La fine del 2025 ha nuovamente segnato la Siria con un episodio di sangue. Ad Aleppo, un attentato suicida ha colpito il quartiere centrale di Bab al-Faraj, in un contesto di massima allerta legato alle festività di Capodanno. Come riferito dall’agenzia di stampa siriana SANA, l’attacco si sarebbe verificato durante un controllo di sicurezza presso un posto di blocco. La ricostruzione ufficiale indica che, mentre era in servizio a Bab al-Faraj, un agente avrebbe notato un individuo ritenuto sospetto. Nel tentativo di verificarne l’identità, l’uomo avrebbe aperto il fuoco, uccidendo l’agente, prima di farsi esplodere. Al momento, nessun gruppo ha ufficialmente rivendicato l’attacco.

Il quartiere di Bab al-Faraj si trova in prossimità della piazza centrale di Aleppo, vicino alla torre dell’orologio e al rinomato Hotel Sheraton, lungo l’omonima strada che conduce verso la città vecchia e si innesta sull’arteria principale di Bab Antakia. Nei giorni precedenti all’attentato, le autorità siriane avevano annunciato un rafforzamento delle misure di sicurezza ad Aleppo in seguito a minacce attribuite a gruppi jihadisti, che avevano preannunciato possibili attacchi contro chiese e luoghi di culto cristiani durante le celebrazioni di Capodanno.

Il Ministero dell’Interno ha infatti dichiarato che l’attacco è avvenuto mentre l’intelligence segnalava presunti piani dell’ISIS per attentati suicidi mirati a luoghi di ritrovo civili e religiosi. In risposta, il governo aveva adottato quelle che ha definito “rigorose misure di sicurezza”, tra cui il rafforzamento della protezione intorno alle chiese, l’impiego di pattuglie fisse e mobili e l’istituzione di numerosi posti di blocco in tutta la città.

L’episodio si inserisce in un clima di crescente tensione nel Paese. Solo pochi giorni prima un attacco aveva colpito la moschea dell’Imam Ali ibn Abi Talib nel quartiere di Wadi al-Dhahab, a Homs, durante la preghiera del venerdì, prendendo di mira la minoranza alawita. L’azione era stata rivendicata da un gruppo sunnita poco conosciuto, Saraya Ansar al-Sunna, che in una dichiarazione diffusa su Telegram aveva affermato di aver colpito membri della comunità alawita, considerata apostata dal gruppo.

La stessa organizzazione aveva già rivendicato l’attentato suicida dello scorso giugno a Damasco, costato la vita a 25 fedeli nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia. Secondo la testata giornalistica online Al-Monitor, la nascita di Saraya Ansar al-Sunna sarebbe riconducibile a un periodo precedente la caduta di Bashar al-Assad, nel governatorato di Idlib, ad opera di un ex funzionario di HTS disilluso dalle politiche dell’organizzazione. Il nome stesso del gruppo, letteralmente “Brigate dei sostenitori della Sunna”, rivela una matrice tipica del linguaggio jihadista, legata alla propaganda della legittimità religiosa.

Dopo l’attacco di Homs, manifestazioni di solidarietà sono scoppiate a Latakia, dove si sono verificati scontri e nuovi episodi di violenza. Le forze di sicurezza siriane sono intervenute disperdendo i manifestanti e aprendo il fuoco sulla folla. A seguito di questi eventi, le autorità hanno imposto un coprifuoco notturno nella città portuale, entrato in vigore martedì 30 dicembre e, secondo fonti locali, conclusosi mercoledì 31 dicembre.

Tali eventi si sono verificati nonostante le rassicurazioni espresse dal governo siriano a numerose agenzie di stampa locali. Il 29 dicembre, il ministro dell’Informazione Al-Mustafa aveva dichiarato che la libertà di espressione e di protesta rappresenta una conquista della “nuova Siria”, sottolineando come, dalla liberazione del Paese, lo Stato abbia perseguito politiche volte a rafforzare la coesione nazionale e a superare le divisioni lasciate da anni di conflitto. Nella stessa occasione aveva ribadito che l’unità e la sovranità della Siria non sono negoziabili.

Parole che corrispondono solo in parte alla realtà sul terreno. D’altronde anche le dichiarazioni occidentali, in particolare di Donald Trump, che esaltano quanto realizzato dal regime di Ahmad Al Sharaa – che ha rimosso dal potere quello di Bashar Assad – appaiono in contrasto con il contesto attuale e con quanto avviene quasi quotidianamente nel Paese: una dinamica di tensione crescente che vede la Siria sempre più frammentata ed esposta a violenze settarie. In questo quadro la violenza rischia di diventare una costante e non una variabile, mentre apparati militari riciclati e milizie riconducibili a gruppi legati al passato dell’autoproclamato presidente Ahmed al-Sharaa, contribuiscono a mantenere alta l’instabilità politica