Pagine Esteri – Notte movimentata nel centro di Caracas. L’avvistamento di alcuni droni nei pressi del palazzo di Miraflores, sede del governo venezuelano, ha causato la mobilitazione dell’esercito e della polizia che hanno schierato centinaia di uomini armati nelle strade adiacenti.
«Quello che è successo nel centro di Caracas è dovuto ai droni che sorvolavano la zona senza autorizzazione. La polizia ha sparato colpi di avvertimento. Non ci sono stati scontri. L’intero Paese è in uno stato di perfetta calma!» ha comunicato ai media un portavoce delle forze dell’ordine.
Secondo alcune fonti la sparatoria sarebbe stata il frutto di un fraintendimento tra diversi corpi di sicurezza venezuelani, alcuni dei quali non erano stati informati dell’utilizzo dei droni per monitorare la situazione nel centro città generando così allarme. Alcuni video diffusi in rete mostrano anche l’intervento della contraerea.

Intanto, secondo il consigliere del presidente statunitense Stephen Miller, Donald Trump avrebbe chiesto al suo segretario di Stato Marco Rubio «di guidare il processo di attuazione delle riforme economiche e politiche in Venezuela».
Il tycoon continua ad affermare di godere della piena, completa e totale cooperazione del governo di Caracas dove effettivamente la presidente ad interim Delcy Rodriguez ha nelle sue dichiarazioni più recenti addolcito i toni nei confronti di Washington dopo aver comunque ribadito la difesa della sovranità del Venezuela.

L’ex vicepresidente di Maduro ha rivolto un esplicito appello a Trump a sviluppare un rapporto di pace e cooperazione con Caracas. Da parte sua il tycoon, dopo aver scaricato platealmente Maria Corina Machado definendola inadatta a governare in quanto scarsamente popolare nel paese, sembra ancora orientato a consentire che a guidare il Venezuela sia Delcy Rodriguez – a patto che rispetti le “esigenze” di Washington.

Già prima dell’attacco del 3 gennaio, secondo il “Wall Street Journal” la Cia avrebbe consegnato un rapporto a Trump secondo il quale i membri di vertice venezuelano, tra cui l’allora vicepresidente Rodriguez affiancata dal ministro dell’Interno Cabello e dal capo dell’esercito Padrino Lopez,  sarebbero i più adatti a guidare un governo temporaneo e a mantenere la stabilità nel breve periodo

D’altronde Rodriguez è dal 2024 anche Ministra degli Idrocarburi e una collaborazione tra i due governi – dettata da un accordo previo al rapimento di Maduro, come sospettano alcuni settori più radicali del movimento bolivariano, o semplicemente dal tentativo della leadership del PSUV di “salvare il salvabile” e di prendere tempo di fronte alla sproporzione delle forze in campo e al rischio di un nuovo attacco militare, più devastante di quello di sabato – potrebbe consentire a Trump di affidare gradualmente alle compagnie petrolifere statunitensi il controllo di una parte consistente delle riserve venezuelane, senza dover impegnare le proprie forze armate in un’azione militare più consistente contro Caracas al fine di imporre un governo fantoccio.

In questo senso possono essere lette altre dichiarazioni di Trump sul fatto che il vertice venezuelano debba convocare subito nuove elezioni dopo il rapimento del presidente da parte della Delta Force. «Dobbiamo prima risanare il Paese. Non si possono tenere elezioni, non c’è modo che la gente possa votare» ha detto il leader repubblicano in un’intervista a Nbc in riferimento all’obbligo di convocare elezioni entro 30 giorni, previsto in alcune circostanze dalla costituzione di Caracas. «No, ci vorrà del tempo. Dobbiamo prima riportare il Paese alla normalità» ha spiegato il tycoon aumentando così ulteriormente le distanze con la leader delle frange più estreme dell’opposizione venezuelana.

«Delcy Rodriguez sta cooperando: il segretario di Stato Marco Rubio, che parla fluentemente spagnolo, ha un rapporto buono con lei» ha ribadito Trump mentre la premio Nobel per la Pace Machado ha affermato di non sentire più l’inquilino della Casa Bianca da ottobre e di voler tornare a Caracas il prima possibile.

Intanto però da sabato almeno 16 petroliere, cariche di petrolio venezuelano e sottoposte alle sanzioni statunitensi, stanno tentando di aggirare il blocco navale di Washington e di raggiungere i paesi di destinazione, nascondendo la loro posizione e disattivando i segnali di geolocalizzazione e di trasmissione.

