di Davide Matrone 

Pagine Esteri, 25 novembre 2022 – Pedro Castillo lo sapeva bene che non avrebbe avuto vita facile, dopo aver vinto le elezioni lo scorso mese di giugno del 2021. In America Latina se vince un governo di centro-sinistra, di sinistra o che vuole realizzare riforme progressiste, non ha vita facile. I partiti conservatori, della destra moderata e recalcitrante son sempre dietro l’angolo a mettere i bastoni tra le ruote. Considerando inoltre, che l’America Latina continua ad essere il cortile di casa degli Stati Uniti, allora non ci vuole molto per capire quali sono le politiche economiche e sociali che secondo le destre bisogna mettere in campo. Da queste parti, il modello da applicare è sempre uno: Il Neoliberismo.



È difficile uscirne. Negli ultimi mesi, due paesi latinoamericani che hanno vinto le elezioni con una proposta politica progressista non se la passano molto bene. Mi sto riferendo a Bolivia e Perù. Quest’ultimo è sotto pressione da tempo. L’intenzione delle forze politiche di destra – maggioranza nel Congresso – è quella di destituire il Presidente Castillo e stanno facendo di tutto per raggiungere l’obiettivo. Per saperne di più ho intervistato il politologo peruviano Andy Phillips Zeballos a cui ho rivolto le seguenti domande.

Qual è la situazione politica oggi in Perù?

Per capire la situazione odierna del Perù bisogna ritornare alle scorse elezioni. I risultati elettoriali dell’anno passato, riflettono in buona sostanza due fenomeni esistenti nel tessuto sociale peruviano. Al primo turno non ci fu nessun candidato che ottenne più del  20% dei voti ed inoltre si ebbe un calo importante nella partecipazione al voto. Questi elementi ci parlano di due fenomeni chiari: a) la frammentazione alta nella società peruviana, b) un alto livello di sfiducia nella politica e nei politici. Inoltre, secondo i dati di Latinobarometro la Democrazia non è considerata la miglior forma di governo. Nel secondo turno, poi, si è tenuto un processo di polarizzazione, simbolico più che di contenuti politici in quanto le proposte elettorali non erano molto distanti. Tutte si inquadravano dentro del sistema liberale e capitalista. Oggi c’è un alto livello di polarizzazione nel settore politico che si evidenzia nel Congresso dove abbiamo una maggioranza di destra vicina al Fujimorismo e ai poteri costituiti di sempre del paese e dall’altro lato un governo egemonizzato da lider politici provenienti dai settori popolari e che non appartengono alle lobby storiche del paese. La società è stanca, ha vissuto negli ultimi anni una serie di crisi che sono aumentate con la pandemia creando ulteriori distanze sociali ed economiche. Tuttavia, un elemento positivo che evidenzio di questa fase attuale è il piano di vaccinazione nazionale con un 80% della popolazione già vaccinata. Inoltre, gli indici di disoccupazione si stanno riducendo poco a poco. Ma i conflitti sociali aumentano e secondo quanto dichiara la Defensoria del Pueblo, in Perù esistono oltre 200 conflitti sociali attivi tra i territori e le multinazionali. Questo dà l’idea di un paese con enormi contraddizioni ancora aperte, che continua ad essere tra i paesi più diseguali del continente. I conflitti in atto si registrano in particolare nella gestione delle risorse comuni come: petrolio, minerali, acqua, terra, fiumi, mari, lagune. Le multinazionali e le organizzazioni criminali oltraggiano e sfruttano indiscriminatamente l’ambiente e si scontrano con le popolazioni locali , le comunità indigene e i settori popolari.

Quali sono gli effetti socio-politici delle ultime proteste in Perù?

La protesta più simbolica avvenuta in Perù è quella del 14 novembre 2020. È la più rappresentativa degli ultimi anni, quando un milione di cittadini di tutto il Perù manifestarono l’insoddisfazione per la classe politica in generale, per il Fujimorismo e per il neoliberalismo. In quell’occasione ebbero un ruolo fondamentale le nuove generazioni. La grande manifestazione del 2020 aveva una richiesta molto importante e solida: una Nuova Costituzione. Una rivendicazione che veniva specialmente dai settori progressisti del paese.

Per quanto riguarda le proteste convocate dai settori della destra di sette e otto mesi fa, stiamo parlando di proteste sostenute periodicamente contro il governo con l’intenzione di destituire Pedro Castillo. Tuttavia, queste manifestazioni non portano in piazza una maggioranza sociale. Inoltre, sappiamo che una buona parte dei partecipanti sono stati pagati. Il clientelismo politico della destra porta in piazza il 70% – 80% di manifestanti in questo modo. Poi c’è un 20-30 % di autoconvocati che appartengono ai settori urbani privilegiati e in gran misura sono spinti da un forte razzismo che viene dal lontano Colonialismo.

Qual è stato il ruolo dei mezzi di comunicazione in questo anno e mezzo di Governo Castillo?

Il ruolo dei mezzi di comunicazione in questo anno e mezzo è stato vergognoso, anti-democratico, pro golpista. È stata una stampa militante e a favore dei settori più conservatori del paese. È una stampa sensazionalista che crea titoli faziosi e in modo costante. C’è un allineamento politico dei grandi gruppi mediatici coi grandi conglomerati economici del paese che finanziano le campagne elettorali delle destre e del Fujimorismo. I mezzi di comunicazione sono la voce di questa parte politica che ha la sua strategia golpista da sempre. Questa pratica dei grandi mezzi di comunicazione ha generato molta tensione coi mezzi di comunicazione alternativi e regionali che sostengono in alcuni casi la voce dei settori popolari.

Una valutazione generale del Governo Castillo

Bisogna considerare vari fattori per rispondere a questa domanda. Sebbene sia certo che il governo Castillo abbia sofferto sin dal 1° giorno una strategia di delegittimazione costante con il discorso dei brogli elettorali messo in piedi dal Fujimorismo, sebbene ci siano una serie difficoltà di articolazioni e di dialogo con l’opposizione, bisogna essere onesti e dire che tutto questo già si sapeva. Avevamo chiaro sin dall’inizio che questo governo sarebbe stato tra i più controllati e attaccati. C’era e c’è ancora una grande aspettativa nella realizzazione delle politiche sociali promesse da Castillo per il benessere soprattutto dei settori popolari del paese. Ma dobbiamo constatare ancora l’assenza e il ritardo delle applicazioni di queste politiche. Il governo non ha dimostrato un orizzonte politico chiaro e nella sopravvivenza politica ha ceduto ai settori di destra più di quanto avrebbe dovuto fare per la realizzazione delle politiche sociali. Abbiamo un governo impotente, debole senza orizzonte o visione politica, a mio avviso. È presto fare un bilancio definitivo ma si consolida sempre più un sentimento di delusione più che di soddisfazione.