di Geraldina Colotti
Caracas, 3 gennaio 2026.
La Repubblica Bolivariana di Venezuela è sotto attacco frontale. Quella che il governo ha definito come una “gravissima aggressione militare perpetrata dal governo degli Stati Uniti” ha colpito nelle prime ore di sabato obiettivi civili e militari a Caracas e negli stati Miranda, Aragua e La Guaira. Il bilancio, drammatico, parla già di “martiri tra le file della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB) e di vittime tra la popolazione civile”.
Il dato politico più inquietante emerge dalle parole della Vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez. In una drammatica comunicazione, Rodríguez ha denunciato l’impossibilità di stabilire un contatto con il Capo dello Stato, configurando lo scenario di un sequestro orchestrato da Washington, e già annunciato da un messaggio in rete sociale del presidente nordamericano, Donald Trump: “Esigiamo al governo di Donald Trump prova di vita immediata del Presidente Maduro e della Primera Combatiente Cilia Flores”, ha dichiarato, sottolineando come il Presidente avesse già avvertito il popolo della “voracità energetica” degli Stati Uniti come motore di un possibile attacco.
Poco prima dell’aggressione, il Presidente Maduro ha firmato il Decreto che dichiara lo Stato di Conmoción Exterior su tutto il territorio nazionale. Non si tratta solo di una misura difensiva, ma di un cambio di paradigma: l’ordine è il passaggio immediato alla lotta armata.
Il comunicato ufficiale è perentorio: “Tutto il paese deve attivarsi per sconfiggere questa aggressione imperialista”. La dottrina della “fusione popolare-militare-poliziale” è stata attivata sotto la direzione del Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, per implementare i piani di difesa integrale della nazione. E, mentre si diffondevano voci di una sua morte a seguito del bombardamento della sua residenza, il ministro Lopez si è rivolto alla nazione per invitare alla massima mobilitazione generale.
Nella sua analisi, il governo bolivariano inquadra l’attacco come una violazione flagrante degli articoli 1 e 2 della Carta ONU, definendolo un tentativo di imporre una “guerra coloniale” per il controllo delle risorse strategiche (petrolio e minerali) in alleanza con l’estrema destra locale. “Nessun governo esterno pretenda di dare ordini al popolo di Bolívar”, ha ammonito Rodríguez, ribadendo che il Venezuela eserciterà il diritto alla legittima difesa secondo l’articolo 51 della Carta ONU.
Mentre Caracas appare in una “calma tesa”, intenta a digerire l’orrore dei bombardamenti e delle morti provocate nella notte, l’appello alla solidarietà internazionale si fa urgente. Il testo ufficiale richiama i popoli dell’America Latina e del mondo a una “mobilitazione attiva”. Contro la propaganda tossica che mira a destabilizzare le istituzioni repubblicane, la risposta del chavismo resta ancorata all’ultimo comando di Hugo Chávez: “Unità, Lotta, Battaglia e Vittoria”. Un invito ripreso da varie organizzazioni popolari e deputati a livello internazionale.
La piattaforma internazionale dei media comunitari e alternativi invita alla massima mobilitazione internazionale, e a moltiplicare le Brigate internazionali di solidarietà come ai tempi della guerra civile spagnola: per “difendere la rivoluzione bolivariana e per assediare i governi capitalisti nei propri paesi”.
Intanto, il governo bolivariano fa appello alle istituzioni internazionali affinché facciano rispettare il diritto di uno stato sovrano a non essere aggrediti.
La posta in gioco non è solo il destino di un governo, ma l’indipendenza stessa della regione di fronte al ritorno del “tutelaggio” imperiale. Pagine Esteri
