Nelle scorse settimane era stato possibile monitorare il tragitto delle petroliere verso i porti venezuelani ma sabato, dopo il rapimento del presidente Nicolás Maduro, le navi sono “diventate invisibili”.

Secondo il New York Times quattro navi sono state tracciate via satellite mentre navigavano verso est, usando nomi posticci e falsificando la loro posizione. Secondo il quotidiano statunitense, le petroliere in questione avrebbero lasciato il porto senza l’autorizzazione del governo ad interim.

Le altre 12 petroliere invece non emettono alcun segnale e finora non sarebbero state localizzate.

Il 16 dicembre, il presidente Donald Trump ha imposto unilateralmente un “blocco totale” alle petroliere venezuelane sanzionate, in una mossa che domenica il Segretario di Stato Marco Rubio ha definito una delle più grandi “quarantene” della storia moderna, affermando che stava “paralizzando” la capacità di Caracas di generare entrate economiche. Il blocco non riguarda però le petroliere spedite dalla compagnia statunitense Chevron verso la costa del Golfo degli Stati Uniti.

Nelle settimane scorse la Marina da guerra di Washington ha bloccato tre petroliere cariche di petrolio venezuelano. Una, la “Skipper”, è stata sequestrata dalla Guardia Costiera statunitense il 10 dicembre, mentre altre due – “Centuries” e “Marinera” – sono state bloccate e respinte.
Ora, ha spiegato al NYT Samir Madani, co-fondatore di TankerTrackers.com (un sito web che monitora le spedizioni tramite i tracciamenti satellitari), le petroliere in partenza dal Venezuela starebbero tentando di aggirare il blocco navale utilizzando la tattica della “saturazione” che consiste nel far partire contemporaneamente molte navi per diminuire la capacità delle forze statunitensi di bloccarle. Per ora la posizione delle 12 petroliere che da sabato hanno smesso di trasmettere segnali sono sconosciute.

Dall’inizio del blocco navale statunitense gli impianti di stoccaggio del greggio venezuelani si sono riempiti e la forte riduzione delle esportazioni potrebbe obbligare la PDVSA, la compagnia statale di Caracas, a interrompere l’estrazione, rischiando di danneggiare le infrastrutture petrolifere.

Nel frattempo il settore petrolifero di tutto il mondo cerca di capire cosa accadrà nei prossimi mesi. Ad essere preoccupata è soprattutto la Repubblica Popolare Cinese, finora la principale importatrice del greggio venezuelano, buona parte del quale ricevuto a titolo di risarcimento per i prestiti accordati a Caracas negli anni scorsi.

È evidente che la strategia di Trump contro il Venezuela non mira soltanto a consentire alla propria industria petrolifera di mettere le mani sui giacimenti del paese latinoamericano ma anche a ridurre al minimo i rifornimenti di greggio verso Pechino. Non a caso la dirigenza cinese ha alzato fortemente i toni contro Washington dopo l’ennesima azione di pirateria internazionale ordinata sabato contro Caracas.

Le parole concilianti della presidente venezuelana ad interim nei confronti di Washington hanno per ora convinto gli investitori che la strategia di Trump sta funzionando.

Secondo il “Wall Street Journal” Charles Myers, presidente di una società specializzata in investimenti e nei fattori che possono ostacolarli, starebbe progettando di visitare Caracas nelle prossime settimane insieme ad una ventina di investitori per verificare la disponibilità della nuova leadership venezuelana a consentire l’ingresso delle major a stelle e strisce nel mercato venezuelano.

Alcune fonti del settore petrolifero statunitense avrebbero invece dichiarato alla CNN di aspettare segnali più certi che il contesto venezuelano sia “stabile” prima di avviare investimenti nel paese, per evitare sorprese spiacevoli come il sequestro degli impianti e dei fondi delle multinazionali come avvenne ai tempi di Chavez. 

Il Venezuela è una gallina dalle uova d’oro. Il paese detiene il 20% circa delle riserve mondiali, circa 300 miliardi di barili, ma finora ne ha sfruttato solo una piccola parte soprattutto a causa di limiti infrastrutturali. Le società statunitensi quindi si “offrirebbero” di realizzare nuovi pozzi e nuovi impianti di raffinazione e di modernizzare porti e le vie di trasporto oltre a pretendere di commercializzare poi il greggio venezuelano, ovviamente dopo aver sottratto il controllo del settore allo stato e aver privatizzato la PDVSA, ri-nazionalizzata da Hugo Chavez alla fine degli anni ’90 del secolo scorso. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria