Pagine Esteri – Le elezioni presidenziali di ieri in Portogallo hanno rispettato solo in parte i pronostici della vigilia, che davano tre candidati appaiati in lotta per la prima posizione.

Al primo turno, in realtà, l’ha spuntata l’ex ministro ed ex segretario del Partito Socialista, António José Seguro, che ha portato a casa il 31,1% dei voti. Dietro di lui si è piazzato André Ventura, leader del partito di estrema destra “Chega!”, che ha ottenuto il 23,5%.

Chi presiederà il paese lo deciderà quindi il ballottaggio del prossimo 8 ottobre, cosa che non succedeva dal lontano 1986, quando il socialista Mário Soares sconfisse il candidato del centrodestra Diogo Freitas do Amaral.

Il risultato di Seguro è superiore alle aspettative, e potrebbe manifestare un recupero dei socialisti che alle ultime elezioni parlamentari avevano subito una netta sconfitta ad opera del centrodestra ma anche dei populisti di estrema destra di Ventura.

Per il secondo turno, i socialisti hanno fatto appello «a tutti i democratici, i progressisti e gli umanisti» contro «chi semina odio e divisioni». «Sono tornato per unire i portoghesi. Non avrete più un presidente che mette una parte dei portoghesi contro l’altra – ha detto Seguro – Non ci sono portoghesi buoni e portoghesi cattivi, non ci sono portoghesi di prima categoria e portoghesi di seconda».

Sebbene in Portogallo il presidente della Repubblica rappresenti una autorità secondaria rispetto al governo e al parlamento, la carica gode comunque di alcune prerogative importanti: può sciogliere il parlamento, porre il veto alle leggi approvate dall’assemblea e indire referendum. Inoltre è il capo delle forze armate.

In caso di vittoria, Seguro promette di fare del Portogallo «un paese moderno e giusto» ed ha manifestato la propria intenzione di operare per ridurre le diseguaglianze economiche e di genere e di opporsi ad alcune controriforme in tema di sanità e lavoro approvate dalla maggioranza di centrodestra. «La politica o serve per migliorare la vita delle persone oppure non serve a nulla» ha spiegato.

Il problema è che Seguro ha già incassato la stragrande maggioranza dei voti di centrosinistra e sinistra, e quindi difficilmente al secondo turno potrà mobilitare un numero sufficiente di elettori ed elettrici che gli consenta di battere Ventura. Il candidato di “Chega!” (“Basta!”), invece, può contare quantomeno su una parte importante del pur poco entusiasmante 11,3% raggranellato dal commentatore televisivo ed ex ministro del Partito Sociale Democratico Luís Marques Mendes. Un risultato davvero pessimo per il candidato di un partito che alle legislative del maggio scorso ha vinto con più del 33%.

Marques Mendes ha subito l’onta di essere superato anche dall’eurodeputato di Iniciativa Liberal (un partito liberista teoricamente di centrodestra), il trumpiano João Cotrim de Figueiredo, arrivato al 16%, e addirittura dall’ammiraglio in pensione Henrique Gouveia e Melo – che ha diretto la campagna di vaccinazione durante la pandemia e si definisce indipendente e progressista – con il 12,34%.

Il risultato dei candidati della sinistra radicale è pessimo, segno che il già scarso elettorato di quest’area ha deciso di puntare sui socialisti sin dal primo turno. La leader del Bloco de Esquerda, Catarina Martins, ha preso soltanto il 2% e peggio hanno fatto sia il comunista António Filipe (1,6%) sia il candidato degli ecologisti di “Livre” che non ha raggiunto lo 0,7%.

Ora occorrerà vedere come si pronunceranno i candidati dei diversi schieramenti di centrodestra, se chiederanno o meno al proprio elettorato di convergere sull’estrema destra contro l’ex leader socialista.

D’altronde dopo la vittoria alle elezioni, il premier del Partito Sociale Democratico, Luís Montenegro, ha fatto ricorso più volte ai voti dell’estrema destra per far passare alcune delle misure più contestate.

Il sostegno di “Chega!” è stato in particolare fondamentale per permettere l’approvazione, a luglio, di una legge sull’immigrazione fortemente restrittiva, che riduce drasticamente i casi in cui è permesso il ricongiungimento familiare e limita la concessione di permessi di soggiorno. Tra le altre cose, la nuova legge introduce un requisito per i migranti provenienti dalle ex colonie portoghesi che impone il possesso di almeno 10.500 euro per poter rimanere nel paese.

In autunno invece la maggioranza parlamentare di Alleanza Democratica – che riunisce i socialdemocratici e altri due piccoli partiti, i popolari del CDS e i monarchici del PPM – ha approvato una “riforma” della legislazione del lavoro che ha spinto per la prima volta i maggiori sindacati del paese a realizzare l’11 dicembre il primo sciopero generale dal 2013.

I sindacati UGT e CGTP – rispettivamente di tradizione socialista e comunista – sono riusciti a mobilitare quasi 3 milioni di lavoratori e lavoratrici contro il progetto del centrodestra di cambiare ben cento articoli del Codice portoghese del Lavoro. La “riforma” facilita e rende meno onerosi i licenziamenti, conferisce ai datori di lavoro più potere nella contrattazione collettiva, restringe il diritto di sciopero, precarizza le condizioni di lavoro, deregolamenta gli orari ed erode addirittura le prerogative di maternità.

Un sondaggio ha rilevato che solo il 22% dei portoghesi approva la controriforma di Montenegro, mentre il 61% ha sostenuto lo sciopero, una percentuale che tra i giovani raggiunge il 70%. Questa mobilitazione forse spiega la vittoria al primo turno del candidato socialista e il brutto risultato del candidato socialdemocratico.

Il tasso di partecipazione al voto di ieri però ha superato di poco il 50% degli 11 milioni circa di aventi diritto – compresi molti portoghesi che vivono all’estero – rendendo palese il disinteresse di metà circa dell’elettorato. A suscitare interesse non è bastata neanche la presenza record di ben 11 candidati – una soltanto delle quali donna – che anzi ha indispettito molti potenziali elettori ed ha reso la scelta estremamente difficile per altri.

Eppure la posta in gioco questa volta è alta. Nel caso di un sostegno esplicito da parte dei socialdemocratici e magari di una convergenza dei liberali, il candidato ultranazionalista, razzista e nostalgico Ventura – che durante la campagna non ha esitato a utilizzare lo slogan salazarista “Dio, Patria, Famiglia e Lavoro” – potrebbe diventare il presidente di un paese che è uscito dalla dittatura solo a metà degli anni ’70 grazie alla rivoluzione innescata da settori antifascisti dell’esercito.

Mentre Seguro promette di difendere la Costituzione, il leader dell’estrema destra assicura che in caso di vittoria rafforzerà la figura del presidente e lotterà contro “il sistema” per dar vita ad una “quarta repubblica”. Con una retorica incentrata sulla sicurezza e il controllo rigido dell’immigrazione Ventura punta a capitalizzare lo scontento di quella parte del paese che si sente dimenticata dalle élite ma scarica la responsabilità della crisi sociale ed economica su immigrati e “diversi”. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria