di servizi sociali, sviluppo e coordinamento per la pace pubblicato nel 2009 dall’Università di Växjö, l’economista Paul Collier rintracciava nella brutalità delle milizie del RUF un mezzo per ottenere l’accaparramento dei profitti dal mercato illegale dei diamanti, allo scopo di finanziarsi delle armi necessarie con cui destabilizzare politicamente Sierra Leone. Ed è in base a questa teoria che i ribelli del RUF avrebbero nutrito l’interesse principale ad arruolare soldati giovanissimi, in età scolare, sedimentando in loro un sentimento anti-governativo, al fine di formarne i futuri leader militari.

Una tesi non del tutto infondata se si scovano le testimonianze recuperate dall’Unicef di una decina di anni fa. Tra queste c’è la storia di Sia, catturata a 11 anni. I ribelli non esitarono a nominarla capitano per il coraggio con cui si prestò sessualmente ai soldati nigeriani dell’ECOMOG (il corpo di interposizione inviato dalla Comunità
economica degli Stati dell’Africa Occidentale), scoprendo informazioni utili per i suoi mandanti. Prima di ottenere grado di “capitano” le fu chiesto di compiere un massacro di iniziazione, il rito consisteva nell’uccidere una persona e mangiarne il cuore e il fegato. Fu lesionata sulle parti visibili del corpo, sul collo ancora le incisioni della sigla che per sette anni le ha ordinato di drogarsi, mutilare e uccidere.
Quando l’ONU riuscì a catturarla insieme ad altri bambini soldato, fu Anthony, all’epoca undicenne, che fornì altri dettagli sulle tecniche di adescamento dei bambini soldato dal RUF: “Sia era una brava insegnante. Ci diceva che avremmo dovuto ammazzare anche noi, altrimenti ci avrebbe uccisi lei, è così che abbiamo iniziato. Lei però non uccideva proprio tutti, ad alcuni gli tagliava solo il polso o il braccio con un’accetta“.

I giacimenti diamantiferi al centro del conflitto in Sierra Leone sono ottenuti da depositi alluvionali di kimberlite alterata. Considerati depositi secondari poiché non provengono dalla roccia vulcanica di base, essi possono essere estratti a basso costo dalle popolazioni locali. Nel 1935 era l’industria De Beers a controllare le miniere, dall’estrazione all’esportazione dei diamanti, in Sierra Leone come nel resto dell’Africa. Ma con la dichiarazione di indipendenza dalla Gran Bretagna nel ’61 e la creazione del Governo populista di Siaka Stevens del ’68, l’industria diamantifera fu nazionalizzata per poi subire un crollo sul mercato dei diamanti che da oltre due milioni di carati nel 1970, arrivò a 595.000 carati nel 1980 e fino a 48.000 carati nel 1988. Durante questo periodo vi furono degli accordi economici con imprenditori libanesi interessati a finanziare diverse fazioni armate di ribelli in Libano.
Pochi anni dopo la Sierra Leone sarà travolta dallo scandalo dei diamanti insanguinati: non solo perché dal 1989 aumentò un risentimento liberiano per aver consentito alle truppe dell’ECOMOG di stabilire delle basi militari strategiche, allo scopo eventuale di attaccarvi i ribelli in Liberia; ma anche perché la linea di confine che separava i due stati, con la presenza militare dell’ECOMOG, rischiava di porre fine al traffico illecito dei diamanti sierraleonesi dei rivenditori liberiani, i quali lungo il confine della Monrovia crearono un mercato di contrabbando che solo negli anni cinquanta, ancor prima della decolonizzazione dagli inglesi per i serraleonesi, esportò almeno il 20% dei diamanti rivenduti in tutto il mondo.
Tra il 1991 e il 1999 lo scenario scatenato dal RUF provocò più di 75 mila morti e 500 mila rifugiati.  In un solo anno, tra gli inizi della guerra, le famiglie sierraleonesi denunciarono il rapimento di circa tremila e ottocento bambini. Metà della popolazione fu usata come scudo umano e vittima di rapimenti, stupri, mutilazioni e amputazioni.

