Pagine Esteri – Il deciso intervento saudita in Yemen sembra aver fortemente indebolito il cosiddetto Consiglio di Transizione Meridionale (Stc), il movimento che nel dicembre scorso aveva occupato alcune regioni del sud e dell’est del paese rivendicando una sorta di indipendenza, ispirata all’esistenza dello Yemen del Sud come stato autonomo socialista fino al 1990.
Yemen, la sfida emiratina all’egemonia saudita
I bombardamenti della coalizione sunnita guidata da Riad contro alcune basi, alcuni convogli dei miliziani e un carico di armi hanno generato una grave crisi del movimento. Il suo leader Aidarous al Zubaidi, espulso dal Consiglio Presidenziale dello Yemen e denunciato per alto tradimento, è fuggito negli Emirati Arabi passando dal Somaliland.
Nel frattempo le forze del cosiddetto “Scudo della patria” – formalmente agli ordini del cosiddetto “Consiglio presidenziale” yemenita ma in realtà controllate da Riad – sono rapidamente entrate nel governatorato di Aden e hanno preso il controllo di altre province e dell’importante città portuale di Mukalla, cacciando i miliziani dell’Stc.
Nei giorni scorsi il colpo di scena, con la delegazione dell’Stc bloccata in Arabia Saudita, dove si è recata per partecipare ad un negoziato, che annuncia lo scioglimento del movimento e altre componenti della sua leadership che la smentiscono.
Venerdì scorso il segretario del Consiglio di Transizione Meridionale, Abdulrahman Jalal al-Subaihi, ha annunciato lo scioglimento del gruppo allo scopo di preservare la pace e la sicurezza dello Yemen e con i paesi limitrofi. Subito dopo però il portavoce dell’Stc, Anwar al-Tamimi, che si trova ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati), ha respinto l’annuncio proveniente dall’Arabia Saudita, affermando che ogni decisione deve essere adottata dalla totalità della direzione del movimento.
In attesa di capire se l’Stc sarà in grado di resistere alle pressioni e alle minacce del governo yemenita e soprattutto dell’Arabia Saudita, è indubbio che gli eventi degli ultimi giorni hanno fortemente ridimensionato la presa degli Emirati Arabi Uniti sul paese diviso e devastato da anni di guerra civile tra la componente sunnita e quella sciita, dagli attacchi dello Stati Islamico, dall’intervento della coalizione internazionale guidata da Riad e recentemente dall’avanzata dei separatisti.
In un contesto di forte frammentazione, sostenendo gli indipendentisti dello Yemen del Sud gli Emirati hanno tentato di ritagliarsi un ruolo nel paese a spese dell’egemonia saudita, puntando al controllo del Golfo di Aden attraverso l’occupazione da parte dell’Stc, foraggiato e influenzato da Abu Dhabi, di alcuni corridoi marittimi e porti strategici.
Ma l’occupazione delle regioni ricche di petrolio di Hadramout e al-Mahra da parte dell’Stc e il dilagare dei separatisti nello Yemen meridionale a spese delle truppe fedeli al governo yemenita internazionalmente riconosciuto (espressione di fatto degli interessi di Riad), ha fatto scattare la reazione dei sauditi che in pochi giorni hanno inferto un duro colpo alle ambizioni dei loro ex soci ed ora competitori emiratini.

La tenaglia di Abu Dhabi a cavallo del Golfo di Aden
Contestualmente alla crisi del “Consiglio di Transizione Meridionale” il governo emiratino ha annunciato il ritiro dallo Yemen, ma è difficile pensare che le truppe di Abu Dhabi – composte per lo più da mercenari – abbandoneranno del tutto le numerose basi disseminate sulla costa yemenita.
Dall’altra parte del Mar Rosso e del Golfo di Aden, del resto, Abu Dhabi è tenacemente impegnato in una strategia diretta ad estendere la sua influenza e il controllo del territorio attraverso il sostegno militare e finanziario a diversi movimenti armati e soggetti regionali che sfidano i loro governi, dal Sudan alla Somalia.
