di Rania Hammad – 

Pagine Esteri, 7 ottobre 2022 – Il noto attivista, giornalista e poeta Mohammed El-Kurd, ospite in Italia al Festival di Internazionale a Ferrara e in tour in Italia, ha presentato il suo libro esordiente “Rifqa” alla “Libreria Giufa’ Caffè” nel quartiere romano di San Lorenzo dove è stato accolto con grande entusiasmo da un vasto pubblico insieme alla giornalista italiana Paola Caridi.



Il suo libro, in vetta alle classifiche Amazon in Medioriente, è stato appena pubblicato dalla Fandango in italiano con la traduzione di Emanuele Bero.

Mohammed El-Kurd è corrispondente dalla Palestina occupata per The Nation ed è stato inserito dal Time, insieme a sua sorella Muna El-Kurd, nella lista delle 100 persone più influenti del 2021, perché ha fornito uno sguardo autentico e incisivo sulla vita sotto occupazione israeliana a Gerusalemme Est e sul suo quartiere Sheikh Jarrah, al centro di una campagna di pulizia etnica, espansione illegale di insediamenti e demolizione di case di palestinesi.

Mohammed El-Kurd ha contribuito attraverso il suo attivismo sulle piattaforme dei social media al cambiamento della retorica riguardo al conflitto israelo-palestinese, esponendo in maniera nuova ed efficace, attenta e scrupolosa, la quotidianità della vita sotto occupazione militare israeliana in Palestina.

 

Perché il titolo Rifqa?

Rifqa è una parola che vuol dire accompagnare qualcuno, accompagnarlo nel suo viaggio, è il nome di mia nonna, morta a 103 anni e che ha subito e visto una Nakba dietro l’altra. Se fosse stata viva ora, ne avrebbe vista un’altra ancora. La Nakba è l’espulsione dei palestinesi, è una tragedia in corso, ed è una tragedia ad opera d’uomo. Questo libro è un tributo a mia mamma, mia nonna, le mie zie, alle donne e alle persone che mi hanno insegnato cosa vuol dire la resistenza. C’è una frase che viene usata spesso, anche da me purtroppo, perché sono un giornalista, ed è, “donne e bambini”, donne e bambini uccisi e donne e bambini feriti, non è una bella frase questa e per due motivi. Non è bella perché fa pensare che gli uomini palestinesi non abbiano importanza, che siano combattenti o passanti non sono importanti, mentre invece sono importanti, importa, perché nessuno dovrebbe morire. Il secondo motivo è che toglie alle donne la loro agency, le infantilizza, toglie alle donne la possibilità di essere resistenti e combattenti per la libertà. Storicamente le donne palestinesi sono sempre state in prima linea, come quando è stato assassinato Nizar Banat, le donne erano alle manifestazioni e venivano aggredite dalla polizia dell’Autorità palestinese. Le donne c’erano. La realtà è che ci sono tutti questi segmenti, e che tutti i segmenti della società palestinese subiscono gli effetti della misogina, il sessismo, la povertà, e il capitalismo. Quindi volevo scrivere un libro che dimostrasse che tutti i segmenti della società palestinese sono importanti.

 

Sheikh Jarrah è solo uno dei quartieri e luoghi in cui il diritto alla città viene negato per i palestinesi, ma cosa rende Sheihk Jarrah speciale?

Ciò che rende Sheihk Jarrah speciale non è solo che è centrale alla città di Gerusalemme, ma che per gli ultimi 49 anni è stato il microcosmo del colonialismo di insediamento in Palestina. La Nakba, l’espulsione forzata dei palestinesi non è solo una storia che mia nonna mi ha raccontato di un qualcosa che è avvenuto molto molto tempo fa, ma una realtà che io, mio padre, i miei fratelli e i nostri vicini, i nostri cari e compagni di classe, viviamo nei nostri cortili, nelle nostre strade, nei nostri quartieri. Vediamo gruppi e gruppi di coloni israeliani, molti dei quali vengono da Brooklyn, New York che arrivano e rivendicano la nostra terra dicendo che gli appartiene per decreto divino e dicendoci che solo perché appartengono a una certa religione, e per i loro credi di migliaia di anni fa, la città dove io, mio padre, mia nonna e la nonna di mia nonna sono nati, non è più la nostra.

Sheikh Jarrah è speciale anche se non è un caso speciale, è uno dei tanti quartieri sotto minaccia dalle espulsioni forzate e pulizia etnica, penso a Silwan e Masafer Yatta, a tante altre comunità che stanno subendo le stesse cose, ma Sheikh Jarrah è una delle comunità che ha rifiutato la pulizia etnica, lo ha fatto usando i termini giusti, chiamando queste azioni con i loro nomi, perché c’è una specie di sanificazione del linguaggio, chiamiamo questi atti, sfratti,  come se non avessimo pagato l’affitto, come se ci fosse qualche altro proprietario, mentre in realtà sono solo espulsioni.