Nel 2000 Human Rights Watch segnalava che il RUF aveva ottenuto il controllo di nove miniere di diamanti su dieci. Il report “Sierra Leone, diamanti e sicurezza umana” del gennaio 2000 dimostra come fra Sierra Leone e Liberia vi fosse una notevole incongruenza fra le cifre dei carati di diamanti prodotti in ciascuno Stato e le cifre dei carati dei diamanti esportati. Nel ’91 la Sierra Leone produceva 243 carati di diamanti mentre ne esportava 534. La Liberia ne produceva 100, esportandone 658.
Secondo uno studio del 2001, condotto da L. Forest, la Sierra Leone ha ufficialmente estratto tra gli anni ’30 e il 2000 oltre 55 milioni di carati di diamanti. Nello stesso anno, almeno due milioni e mezzo di persone erano state costrette a emigrare per forza della guerra.

Nel 2002 è stato certificato lo schema del processo di Kimberley (KCPS), lo strumento con il quale le Nazioni Unite tentano di costringere le industrie di diamanti a certificare che la provenienza dei minerali trattati e rivenduti non porti con sé una scia di sangue. Ma riguardo ai bambini e alle bambine soldato, persino La Repubblica ha denunciato attraverso alcuni rappresentati delle Nazioni Unite che “più di 4.400 volte, alle organizzazioni umanitarie è stato negato l’accesso ai bambini interessati dai conflitti, sei volte in più spesso rispetto al 2018″.
Ciò significa che il recupero e l’accesso all’istruzione e alla salute fisica e psicologia dei bambini utilizzati nelle guerre è un processo ben più ostico dell’approvazione di un certificato di garanzia, e che gli strumenti per liberare i bambini dalle guerre non sono ancora all’ordine del giorno per gli Stati importatori quanto lo sono i profitti dell’industria dei diamanti. Persino l’embargo dei diamanti insanguinati stabilito dalla stessa ONU per la Sierra Leone, non ha rappresentato che una discussione su scala globale terminata con un nulla di fatto per il blocco delle esportazioni. Al 2003, l’Unicef riportava le stime del riguardo il reinserimento delle bambine soldato sierraleonesi: non sfioravano il 5% delle bambine coinvolte.
Forse se qualcosa si proverà a smuovere, in merito all’utilizzo dei giacimenti diamantiferi, si stabilità all’Alta Corte a Makeni, poco distante dalla capitale Freetown.

Il 17 febbraio l’azienda Octea LTD, compagnia sierraleonese di estrazione di diamanti, ha dovuto difendersi alla seconda udienza dopo esser stata accusata da un gruppo di abitanti di devastazione ambientale. La miniera sotto accusa – come riportato da una piattaforma di sviluppo ambientale Statunitense, “ha iniziato a funzionare nei primi anni 2000, originariamente di proprietà della compagnia mercenaria Executive Outcomes. I residenti nelle vicinanze si sono lamentati da tempo del rumore, del degrado ambientale, della perdita di mezzi di sussistenza, dello scarico di rifiuti tossici e di vari problemi di salute, tra cui eruzioni cutanee, problemi digestivi, mal di testa, ipertensione e problemi respiratori”.

Per ora l’unica certezza è che la Sierra Leone continua a perdere posizioni nella classifica dell’Indice di sviluppo umano, passato dal 181° posto del 2018 al 182° nel 2019, su 189 paesi nel mondo. Le Nazioni Unite dichiarano che il 60% della popolazione vive con circa un dollaro al giorno, e spesso sono i ragazzini che hanno perso i genitori durante la guerra dei diamanti che oggi si ritrovano a lavorare nelle miniere stesse per pochi centesimi. Si muore in media entro i 50 anni di età, le terre sono raramente coltivabili soprattutto a ridosso dei campi profughi, 161 bambini su 1.000 muoiono prima di raggiungere i 5 anni di età, per ebola, malnutrizione o malattie infettive dovute alla scarsa igiene e ad insetti pericolosi; una donna su 100 muore partorendo, con lei spesso anche il bambino. Che dai diamanti non nasce niente, in Sierra Leone non è solo una metafora.

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