Per una volta, dalla Turchia arriva una notizia che interrompe la sequenza quasi ininterrotta di processi politici, condanne e repressione giudiziaria. Il tribunale di Istanbul ha assolto İbrahim Kaboğlu, presidente dell’Ordine degli avvocati di Istanbul, e l’intero consiglio direttivo dell’Ordine degli avvocati della città, accusati di “propaganda terroristica” per aver preso posizione pubblica in difesa dello Stato di diritto. Una sentenza che chiude un procedimento potenzialmente devastante, che avrebbe potuto tradursi in anni di carcere e interdizione professionale, e che segna una vittoria rara in un Paese dove il diritto penale viene sempre più spesso piegato a esigenze di controllo politico.
Il processo nasceva da una presa di parola pubblica dell’Ordine di Istanbul, colpevole di aver denunciato violazioni dei diritti e di aver difeso l’autonomia della professione forense. Un atto che in un sistema democratico rientrerebbe nella normalità del dibattito pubblico, ma che in Turchia viene frequentemente ricondotto all’alveo del terrorismo o del sostegno a organizzazioni illegali. È su questa torsione del diritto che si è giocata la partita giudiziaria contro i vertici dell’Ordine: non un singolo reato, ma l’idea stessa che un’istituzione indipendente possa criticare il potere. Il capo della procura di Bakırköy ha promosso un’azione penale contro il presidente dell’Ordine degli avvocati İbrahim Kaboğlu e altri dieci membri del consiglio direttivo per una dichiarazione diffusa dall’Associazione degli avvocati di Istanbul in merito all’uccisione dei giornalisti Nazım Daştan e Cihan Bilgin. I due reporter raccontavano, tra le altre cose, i legami tra la Turchia e lo Stato islamico e la situazione delle comunità curde, e sono stati colpiti da un attacco mirato con drone nel nord della Siria, verosimilmente ordinato proprio dalle autorità turche. Secondo l’accusa, la presa di posizione dell’Ordine avrebbe integrato i reati di “propaganda di organizzazione terroristica” e di “diffusione di informazioni fuorvianti al pubblico”. Per Kaboğlu e i membri del consiglio direttivo la procura ha chiesto pene detentive comprese tra i tre e i dodici anni di carcere.
La battaglia, dunque, è stata quella degli avvocati di Istanbul, compreso il presidente dell’Ordine, Kaboğlu e la vicepresidente Rukiye Leyla Süren, finiti sul banco degli imputati per aver fatto ciò che definisce il senso stesso della loro professione: difendere diritti, denunciare abusi, garantire l’accesso alla giustizia. In Turchia, però, questa funzione è da anni sotto attacco. Avvocati, dissidenti, oppositori politici, giornalisti e attivisti continuano a riempire le carceri, spesso attraverso procedimenti costruiti su accuse generiche, prove fragili e interpretazioni estensive delle leggi antiterrorismo.
L’assoluzione è stata festeggiata dagli avvocati turchi e dai loro colleghi provenienti da altri Paesi del mondo. Ma non ribalta il quadro, resta una crepa, non una svolta. Oggi la maggior parte dei legali detenuti nel Paese è colpita da un sistema di punizioni disciplinari che agisce come una seconda pena: sospensione o drastica limitazione dei colloqui con i familiari e con i difensori, divieto di leggere libri e giornali, restrizioni all’ora d’aria quotidiana. Misure che non rispondono a esigenze di sicurezza ma a una logica punitiva, pensata per isolare e fiaccare chi continua a rivendicare il proprio ruolo di garante dei diritti.