Per estendere il loro raggio d’azione e rafforzare la propria influenza, negli ultimi anni gli Emirati hanno stretto legami sempre più stretti con Israele e puntato a sfruttare le risorse di territori africani sempre più estesi.
Per rastrellare risorse Abu Dhabi non esita a sostenere, in Sudan, la devastante azione delle Forze di Supporto Rapido (RSF) dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. Il movimento armato, basato sulle milizie janjaweed composte dalle componenti etniche arabe ed arabizzate dedite alla pulizia etnica, combatte una feroce guerra civile contro il governo e l’esercito del paese con cui fino al 2023 era alleato dopo aver realizzato congiuntamente un colpo di stato nel 2021. Si stima che il bilancio delle vittime sia arrivato a più di 150 mila morti e a 15 milioni di sfollati interni ed esterni in un paese di 45 milioni di abitanti.
Sebbene Abu Dhabi continui a negare ogni supporto alle RSF, ormai le prove del coinvolgimento degli Emirati sono numerosissime, a partire dai rifornimenti di armi (spacciate per aiuti umanitari) passando per l’addestramento delle milizie e i finanziamenti. In cambio le imprese emiratine sfruttano l’oro e altre risorse di cui sono ricche le regioni del sud del Sudan controllate dai miliziani di Dagalo, che a migliaia negli anni scorsi sono andati a combattere in Yemen contro gli Houthi per conto degli Emirati.
Prima di infiltrarsi in Yemen – all’interno della coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita intervenuta nel paese per bloccare l’avanzata delle tribù sciite del nord-ovest del paese – e del Sudan, gli Emirati si erano fatti le ossa in Libia. Nel paese nordafricano, grazie alla frantumazione del paese seguita all’intervento militare occidentale contro Gheddafi, la nascente potenza emiratina ha sostenuto il generale Khalifa Haftar e le fazioni della Cirenaica contro il governo della Tripolitania.
Più recentemente, invece, Abu Dhabi ha puntato alla penetrazione nelle regioni somale in rotta col governo centrale, guarda caso in tandem con la strategia adottata da Israele. Dopo aver blandamente sostenuto la lotta del governo somalo contro le milizie jihadiste pur di estendere la propria influenza sull’altra sponda del Golfo di Aden e del Mar Rosso, il presidente della piccola petromonarchia – lo sceicco Mohammed bin Zayed – ha deciso di appoggiare le regioni separatiste del Somaliland, del Puntland e del Jubaland. Sulla costa delle due entità indipendenti dal debole governo di Mogadiscio, Abu Dhabi ha realizzato alcune basi militari e commerciali. Nel Puntland gli emiratini hanno creato la “Puntland Maritime Police Force”, realizzando a Bosaso una base militare che utilizzano per rifornire di armi le RSF sudanesi; in Somaliland hanno costruito una base militare a Berbera; in Jubaland hanno costruito una base militare nel capoluogo, Chisimaio.
Sempre nel Corno d’Africa, poi, in dal 2020 al 2022 Abu Dhabi ha sostenuto militarmente il governo etiope contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray.
L’irritazione dell’Algeria Inoltre, secondo l’organo di stampa, l’Algeria sarebbe preoccupata per la crescente presenza militare emiratina nel continente africano, per il suo sostegno al Marocco e per lo sviluppo di crescenti relazioni con Israele. – Pagine Esteri
Dalle recenti proteste e minacce del governo algerino, inoltre, sembra che ormai i tentacoli di Abu Dhabi si estendano fino al Maghreb. A dicembre, infatti, un organo di stampa ufficiale algerino ha avvisato che il governo della repubblica nordafricana starebbe valutando l’opportunità di interrompere le proprie relazioni con gli Emirati come forma di ritorsione per il sostegno da essi accordato al “Movimento per l’Autonomia della Cabilia” (Mak, basato in Francia e sostenuto anche da Israele e Marocco) che recentemente ha lanciato una campagna per l’indipendenza. Il quotidiano El-Khabar, noto per la sua vicinanza all’esecutivo algerino, ha esplicitamente accusato Abu Dhabi di interferire negli affari interni del paese mettendone a rischio l’unità nazionale e la stabilità.
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria
















