Scritto con notizie di agenzie e informazioni diffuse da giornali arabi

All’inizio dell’anno il Cairo ha annunciato, con toni di cauto successo, l’imminente rilascio di centinaia di cittadini egiziani detenuti nelle carceri libiche, risultato di intensi contatti diplomatici con le autorità di Tripoli e di Bengasi. L’annuncio arriva dopo un 2025 segnato da numeri impressionanti: oltre 1.200 detenuti rimpatriati e più di 3.000 migranti egiziani espulsi dalla Libia perché entrati illegalmente nel paese. Cifre che non raccontano solo un’attività consolare intensa, ma riflettono la dimensione strutturale di un fenomeno che continua a divorare intere generazioni di giovani egiziani: la migrazione irregolare attraverso la Libia e il suo carico di violenze, abusi e morti.

Negli ultimi dieci anni la Libia si è trasformata in uno snodo centrale delle rotte migratorie verso l’Europa. Ogni anno decine di migliaia di persone attraversano il suo territorio, approfittando o subendo il vuoto di sicurezza creato da uno Stato frammentato. Tra loro cresce la presenza di egiziani. Nel solo 2025, più di 16.000 cittadini dell’Egitto sono arrivati in Europa percorrendo rotte irregolari. Non è un’eccezione: già nel 2022 gli egiziani erano stati la nazionalità africana più numerosa tra gli arrivi, con circa 22.000 persone. Questi flussi si inseriscono in un contesto libico che ospita circa 787.000 migranti e rifugiati, mentre oltre il 90 per cento di chi nel 2025 ha percorso la rotta del Mediterraneo centrale è partito dalle coste libiche verso l’Italia.

Il prezzo umano di questa migrazione è altissimo. Nel corso del 2025 l’Egitto ha rimpatriato le salme di oltre 300 cittadini annegati in mare. Uno degli episodi più drammatici risale a dicembre, quando 14 egiziani sono morti nel naufragio di un’imbarcazione al largo della Grecia, mentre cercavano di raggiungere l’Europa partendo dalla Libia. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel Mediterraneo centrale hanno perso la vita più di 1.700 persone nello stesso anno. A chi muore in mare si aggiungono i dispersi e i detenuti: centinaia di egiziani risultano scomparsi o rinchiusi in Libia, spingendo famiglie disperate a rivolgersi al governo del Cairo.

Dopo il rafforzamento dei controlli sulle coste egiziane con la Strategia nazionale contro l’immigrazione illegale del 2016, la rotta si è spostata via terra. Migliaia di giovani attraversano ogni anno il deserto occidentale verso la Libia, con visti di lavoro falsi o attraverso passaggi clandestini, nella speranza di imbarcarsi poi verso l’Europa. Nella Libia orientale, sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, il contrabbando oltre confine è diventato un’attività sistemica. Nel 2023 una vasta operazione di sicurezza ha portato all’arresto di circa 4.000 migranti, per lo più egiziani, nascosti in fattorie e rifugi improvvisati. Deportati attraverso il valico di Salloum, molti sono stati costretti a camminare per chilometri nel deserto. Le autorità hanno anche scoperto officine clandestine per la costruzione di barche, segno di reti criminali radicate e organizzate.

Nella Libia occidentale la situazione è ancora più cupa. Le aree costiere controllate dal governo di Tripoli sono dominate da milizie che hanno fatto del traffico di esseri umani una fonte di reddito. I mediatori, spesso attivi già nei villaggi poveri dell’Alto Egitto, reclutano giovani promettendo lavoro o un passaggio sicuro. Una volta in Libia, molti migranti vengono invece sequestrati, detenuti e torturati. Il rapimento, nel 2024, di sei uomini egiziani a Zawiya, tutti della stessa famiglia di Sohag, ha mostrato la brutalità del sistema: rinchiusi in un centro gestito da una milizia, minacciati di morte e liberati solo dopo il pagamento di un riscatto di oltre 3.000 dollari a persona.

Rapporti internazionali descrivono magazzini e prigioni segrete dove i migranti subiscono violenze sistematiche per estorcere denaro alle famiglie o costringerli al lavoro forzato. Nonostante le operazioni di contrasto, le reti criminali continuano a operare. Frontex ha segnalato la loro capacità di aggirare i controlli egiziani e di mantenere attive le rotte libiche a costi sempre più alti per i migranti.

Di fronte a questa realtà, il Cairo ha intensificato l’azione diplomatica. Dal 2025 sono stati rimpatriati 2.635 cittadini egiziani, oltre 1.100 dalla Libia occidentale e più di 1.500 da quella orientale. A novembre, 131 detenuti sono stati rilasciati da un centro nella zona di Tripoli. Ma anche le autorità libiche ammettono di trovarsi di fronte a un peso enorme. Il governo di unità nazionale è accusato di non controllare le milizie, mentre le promesse di nuovi comitati di monitoraggio si scontrano con l’impunità diffusa. Nel 2025 la scoperta di fosse comuni con resti di migranti uccisi ha riacceso le richieste di indagini internazionali.

Il caso degli egiziani detenuti in Libia mostra che non si tratta solo di liberazioni o deportazioni. È il sintomo di un sistema alimentato da povertà, assenza di prospettive, traffici criminali e istituzioni fragili. Finché le cause profonde non verranno affrontate, smantellando le reti di trafficanti e creando alternative reali di lavoro e mobilità legale, le liste dei detenuti continueranno a rinnovarsi, e con esse il conto delle vite spezzate lungo la rotta libica.