Pagine Esteri – Il Congresso degli Stati Uniti sta valutando una nuova legge bipartisan per rafforzare le sanzioni contro l’Iran, con l’obiettivo di intensificare le misure contro le entità straniere che facilitano il commercio di petrolio iraniano. Il provvedimento prevede nuove sanzioni secondarie rivolte a banche, istituti finanziari, fornitori di assicurazioni e altri operatori coinvolti nella lavorazione, esportazione e vendita del petrolio iraniano. Il Dipartimento di Stato sarà incaricato di creare una task force e un gruppo di contatto multilaterale per coordinare l’applicazione delle sanzioni con i paesi alleati. L’intento degli Stati Uniti è quello di colpire tutti gli attori della catena logistica del settore energetico iraniano.
Le minacce di sanzioni commerciali, dazi e tagli agli aiuti da parte degli Stati Uniti potrebbero avere un impatto significativo su molti paesi, sia alleati che avversari. Tuttavia, questi strumenti, già applicati a Teheran da anni, non sono riusciti a spingere l’amministrazione della Repubblica Islamica a rivedere la propria strategia politica e militare.
Le quasi 5.000 sanzioni internazionali imposte con una durata di assoluto record hanno messo in ginocchio l’economia iraniana, scatenando un’ondata di inflazione che ha eroso il potere d’acquisto della popolazione e spinto la classe media verso gravi difficoltà economiche. Nonostante ciò, Teheran non ha modificato sostanzialmente la propria linea strategica.
Per costringere Teheran a rivedere le sue scelte politiche e militari, l’amministrazione americana sembra avere davanti due opzioni: un’azione militare per distruggere gli impianti nucleari e i siti militari, oppure una stretta ulteriore sulle esportazioni di petrolio, principale fonte di reddito del regime. Senza il petrolio, la stabilità del governo diventerebbe estremamente precaria.
Un attacco alle strutture nucleari sotterranee iraniane potrebbe non essere risolutivo, rischiando di spingere Teheran a proseguire nello sviluppo delle sue armi nucleari e a provocare rappresaglie sotto forma di attacchi missilistici contro Israele, le forze statunitensi e gli alleati di Washington nella regione.
Donald Trump ha evocato anche la possibilità di “bombardare a più non posso” l’Iran, ossia lasciando intendere che, oltre agli obiettivi militari, anche le infrastrutture strategiche potrebbero essere obiettivi di una probabile azione militare. Tuttavia, la convenienza di un’operazione militare di tale portata è tutt’altro che chiara. Un conflitto prolungato destabilizzerebbe l’intera regione, con effetti imprevedibili sugli equilibri internazionali e ripercussioni sul commercio globale. Inoltre, il principale alleato di Washington nella regione, l’Arabia Saudita, ha bisogno di stabilità regionale per portare avanti il suo programma di diversificazione economica e ridurre la dipendenza dal petrolio.
Mentre la rischiosa opzione militare rimane per il momento congelato, sembra che Washington concentra i suoi sforzi nel cercare di soffocare ulteriormente l’economia iraniana, mirando a limitare le sue esportazioni petrolifere.
Trump ha sempre parlato di un possibile accordo con Teheran, ponendo come unica condizione il divieto di armi nucleari per la Repubblica Islamica. Tuttavia, i politici iraniani ritengono che queste dichiarazioni siano state solo un bluff. Le sanzioni e la politica di massima pressione erano già state programmate e, infatti, sono state rese esecutive immediatamente dopo l’insediamento del presidente americano. Tale pressione continuerà a meno che Teheran non accetti pienamente le condizioni di Washington, che non riguardano solo lo smantellamento totale del programma nucleare e una forte riduzione dell’industria missilistica militare, ma anche l’abbandono dei suoi alleati non statali nella regione e il controllo del suo rientro nel mercato energetico mondiale. Ciò che per Teheran significherebbe una resa completa che metterebbe a rischio la sua stessa sopravvivenza. Non ci vogliono i blasonati think tank per prevedere la risposta del potere della Repubblica Islamica.
Il vertice di Riad tra Stati Uniti e Russia ha suscitato una profonda preoccupazione tra i riformisti in Iran. Molti temono che l’Iran possa diventare una pedina di scambio in un potenziale accordo tra Mosca e Washington, con gli interessi di Teheran messi da parte a favore di accordi geopolitici più ampi.
La visita del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, a Teheran il 25 febbraio, una settimana dopo i primi colloqui di Riad, sembra aver avuto anche l’obiettivo di placare queste preoccupazioni.
Il quotidiano riformista Etemad ha suggerito che lo scopo del viaggio di Lavrov potrebbe essere stato quello di conoscere le posizioni di Teheran prima di un possibile incontro futuro tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Altri hanno ipotizzato che Lavrov avrebbe potuto portare un messaggio da Washington contenente proposte per ridurre le tensioni tra Iran e Stati Uniti e aprire la strada a un nuovo round di colloqui tra i due paesi.
Ciò che sembra rimanere certo è l’indisponibilità di Teheran a negoziare direttamente con gli Stati Uniti finché questi continueranno a esercitare la massima pressione, come ribadito dal ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi.
Comunque, per ridurre le esportazioni iraniane a meno del 10% dei livelli attuali, come auspicato dal Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, la principale sfida per gli Stati Uniti è rappresentata dal fatto che la Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano. La domanda rimane aperta: come può Washington fermare le vendite iraniane a Pechino?
Durante la presidenza di Joe Biden, si è tentato di sequestrare il petrolio iraniano durante il trasferimento marittimo, ma senza risultati concreti, a causa della complessità di tale operazione.
Il successo di Trump nel forzare l’Iran a firmare un accordo alle sue condizioni dipenderebbe in gran parte dalla sua capacità di spingere la Cina a interrompere le attuali importazioni di petrolio iraniano. Questo è un punto su cui concordano molti dei suoi consiglieri, think tank americani e organi di stampa americane.
Le minacce rinnovate da Trump potrebbero influenzare, almeno in parte, le vendite di petrolio dell’Iran alla Cina, poiché le aziende private cinesi potrebbero essere suscettibili alla pressione. Tuttavia, è difficile pensare che Pechino permetta agli Stati Uniti di influenzare la sua politica commerciale. – Pagine Esteri