La vicepresidente dell’Ordine di Istanbul, Rukiye Leyla Süren, ha detto: “Questo caso non è solo contro di noi, ma contro tutte le associazioni degli avvocati”. Il presidente İbrahim Kaboğlu ha affermato: “Se i requisiti di un processo equo fossero rispettati, questo non sarebbe uno dei diritti più violati in Turchia”. Denunciando poi una distorsione profonda delle priorità giudiziarie: invece di perseguire reati effettivi, giudici e pubblici ministeri si concentrano su procedimenti aperti per l’espressione di idee e opinioni politiche. Kaboğlu ha richiamato il principio di imparzialità della magistratura e ricordato che, in base all’articolo 19 della Costituzione, la detenzione dovrebbe rappresentare l’extrema ratio, sostituita ove possibile da misure proporzionate e sottoposte a controllo giudiziario. Rievocando la situazione del carcere di Silivri, sovraffollato ben oltre la sua capienza, Kaboğlu ha osservato che “il 99 per cento dei detenuti si trova in prigione in violazione delle disposizioni costituzionali”. Un dato che, secondo il presidente dell’Ordine, fotografa con chiarezza la profondità della crisi dello Stato di diritto in Turchia.
Il processo di Istanbul si è svolto sotto uno sguardo internazionale attento. In aula erano presenti decine di delegazioni straniere, arrivate per monitorare l’andamento del procedimento e offrire una forma di protezione politica e simbolica agli imputati. Tra i Paesi rappresentati figuravano Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svizzera, Bulgaria, Spagna e Norvegia. Una presenza che ha trasformato il tribunale in uno spazio osservato, sottraendolo almeno in parte all’opacità che caratterizza molti processi politici nel Paese. Per l’Italia era presente una delegazione di avvocati provenienti da diverse città, tra cui Brescia, dove l’Ordine degli avvocati segue da anni le vicende dei difensori turchi e mantiene un impegno costante di monitoraggio e solidarietà. Una rete costruita nel tempo, che accompagna i processi più sensibili e tiene aperto un canale di attenzione europea su ciò che accade nelle aule giudiziarie turche.
“Gli avvocati turchi e in particolare i componenti del consiglio direttivo dell’Istanbul Barosu hanno difeso lo stato di diritto e i principi democratici. Lo hanno fatto con coraggio e professionalità ed a rischio di gravi conseguenze anche personali. E lo hanno fatto anche per noi, in un momento in cui diritti, principi democratici e senso d’umanità paiono l’eccezione”, ha dichiarato l’avvocato Alessandro Magoni, presente all’udienza al tribunale di Istanbul. Parole che collocano la vicenda oltre i confini nazionali, come una battaglia che riguarda l’intera comunità giuridica europea. Sulla stessa linea l’avvocato Francesco Tomasini, che quest’anno ha partecipato a un’altra delegazione internazionali in Turchia con l’obiettivo di osservare i processi e offrire vicinanza ai colleghi sotto accusa: “Anche nella democratura turca sopravvive, per ora, un sottile barlume di giustizia. Fondamentale il ruolo degli osservatori internazionali: se il processo fosse rimasto nel buio forse l’esito sarebbe stato diverso. L’equilibrio resta precario: senza un interessamento vero dell’Unione Europea, che si faccia garante delle libertà fondamentali nei Paesi vicini utilizzando le leve commerciali e diplomatiche, rischiamo di essere sempre più spettatori isolati di fronte al crollo della libertà e dello Stato di diritto».
È proprio questo il punto che emerge con maggiore forza dalla sentenza: la vittoria degli avvocati di Istanbul non nasce in un vuoto politico, ma dentro una pressione internazionale che ha contribuito a rendere più difficile una condanna esemplare. Un segnale incoraggiante, ma fragile, che non modifica l’assetto complessivo di un sistema giudiziario sempre più allineato al potere esecutivo. La decisione del tribunale rappresenta dunque una piccola soddisfazione, importante sul piano simbolico e professionale, ma circoscritta. Fuori dall’aula, le carceri restano piene di avvocati e il meccanismo che li ha portati lì continua a funzionare. Questa volta la battaglia è stata vinta. Le altre, ogni giorno, restano aperte. Pagine Esteri
















