Il 3 gennaio 2026 non è stato solo il giorno dell’attacco statunitense al Venezuela e del sequestro di Nicolás Maduro. È stato anche un momento di condensazione storica, un punto di rottura che ha riportato alla memoria collettiva latinoamericana un’altra data, lo stesso 3 gennaio del 1990, quando Manuel Antonio Noriega si arrese alle truppe statunitensi dopo l’invasione di Panama. Quel richiamo, tuttavia, è stato usato in modo mistificante. Non esiste, politicamente parlando, un parallelo tra Noriega e Maduro. Insistere su quell’accostamento non chiarisce ciò che sta accadendo: lo oscura.

Noriega non era un leader “ribelle” improvvisamente scoperto come criminale. Era parte integrante del dispositivo di potere statunitense nella regione. Per anni collaboratore diretto della CIA e degli apparati militari di Washington, Noriega fu un uomo funzionale agli interessi statunitensi in Centroamerica, anche nelle operazioni clandestine contro il Nicaragua sandinista. Il suo coinvolgimento nel narcotraffico era noto e incorporato in quel sistema di relazioni finché Panama rimase una piattaforma affidabile. Quando cessò di esserlo, Noriega divenne sacrificabile. L’invasione del 1989, che provocò centinaia o migliaia di vittime civili, non fu un’operazione di giustizia internazionale, ma la chiusura violenta di un rapporto di dipendenza coloniale entrato in crisi.

Il Venezuela di oggi non rientra in quella genealogia. Nicolás Maduro è il continuatore di un processo politico – il percorso bolivariano – che in oltre venticinque anni ha attraversato profonde trasformazioni, con luci e ombre, momenti di espansione dei diritti sociali e fasi di crisi economica e conflitto, con consultazioni elettorali controverse e fortemente contestate, ma sempre dentro una traiettoria di ricerca di autonomia rispetto agli Stati Uniti nel nome dell’anti-imperialismo. È la limitazione degli accordi economici con Washington, e la ricchezza territoriale del paese, non una presunta “devianza criminale”, ad aver trasformato il Venezuela in un obiettivo strategico ed anche ideologico per Trump.

L’accusa su cui Washington ha costruito l’attacco – quella di “narco-terrorismo” – va letta esattamente in questa chiave e nella possibilità di essere replicata altrove, come segnale e come pratica di controllo. A smontarla con precisione è stato Raúl Sohr, sociologo, giornalista e analista geopolitico cileno, in un’intervista rilasciata a Radio Análisis. Sohr ha spiegato che il “narco-terrorismo” non è una categoria giuridica riconosciuta, ma una costruzione politica funzionale. Il narcotraffico è un’attività economica illegale, orientata al profitto, priva di obiettivi politici; il terrorismo non è un’identità, ma un metodo contingente di azione. Fondere i due piani serve a produrre un nemico indeterminato, senza confini chiari, che può essere attribuito a uno Stato, a un governo o a un territorio intero.

Secondo Sohr, questa operazione concettuale ha uno scopo preciso: creare un varco che consenta agli Stati Uniti di intervenire militarmente evitando sia il diritto internazionale sia un confronto politico aperto al proprio interno. Parlare di “narco-terrorismo” permette di presentare un’aggressione come autodifesa, di trasformare una decisione geopolitica in un’operazione di sicurezza, e soprattutto di renderla riproducibile. È qui che l’attacco al Venezuela smette di essere un fatto circoscritto e diventa un messaggio continentale, perché sono molti i paesi in cui il “problema della criminalità legata alla droga” è stato costruito, ingigantito o strumentalizzato come dispositivo politico. Un’ipocrisia strutturale, se si considera che la parte più redditizia e decisiva del mercato degli stupefacenti non sta nei paesi produttori o di transito, ma nella domanda interna statunitense, che Washington continua sistematicamente a rimuovere dal discorso pubblico.