È incredibile, come un solo quartiere, con il sostegno di centinaia di migliaia nelle strade, è capace di reclamare il suo diritto alla cittadinanza per dire che nonostante le leggi, le corti, i giudici, l’esercito, i coloni stessi, e le pistole, noi non ci muoviamo da qui. E questo è qualcosa che non ha bisogno di poesia per essere catturato e raccontato, è già poetico in sé.

 

Sei riconosciuto e stimato a livello internazionale e sei ormai un giornalista apprezzato, hai incontrato per caso delle sfide o delle difficoltà?

Molti a livello di censura, e poi spesso mi sento tirare in direzioni opposte dagli altri, e poi c’è la sfida della responsabilità di parlare per tutta una nazione. Questo mi crea qualche problema, perché da una parte siamo poco rappresentati e quindi chiunque abbia un minimo di visibilità deve per forza delle cose acquisire una educazione politica e deve parlare, e deve poter parlare per la nazione. Ma allo stesso tempo, credo che gli artisti e gli scrittori, debbano avere libertà di espressione, dovrebbero avere la possibilità di esprimere differenze di opinione, e che non rispecchiano necessariamente le espressioni del pubblico. Queste sono alcune delle sfide a cui penso costantemente. Detto ciò, penso che qualunque sfida o difficoltà io riscontri negli Stati Uniti o in Europa non sono nulla di fronte a ciò che i palestinesi subiscono sul terreno, e non lo dico cosi per essere umile, ma perché mi aiuta a ricordarmi che nonostante le difficolta che incontro, è sempre una fortuna per me avere accesso e privilegio e poter parlare in questi forum.

 

Che differenze ci sono tra il tuo attivismo in Palestina e quello che porti avanti in Nord America o in Europa?

In Palestina non ci serve parlare di ciò che tutti viviamo e sappiamo, chi vive vicino al checkpoint di Qalandiya ad esempio pratica un attivismo che collega le lotte sociali a quelle politiche, si lotta per stabilire il sentimento culturale che tutti dobbiamo essere liberati, liberi dalla occupazione.

In nord America, si tratta di affrontare l’A B C del conflitto, cercare di spiegare e informare un pubblico che è stato disinformato per decenni, spiegare lo squilibrio di potere, chi è il villano nella storia, chi sono le persone che stanno lottando e per cosa stanno lottando, e perché è importante. Parlo di questo molto, ma ciò che è simile in queste due lotte è che lo facciamo mettendo al centro di tutto, la nostra dignità. In Palestina diciamo a tutti che meritiamo di vivere liberi e con dignità, e anche in Usa e in Europa diciamo che i palestinesi meritano di vivere con dignità.

Il Nord America è un grande continente e dunque se vado a parlare in Arizona o in Atlanta, ad esempio, parlo della collaborazione tra la polizia americana e la polizia israeliana, mentre se sono a New York parlo della ADL (Lega Antidiffamazione) e quanto sia potente. Quindi è molto importante comunicare il giusto messaggio a ogni pubblico, perché vogliamo che la gente si organizzi a livello locale.

 

Quanto è importante l’estetica nella cultura palestinese? L’estetica è cambiata tra la vecchia generazione e quella nuova? C’è un nuovo registro?

Per me personalmente la prerogativa era avere un buon messaggio politico, una didattica solida, informare chi non sa, ma era soprattutto importante scrivere un bel libro, una bella poesia. Quindi non solo l’idea di condividere la storia palestinese, ma scrivere un buon libro, che sia di valore nel suo genere, e non che si focalizzi e affidi al fatto che si parli di una storia straziante, ma che usi il linguaggio veramente bene. Che possa toccare il lettore in molti modi, che abbia umorismo e ironia, che abbia molti dettagli specifici e che umanizzi i soggetti. Spesso non si umanizzano nella poesia, diciamo che uno ha perso un braccio, oppure che uno è in prigione, ma non è in questo modo che si umanizzano. Si umanizzano dando loro caratteri complessi.  Se provano rabbia, bisogna mostrare e raccontare la rabbia, se sono dispettosi, si mostrano e descrivono dispettosi. Li umanizziamo descrivendo le loro emozioni. Se un soggetto sputa ad un soldato ad esempio, lo metti, perché quello definisce il personaggio. Se uno odia la guerra, ma vuole resistere, ma non sa come, allora si include, è in questa maniera che si umanizza il personaggio. La qualità è importante, non è importante solo raccontare la tua storia. Pagine Esteri