Le modalità dell’azione statunitense – bombardamenti, vittime, blocco dei mari e dei cieli, sequestri extragiudiziali di navi e persone – hanno prodotto un trauma su un paese già profondamente segnato da anni di crisi, sanzioni e conflitti. Ma ciò che emerge dalle fonti è che non siamo davanti alla “fine” di un processo, bensì all’inizio di una nuova fase. Trump non ha nascosto l’intenzione di governare il Venezuela “finché necessario”, di dirigere la transizione, di stabilire chi può e chi non può controllare il paese: parole che disegnano un protettorato più che una transizione, e che trattano il Venezuela come una colonia, non come uno Stato sovrano. La presidenza di Delcy Rodríguez nasce in questo contesto e, per quanto prematuro, apre interrogativi sui vertici del bolivarismo di fronte alla cattura di Maduro. In questa cornice si capisce anche il cinismo con cui la Casa Bianca ha ridimensionato e poi messo da parte la propria sponda più celebrata, María Corina Machado: la politica kleenex, usa e getta. Non è l’“opposizione” l’interlocutore decisivo di Washington, ma l’ingegneria del comando. A Trump non interessa cosa dice il governo di Caracas, ma cosa fa: Rodríguez può continuare con la narrativa anti-imperialista, ma la domanda decisiva, per capire anche cosa sia stato davvero il 3 gennaio, resta una sola: cosa farà.

Non a caso, l’obiettivo economico viene enunciato senza pudore: “accesso totale” al petrolio e alle “altre cose”, ingresso delle grandi compagnie per “aggiustare” l’infrastruttura e far ripartire il ciclo dell’estrazione. Qui la parola neo-colonialismo smette di essere una categoria interpretativa e diventa descrizione letterale: appropriazione e amministrazione esterna, con la violenza a fare da cornice.

Questo progetto non si fonda più, come in passato, sulla retorica della democrazia o dei diritti umani; risponde alle logiche di necessità statunitensi e alla rivendicazione sempre più scoperta del diritto della forza. Anche se fosse stato mascherato da buone intenzioni, sarebbe stato ugualmente grave e inaccettabile. Per questo la dottrina Monroe viene aggiornata in forma brutale e ribattezzata “Donroe”: l’emisfero occidentale come spazio esclusivo di dominio, sottratto a interferenze esterne e disciplinato anche con la minaccia militare. Ed è proprio per questo che il suo effetto è immediatamente regionale. Il messaggio non è rivolto solo a Caracas, ma a Colombia, Cuba, Messico, a Panama sul controllo del Canale, e a tutti quei governi che, in modi diversi, stanno tentando di sottrarsi alla disciplina di Washington. Lo stesso schema usato per il ricatto commerciale dei dazi viene alzato di grado: dal ricatto economico al ricatto securitario, fino alla dimostrazione di forza.

La dimensione coloniale dell’intervento emerge anche dal contesto globale. Negli ultimi anni, la presenza economica cinese in America Latina è cresciuta in modo significativo, ridisegnando equilibri commerciali, infrastrutturali ed energetici. È in questo scenario che Washington alza il livello dello scontro e sceglie la via dell’intimidazione militare: non per “liberare” il Venezuela, ma per riaffermare che risorse, rotte e governi del continente restano materia di decisione statunitense.

Tale progetto coloniale, però, si vuole imporre dentro un’apparente contraddizione: nonostante la violenza dell’attacco, non c’è un’occupazione con truppe statunitensi sul terreno; la catena di comando e successione continua a funzionare; l’apparato statale venezuelano resta in piedi; settori popolari, anche critici verso il governo, hanno reagito chiudendo le fila contro l’aggressione esterna. È una dinamica ricorrente in America Latina: di fronte alla minaccia coloniale, le fratture interne tendono a ricomporsi. Chi governa deve scegliere da che parte stare. Le popolazioni lo sanno.

Per questo quanto accaduto il 3 gennaio non è solo un dramma nazionale, ma un possibile spartiacque regionale. Segna l’ingresso in una fase in cui la sovranità latinoamericana viene apertamente messa in discussione e in cui la legge del più forte pretende di sostituirsi al diritto internazionale. Non a caso, anche il Segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha parlato di un “precedente pericoloso” e si è detto “profondamente preoccupato” per il mancato rispetto delle norme del diritto internazionale. Non siamo davanti a un’eccezione, ma a un esperimento. E come tutti gli esperimenti di potenza, se non incontra resistenza, è destinato a essere ripetuto.